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Posts Tagged ‘censura’

La Bovary a puntate

martedì, 16 luglio 2013 Commenti disabilitati

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Quando Gustave Flaubert, più di centocinquant’anni fa, iniziò a pubblicare a puntate il suo capolavoro Madame Bovary, l’uscita venne annunciata per il 1° settembre 1856 sulla rinomata “Revue de Paris“.

Ma le cose partirono subito col piede sbagliato: nell’articolo che ne parlava, il nome dell’autore fu addirittura storpiato in Faubet — nome, fra l’altro, di un noto droghiere di Parigi. Già questo fu un brutto presagio. Infatti, i condirettori della rivista, Du Camp e Laurent-Pichat, pretesero d’intervenire sul testo. Secondo loro, con opportuni tagli l’opera ne avrebbe guadagnato: era troppo ingarbugliata, e avrebbe corso il rischio di non interessare i lettori. Gli assicurarono che se ne sarebbe occupato un esperto — un editor ante litteram — al modico prezzo di cento franchi. Soldi che l’autore non avrebbe nemmeno dovuto sborsare, perché sarebbero stati detratti dai suoi diritti.

Facile immaginare la reazione del Sommo. Non sappiamo se abbia gridato “Merde!“, ma la cosa non dovette garbargli affatto, tanto che l’esordio della Bovary slittò a ottobre.

flaubertE Du Camp, che era amico di Flaubert, acconsentì a pubblicare la prima puntata del romanzo senza alterarla. Ma la rigida censura del Secondo Impero si attivò immediatamente: Du Camp venne informato che, se Madame Bovary fosse continuata a uscire senza tagli, la rivista sarebbe stata denunciata. Non che il romanzo fosse particolarmente spinto, ma era il suo crudo realismo a disturbare, soprattutto nei passaggi “piccanti”.

Così, quando il 1° dicembre uscì la nuova puntata, Flaubert s’accorse che molte pagine erano state mutilate senza il suo consenso. E il suo orgoglio di artista si scatenò:

«Se il mio romanzo esaspera i borghesi, me ne infischio. Se vi processano, me ne infischio. Se chiudono la “Revue de Paris”, me ne infischio. Non dovevate prendere la Bovary. L’avete presa e tanto peggio per voi. La pubblicherete così com’è».

Intanto, molti lettori non accettavano un libro che, secondo loro, calunniava la Francia e le donne. Così, non potendo evitare i tagli, si concordò che l’autore scrivesse una nota di chiarimento, da pubblicare nella puntata seguente, in cui egli si dissociava dall’opera mutilata dai direttori della rivista:

«Dichiaro di non assumermi la responsabilità delle righe che seguono. Il lettore è pregato di vedervi solo dei semplici frammenti e non un insieme».

Poi, in una lettera inviata il 7 dicembre 1856 a Léon Laurent-Pichat, uno dei direttori della “Revue de Paris”, Flaubert scrive:

«Trovo che ho già fatto molto e la “Revue” trova che devo fare ancora di più. Ora io non farò niente, non una correzione, un taglio, una virgola di meno, niente, niente!… Ma se la “Revue de Paris trova che la comprometto, se ha paura, c’è una cosa semplicissima, basta solo smettere con Madame Bovary. Io me ne infischio nel modo più assoluto.  [...]
Voi vi ostinate su dei dettagli, bisogna guardare all’essenziale. L’elemento brutale è al fondo e non alla superficie. Non si fanno diventare bianchi i negri e non si cambia il sangue di un libro. Si può solo impoverirlo. Tutto qui».

Parole sante. Ma di lì a poco, ineluttabilmente, la censura avrebbe passato al setaccio la Bovary e l’autore sarebbe stato rinviato a giudizio “per attentato ai costumi e alla religione”. Il resto è storia, e i verbali del processo tutti da leggere.

 

Geremiadi

venerdì, 7 giugno 2013 Commenti disabilitati

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«Vorrei che i lettori apprezzassero i miei libri, ma per venderli ho dovuto creare un personaggio, perché non siamo in una nazione che si informa e che va a vedere i valori e se un libro è buono o no». Già, siamo una nazione fatta in questa brutta maniera, ma se crei il personaggio giusto… E allora perché non crearlo? Tanto è per una buona causa: vendere libri.

