Gesù di Bergman

Per dirigere un Vangelo non bisogna essere necessariamente credenti. Viene in mente la meravigliosa battuta di Buñuel, «grazie a Dio sono ateo», e infatti La Via Lattea testimoniò delle sue ansie, così come il Vangelo secondo Matteo rese onore al centrosinistra spirituale di Pasolini. Anche il sommo Ingmar Bergman, disilluso da sempre del mondo e dei suoi abitanti (specie delle signore), scrisse un soggetto sul Vangelo proposto dalla Rai che negli anni Settanta lavorava con i Maestri. «La televisione italiana voleva fare un film sulla vita di Gesù… Risposi con un piano dettagliato sulle ultime 48 ore della vita del Salvatore. Ogni episodio era incentrato su uno dei personaggi principali del dramma…», così scriveva il regista svedese di Fanny e Alexander nella sua bellissima autobiografia Lanterna magica, ma la domanda che si fa Bergman chiede se sia possibile esprimere la Passione di Gesù, così come Claude Lanzmann si chiedeva se fosse possibile raccontare la Shoah.
Bergman inserì una clausola morale nella postfazione del progetto: «Ogni forma di salvezza ultraterrena mi appare blasfema. Per dirla con parole semplici: la mia vita è priva di significato». Un’ottima promessa-premessa. Sarebbe piaciuta al Sartre de Il diavolo e il buon Dio ma non agli abbonati di Rai Uno nell’epoca fanfanianandreottiana di Ettore Bernabei. Era una precisazione affinché non ci fossero dubbi sulla natura della collaborazione con una Rai che a metà degli anni Settanta era ancora devota ma aperta ai grandi talenti. Anzi si commissionavano con molti soldi progetti importanti a sommi registi sapendo che andava tutto in rosso: oltre a Bergman, che prese un anticipo di 30 mila dollari, era stata data carta bianca a Carl Theodor Dreyer per un film religioso (che fu poi pubblicato da Einaudi) ed era stato interpellato Orson Welles, sapendo che sarebbe stata dura arrivare al finale.
«Si tratta di capolavori mancati», dice con rammarico Andrea Panzavolta che ha ora curato con Pia Campeggiani la pubblicazione del testo invisibile di Bergman. A Ingmar stava a cuore, si ipotizzava perfino un film con Fellini a quattro mani: il maestro svedese, nato il 14 luglio 1918, aveva già diretto 35 film e aveva pubblicamente affermato che «le differenze tra cinema e tv dal punto di vista della creazione artistica sono del tutto artificiose». Il trattamento preparato per la tv è rimasto misterioso per oltre 40 anni, ma ora esce per le edizioni del Melangolo, dopo lunga gestazione editoriale. È un testo che non vide mai la luce dei riflettori sul set e la cui storia è ancora avvolta nelle spire delle dimenticanze: padre Virgilio Fantuzzi (critico di «Civiltà Cattolica») cercò di leggerlo in ogni modo ma alla Rai di quel copione e di quel progetto si erano perse le tracce. Ma è molto chiaro il punto di vista del Vangelo di Ingmar: «Ogni cosa avviene dentro gli esseri umani e nelle relazioni che intrattengono, nulla è al di sopra o al di fuori di loro».
Ma allora con chi giocava a scacchi Max von Sydow in Il settimo sigillo? «Gesù è sempre l’incontestabile difensore della vita, di tutte le cose viventi, dello spirito. Egli compare in un mondo di legge, di vuoto, paura, odio e disperazione morale». Ogni riferimento all’ieri, all’oggi, al domani sarà casuale? Bergman tiene a precisare che il mondo è quello che è, vicino o lontano non cambia mai: Gesù muore, la sua vita è violata ma il miracolo terreno della Resurrezione si manifesta, come l’indistruttibilità e la santità dell’uomo, nonostante tutto. Quindi ateo, ma con glosse importanti, parentesi quadre e tonde.
Urge indagare, cercare testimoni sul perché il progetto passò nelle mani più vellutate e rinascimentali del fiorentino Franco Zeffirelli che lo trasformò nel più grande successo della sua carriera. Gesù di Nazareth andò in onda dal 27 marzo 1977 alla domenica su Rai Uno in 5 puntate con commozione globale: nel mondo ebbe 2 miliardi e 200 milioni di telespettatori e torna spesso alla carica. Siamo agli antipodi con la Svezia: «La santità e il suo opposto — diceva invece Bergman — che io chiamo non realtà o vuoto, sono dentro gli esseri umani».
Bisogna andare in flash back di 40 anni per scoprire cosa accadde. Perché al nome del regista svedese anche teatrale e lirico, graditissimo ai vertici Rai (epoca Bernabei, direttore Emanuele Milano) che lo bonificarono, si sostituì quello di Zeffirelli? Allora la Rai, imbarazzata, spiegò sui giornali che i due nomi erano stati fatti gareggiare quando c’era stato il «bando» sul Vangelo, aveva vinto Zeffirelli ma il progetto di Bergman restava in attesa. Diplomazia, diciamo. Prima recalcitrante poi entusiasta, Zeffirelli era l’uomo ideale di show business: amico di Liz Taylor e Richard Burton, regista di kolossal scespiriani, tanto che gli invidiosi lo chiamavano «Scespirelli». Intanto, nascosto nella sua isola di Fårö, sua per davvero, un puntino nell’arcipelago di Stoccolma, il suo «posto delle fragole», il disperatissimo Ingmar, dopo essersi avvelenato l’esistenza con Scene da un matrimonio, prima di consolarsi col Flauto magico di Mozart nel 1975, scrisse il soggetto (lo chiamò un abbozzo essenziale) di un film «sulla morte e la resurrezione di Gesù e su alcune persone che presero parte a questi eventi». Il Vangelo secondo Bergman, anche autore di una trilogia capolavoro sull’assenza di Dio (Come in uno specchio, Luci d’inverno e Il silenzio), battitore libero e lacerato nelle questioni religiose a causa del severo padre pastore protestante. Unica fede nel teatrino delle marionette e nella lanterna magica: per lui la santità di Gesù è comprensibile «ma la comprendo col sentimento, non con la ragione. Mi brilla negli occhi ma non mi abbaglia, né mi acceca perché la sua luce è quella di un essere umano».