In entrambi i siti è prevista l’anteprima del nuovo libro di Mauro Corona. Ops!, si sarà mica fatto vivo proprio per promuoverlo? Insomma, sia come sia, Corona si lamenta di non essere capito, stimato, di essersi dovuto inventare un personaggio per intascare due soldini, far laureare i figli, comprare case… Vuoi vedere che fare il personaggio rende bene?

E lo ritrovo anche su Il Giornale, dove dice cose così: «Se fai un passaggio da Fazio magari vendi 300mila copie. Ma Fazio prende chi vuole lui, se gli stai sulle palle non ti chiama, questo non è servizio pubblico. È un feudo personale… non si vanti di promuovere la cultura…». Quindi sì, non tutti sanno apprezzare il genio, ma il genio sa apprezzare una comparsata televisiva.

«Solo a parole la Rai è televisione pubblica… Non ci sarà solo Gramellini che nel pianeta scrive libri, e poi ha scritto un libro piagnucoloso, a quanti nel pianeta è morta la madre?», a tanti, certamente, ma resta il problema di quella televisione pubblica: chi deve andarci e chi no? Ma, soprattutto, perché Corona no? Non importa gli altri, gli altri si arrangino, ma perché Corona no? Eppure si è impegnato a fare il personaggio!

Eccolo allora che, per fare dispetto a Fazio, Gramellini e a tutti i cattivi dell’editoria, minaccia d’andarsene sbattendo la porta: «Fra 8 mesi… sparisco. Non mi suicido perché darei un cattivo esempio. Ma è un sistema in cui non puoi dire quello che pensi altrimenti ti fanno fuori. Non posso fare dei nomi, tutti gli editori sono delle associazioni a delinquere…». Lo dice il sior Corona − anche lui non perdona, sarà un vizio dovuto al cognome − dopo aver pubblicato una ventina di libri. Non gli vogliono bene, non lo trattano coi guanti, non lo invitano da Fazio.

leggi tutto:
http://gaialodovica.wordpress.com/2013/05/28/il-mondo-e-cattivo-e-leditoria-fa-schifo-lo-dice-mauro-corona-frignando-perche-fazio-non-se-lo-fila-pari

 

Discorso sopra i costumi degl’Italiani

venerdì, 4 gennaio 2013 Commenti disabilitati

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Gl’italiani hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi. Poche usanze e abitudini hanno che si possano dir nazionali, ma queste poche, e l’altre assai più numerose che si possono e debbono dir provinciali e municipali, sono seguite piuttosto per sola assuefazione che per ispirito alcuno o nazionale o provinciale, per forza di natura, perché il contraffar loro o l’ometterle sia molto pericoloso dal lato dell’opinione pubblica, come è nell’altre nazioni, e perché quando pur lo fosse, questo pericolo sia molto temuto. Ma questo pericolo realmente non v’è, perché lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de’ principi, lascia a ciascuno quasi intera libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada, senza che il pubblico se n’impacci, o impacciandosene sia molto atteso, né se n’impacci mai in modo da dar molta briga e da far molto considerare il suo piacere o dispiacere, approvazione o disapprovazione. Gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli sia. E gli usi e costumi generali e pubblici, non sono, come ho detto, se non abitudini, e non sono seguiti che per liberissima volontà, determinata quasi unicamente dalla materiale assuefazione, dall’aver sempre fatta quella tal cosa, in quel tal modo, in quel tal tempo, dall’averla veduta fare ai maggiori, dall’essere stata sempre fatta, dal vederla fare agli altri, dal non curarsi o non pensare di fare altrimenti o di non farla (al che basterebbe il volere); e facendola del resto con pienissima indifferenza, senz’attaccarvi importanza alcuna, senza che l’animo né lo spirito nazionale, o qualunque, vi prenda alcuna parte, considerando per egualmente importante il farla che il tralasciarla o il contraffarle, non tralasciandola e non contraffacendole appunto perché nulla importa, e per lo più con disprezzo, e sovente occorrendo con riso e scherzo di quel tal uso e costume.

Giacomo Leopardi, dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani

 

Gli insulti a Piergiorgio Odifreddi

venerdì, 11 maggio 2012 Commenti disabilitati


Il 19 agosto 2011, nel blog della sedicente Lara Manni – che, secondo molti, sarebbe in realtà la famigerata blogger di Kataweb celata dietro un nome d’arte — è comparso questo post, di cui riportiamo la frase iniziale e quella finale:

Per esempio, mi piacerebbe molto che Piergiorgio Odifreddi dedicasse una mezz’ora del proprio tempo a leggere lo straordinario racconto di Stephen King che appare, nella traduzione di Wu Ming 1, sul numero di Internazionale in edicola oggi.

[...]

Se Odifreddi non dovesse leggerlo, pazienza. Leggetelo voi. E’ una grande, preziosa, lezione di scrittura (e di umanità, senza la quale, temo, la scrittura è ancora più impotente).


Nei commenti seguiti al post, un sedicente Wu Ming 4 si esibisce in una serie di insulti e invettive contro il matematico Piergiorgio Odifreddi:

Anonimo Dice:
agosto 19, 2011 alle 9:16 pm | Replica
Concordo con Francesca 3176.

Odifreddi è una macchietta malriuscita con cui a mio avviso è del tutto inutile confrontarsi, perché, come dicono a Roma, “Je rimbalza”. Le critiche che muove agli unici scrittori di fantastico che ha sentito nominare, sono le stesse che al primo – Tolkien – venivano mosse cinquant’anni fa e alla seconda – Rowling – vengono mosse oggi (dalla Chiesa, per altro, a dimostrazione che un anticlericale può essere bacchettone quanto e più di un prete).
Per altro mi domando se Odifreddi abbia figli. Da quello che scrive mi viene da pensare che o non ne ha o non ci trascorre abbastanza tempo insieme. Altrimenti saprebbe che i bambini sanno perfettamente distinguere tra realtà e fantasia. Anzi, direi che è una delle loro occupazioni maggiori, chiedere a proposito delle cose che osservano o vengono loro raccontate: “Ma esiste?”. L’altra cosa che i bambini imparano è ad avere paura anche di ciò che non esiste concretamente. Imparano cioè quale straordinario potere abbia su di noi l’immaginazione fantastica. Un bambino sa perfettamente che i mostri delle favole non esistono nella forma in cui ci vengono presentati, ma tuttavia temono che si annidino negli angoli bui di un appartamento. E’ una lezione di vita che poi molti, crescendo, e divenendo magari adulti ottusi e spocchiosi come Odifreddi, dimenticano. Perché, sì, è vero che la poesia e la letteratura, e l’arte in generale, non cambiano niente, ma allo stesso tempo ci raccontano cose indispensabili su noi stessi, e lo fanno da sempre. Per altro le prime conoscenze che gli esseri umani hanno elaborato del mondo circostante, tramandandole ai posteri, sono state assimilate nel linguaggio poetico, letterario, artistico, nonché magico, prima che esso venisse disgiunto da quello scientifico.
Non solo. Come dice King, il grande vuoto da cui veniamo e in cui andiamo a finire, vale a dire l’infinito spazio e l’infinito tempo prima e dopo di noi, rimangono questione aperta. E’ qualcosa sulla quale si possono spendere parecchie ipotesi scientifiche, ma queste non saranno certo più esperibili e comprensibili da un mortale di una narrazione teologica o fantastica. Ci vuole comunque una bella fantasia perché un essere finito riesca a relazionarsi all’infinito, a prescindere da quale narrazione o linguaggio si scelga di adottare. E il mio presentimento è che uno scienziato con scarsa fantasia difficilmente sia un buono scienziato.
Infine. Il tanto odiato Tolkien, che di figli ne ha avuti quattro, ricordava come insieme a “E’ vero?”, la domanda che un bambino rivolge più spesso a un adulto di cui si fida sia: “E’ buono o cattivo?”. Una questioncina che la migliore letteratura non smette di affrontare, a fronte della tentazione che a volte la scienza ha di bypassare il problema in nome di un’idea astorica di progresso. E finisce che la bomba atomica che hai dimostrato di saper costruire qualcuno poi la sgancia in testa a qualcun altro. Perché c’è sempre di mezzo la storia, la guerra, la nostra idea di bene e di male, le nostre visioni del mondo, e tutte quelle cose che la buona letteratura di solito ci racconta.

Wu Ming 4 Dice:
agosto 19, 2011 alle 9:24 pm | Replica
Sorry, l’anonimo sono io…

[...]

Wu Ming 4 Dice:
agosto 21, 2011 alle 3:50 pm | Replica @ paperinoramone
Be’, veramente Odiffeddi scrive cazzate anche sul movimento No TAV: tratta i valsusini come una massa di baluba retrogradi e refrattari al progresso… Cioè praticamente spara giudizi sommari su cose di cui non sa nulla (non proprio un atteggiamento scientifico o wittegensteiniano, direi), per di più in nome di un’idea di progresso che potrebbe datare più o meno a centocinquant’anni fa. Tanto per dire, sul suo blog ha sostenuto che tutto sommato non ci sarebbe nulla di male nel fatto che gli Egiziani decidessero di tirare giù le piramidi per erigere dighe sul Nilo, se questo portasse a un incremento della produzione energetica necessaria al paese.
Ma per restare al tema in questione, nel brano che citi, Odifreddi è disposto a riconoscere il fantastico che c’è nella filosofia e nella scienza… Benissimo. Perché nella letteratura no, allora? Perché quello non va bene? Perché non è al servizio della conoscenza oggettiva del reale? Ma se, come giustamente dici tu stesso, non è questione di fare a gara tra chi descrive meglio il reale, allora perché Odifreddi invece ci tiene tanto a correrla questa gara? E’ evidente che se uno è elastico sulla sua materia e pregiudiziale sulla materia altrui, un problema di serietà deontologica io glielo pongo. Poi, non avendo letto i suoi libri, non ho nulla da dire sulla sua attività di divulgatore della propria materia. Per quanto ne so potrebbero anche essere dei capolavori. Che temo non leggerò.

Wu Ming 4 Dice:
agosto 21, 2011 alle 4:02 pm | Replica Post Scriptum per i cultori tolkieniani in ascolto: chi ragiona come Odifreddi mi fa venire in mente il personaggio di Nokes in “Fabbro di Wootton Major”, che non ha alcun “rispetto per Feeria né un briciolo di buone maniere”. Quando si trova davanti al Re di Feeria, l’obeso Nokes rifiuta di riconoscerlo, lo schernisce e gli dice che se con un colpo di bacchetta magica riuscisse a farlo dimagrire, allora sì che si farebbe una mgliore opinione di ciò che viene detto fatato (ma potremmo anche dire del “fantastico”, in questo caso). Allora il Re di Feeria si arrabbia e si mostra in tutta la sua potenza, facendo cagare sotto il vecchio e grasso Nokes. Ovviamente, la mente razionalista di Nokes rimuove l’evento, e lo relega a un semplice brutto sogno, cioè una manifestazione inconscia. Ma questa paura che gli cova dentro si dimostra talmente forte che Nokes inizia a mangiare meno, dimagrisce, recupera la capacità motoria, riprende una vita sociale, campa fino a cent’anni… “Ma fino all’ultimo anno lo si poteva udir dire, a chiunque fosse disposto a prestargli orecchio: – Preoccupante, se volete; e comunque, uno stupido sogno, a ben pensarci. Re di Feeria! Ma se non aveva neppure la bacchetta magica! E se uno smette di mangiare, bene, dimagrisce. Perfettamente naturale, no? In questo, niente di strano, nessuna magia”. Infatti.

[...]

Wu Ming 4 Dice:
agosto 21, 2011 alle 5:50 pm | Replica
@ paperinoramone
Il problema è che mettendo da parte quello che Odifreddi pensa di Tolkien e Rowling – chissenefrega in effetti – è proprio quello che scrive sui lettori/spettatori a essere inacettabile, oltreché indimostrabile. Con tutto il rispetto per l’acume che Odifreddi può avere espresso in altri frangenti e testi a me ignoti, l’articolo riportato da Lara Manni nel post precedente è un’accozzaglia di luoghi comuni contro le serie televisive, le saghe cinematografiche fantastiche, le narrazioni in genere. Le storie ci travierebbero fin da bambini facendoci perdere il senso della realtà. Ma dico: scherziamo? Ma davvero si possono scrivere queste banalità da realismo socialista zdanoviano nel 2011? Dice bene Tuco, qui sopra, che come al solito riesce a cogliere con un’immagine il succo di un discorso: gli imam della verità dimostrata fanno a gara con gli imam della verità rivelata a chi tira più bacchettate contro la decadenza dei tempi presenti.
Quindi se Star Wars e Harry Potter plagiano le giovani menti dei nostri figli (mentre le polveri sottili prodotte dal trapanamento decennale e inutile di una montagna invece fanno loro benissimo, anzi è tutto progresso…) dovremmo far leggere loro trattati filosofici, manuali scentifici o cosa? Direi che Lara ha colto perfettamente i termini dell’equivoco odifreddiano: quello tra una solida formazione intellettuale e una buona formazione/educazione per la persona che quella corazza poi dovrà portarsi in giro. E, sempre con tutto il rispetto per l’uomo di scienza, direi che siamo un po’ all’ABC…

http://laramanni.wordpress.com/2011/08/19/la-poesia-non-muta-nulla/#comments


Leggendo quanto sopra, una cosa appare evidente.
Se la fantomatica Lara Manni fosse davvero la famigerata blogger di Kataweb, allora quest’ultima seguirebbe un doppio binario: mentre è dichiaratamente contraria — come si è osservato qui — alle forme di satira ritenute offensive o “non appropriate”, sarebbe invece favorevole agli insulti e alle invettive espressi in via diretta, che in questo caso avrebbe addirittura stimolato e assecondato.

L’intera pagina web contenente il post e i commenti in discorso è stata salvata in un apposito file, nel caso i suoi contenuti venissero successivamente alterati o cancellati. Ciò anche in vista di eventuali segnalazioni all’interessato, oggetto degli insulti e delle invettive.

 

Wu Ming, Twitter e le nuove proscrizioni

mercoledì, 1 febbraio 2012 Commenti disabilitati

Dal momento che, come scrivono, «se la parola fugge in avanti prima che si formi il pensiero … fatalmente si tira fuori il peggio» i Wu Ming farebbero bene a riflettere sul peggio che viene fuori anche dalla loro penna e dalle bombolette spray di chi partecipa ai cortei anti-Tav. Questo giornale ha già scritto cosa pensa degli arresti e anche cosa pensa del silenzio della sinistra di fronte agli arresti. Ma fare i nomi e i cognomi di un giornalista che come tutti i giornalisti può anche sbagliare, personalizzando un conflitto che non ha niente di personale ed esponendo una persona a una visibilità accecante, non ci sembra davvero un passo in avanti (su Indymedia Lombardia una discussione ha questo titolo: Il giornalista di cui è meglio non fare il nome «è ancora vivo»).
Come non ci sembra affatto astuto concludere che la moltiplicazione degli utenti di Twitter comprometta la possibilità di usarne le potenzialità. Naturalmente i Wu Ming sono liberissimi di non usarlo affatto, Twitter, visto che sono «molto  scoglionati» dal fatto che non riescono a controllarlo. Ma si da il caso che la forza di Twitter è data proprio dal fatto che nessuno riesce a controllarlo. Né i Wu Ming. Né i Mubarak sparsi per il mondo nella catena di comando.

http://www.glialtrionline.it/home/2012/01/30/wu-ming-twitter-e-le-nuove-proscrizioni

I signori Ming

venerdì, 24 dicembre 2010 Commenti disabilitati


Dopo aver parlato qui del Traduttore del Re, ovvero di Tullio Dobner, la voce letteraria italiana di Stephen King per quasi trent’anni, mi sono imbattuto per caso in questo articolo: Wu Ming traduce Stephen King e altre considerazioni.
La simpatica autrice, nel raccontare della discussione che si tenne a suo tempo su Anobii, osserva:

Qualche settimana  fa si è registrato e presentato un certo signor Wu Ming 1, scrivendo di essere il traduttore del nuovo libro di King che vedrà la luce in autunno. Sapevamo già che il traduttore “storico”, Tullio Dobner, era stato trombato dall’ineffabile casa editrice Sperling & Kupfer, e questo per motivi che immagino  non abbiano nulla a che fare con la sua qualità di traduttore. E’ vero che il signor Dobner era stato, negli anni, accusato a più riprese di aver trafficato troppo con la traduzione, e, di volta in volta, di essere stato troppo fedele, troppo poco fedele, addirittura scadente [...]
Questa digressione per tornare al concetto che, se dei motivi ci sono stati per togliere la commessa kinghiana  a Dobner, di certo non sono legati alla qualità del suo lavoro, ma, presumibilmente, a motivi molto meno nobili (che ne so? Proprio nulla – ma anche qualcosina sì, dài! – ma gli unici motivi validi per negare un lavoro ad una persona sono motivi di qualità; tutto il resto è poco nobile).

Il dubbio che espressi a suo tempo, dunque, non pare peregrino, visto che la blogger Penelope di materia kinghiana se ne dovrebbe intendere. E’ lei che introduce la curiosa espressione “i signori Ming”: Continua a leggere…

I CINESI

martedì, 22 settembre 2009 Commenti disabilitati

cina_bandiera Lucy Hornby, della Reuters, c’informa che in Cina i media stranieri son stati bersagliati da mail cariche di virus, proprio mentre si sta preparando la parata militare per la Giornata nazionale del 1° ottobre: sarebbero attacchi di sofisticate e-mail con allegati infetti che cercano di adescare giornalisti stranieri, attivisti per i diritti umani e altri obiettivi.
Il 1° ottobre si festeggeranno i 60 anni di potere del Partito comunista sulla Cina continentale, così si stanno rafforzando le misure di sicurezza, con agenti della polizia paramilitare a sorvegliare le stazioni della metropolitana durante le prove e ronde di cittadini (!!) reclutati per controllare le strade.

“Siamo chiaramente in presenza di un preordinato attacco di virus in vista di scadenze importanti del calendario politico cinese”, ha detto Nicholas Bequelin di Human Rights Watch a Hong Kong, osservando che anche le organizzazioni non governative rientrano tra gli obiettivi.
“Non è chiaro se il governo sia dietro, chiuda gli occhi, dia il suo sostegno o non abbia niente a che fare. Esistono anche hacker patriottici, pertanto non c’è modo di sapere con certezza chi sia dietro le quinte”.

Una volta ci si accorgeva dell’anomalia grazie all’inglese sgrammaticato, ma oggi si sono sofisticati al punto da utilizzare abusivamente l’indirizzo di una persona di fiducia, o inoltrare email di organizzazioni di attivisti allegandoci un virus.

I dipendenti cinesi di media stranieri a Pechino e Shanghai hanno ricevuto oggi email identiche, ognuna delle quali con un allegato che conteneva un malware capace di sfruttare Adobe Acrobat — un software molto comune usato per leggere i file in Pdf. La mail, che sembrava inviata da un caporedattore del settore economico, tale Pam Bouron, conteneva una cortese richiesta di aiuto per organizzare interviste durante una sua prossima visita a Pechino. La mail è stata scritta in modo che “Pam” apparisse come impiegato di ciascuna agenzia di stampa destinataria della lettera. Il fatto è che Reuters non ha nessun responsabile del settore economico con questo nome. Tra le testate che hanno ricevuto l’email di “Pam Bouron” ci sono Straits Times, Dow Jones, l’agenzia France Press e l’italiana Ansa.
Simili email con virus dirette ad aziende di informazione straniere e ong erano molto diffuse prima delle Olimpiadi di Pechino dello scorso anno. Nel marzo di quest’anno i ricercatori di Infowar Monitor in Canada hanno scoperto un vasto lavoro di cyber-infiltrazione nel governo tibetano in esilio.

E bravi, ‘sti cinesi.

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