Maurizio Porro, la Lettura #336, pagg. 52-53

Mistero etrusco, I-4

Dalle finestre che s’affacciavano sul corso, la signora Benedetti guardò nella redazione della Gazzetta di Firenze, dall’altra parte della strada.
«Che fanno, passano il tempo a guardare la televisione?» commentò, scrutando i giornalisti assiepati davanti a uno schermo.
«Forse non gli è rimasto che ascoltare i notiziari» sospirò Tevis, finendo di sistemare le pedine.
«Notiziari a quest’ora?» commentò la signora Mafalda, che stava per gettare i dadi.
«Dovranno tenersi informati, no?» intervenne Isotta, il quarto elemento. Le unghie laccate tamburellarono sulla stecca di legno: sempre la più logora le rifilavano. «Vogliamo andare?» propose impaziente, affilando lo sguardo tra le ciglia rimmellate.
«Eccomi» disse Mafalda tirando i dadi. «Cinque e tre otto». La mano inanellata li raccolse dal panno verde e li gettò di nuovo, totalizzando un altro otto, e il lancio singolo diede uno. «Sedici» decretò compassata, «a partire da me».
Con le pedine sulle stecche e Mafalda a fungere da Est, il mah-jong iniziò. La signora Benedetti prese la consueta strategia aggressiva, scartando subito i vènti che non le corrispondevano e non formavano coppie: prima l’Est, poi l’Ovest.
«Figuriamoci se non calavi l’Ovest» protestò Isotta. «Quando hai il mio vento lo butti via sempre, quasi ti faccia schifo».
Tevis lanciò un’occhiata alla padrona di casa, che non faceva una grinza. La litania dell’amica era partita subito e non prometteva bene, darle corda era un rischio. Le prime mani furono fruttuose per Mafalda, che tradì il compiacimento mettendosi a giocherellare con la catena d’oro.
Isotta la guardò inespressiva, presagendo la piega della partita. Pescò la sua pedina, la guardò disgustata e la gettò sul tavolo. «Tre bambù. È il terzo giro di bambù che faccio.»
«A me» esclamò Mafalda, appropriandosene e unendola al tris che aveva sulla stecca. Rovesciò il poker e guardò l’amica con aria appagata. «Ti lamenti di continuo, Isotta. E noi che dovremmo dire? Si era pronte alle tre, e tu invece…»
«Ancora? Ragazze, il vostro perbenismo è esasperante. Oltre al culo, s’intende: hai già fatto un poker e il tuo fiore l’hai già in stecca…»
«Perché parli al plurale?» intervenne la signora Gabriella con un brivido, dopo aver pescato un drago rosso che andò a far coppia con quello che aveva. Tenere i draghi era sempre la scelta migliore, anche se a Isotta non entrava in testa: ne aveva appena scartato uno verde. «Non capisco perché devi sempre mettermi in mezzo» aggiunse, gettando una pedina con sette bambù.
«Grazie, ancora bambù naturalmente…» Isotta pescò una pedina che non le serviva e la buttò in mezzo. «In realtà, mi sto convincendo d’essere in anticipo sui tempi…»
«Mio» trillò Mafalda raccogliendo il suo scarto: un sette cerchi con cui fece un tris che rovesciò sulla stecca.
«Ma che significa in anticipo sui tempi?» fece la signora Benedetti pescando a sua volta. La presa di Mafalda aveva fatto saltare il giro al gallese.
«Qui il gioco lo fate voi, come sempre» s’inacidì Isotta. «È solo una questione di modernità, Gabriella, lo sai».
«Cosa?»
«Il perbenismo, l’educazione cattolica… quello che vi hanno inculcato, insomma».
«Che ci hanno inculcato?» s’intromise Mafalda, facendo tintinnare i bracciali. «Perché, tu dove sei cresciuta, nell’islam?»
«Vorresti dire che io ho avuto un’educazione cattolica?»
«Che c’entra l’educazione cattolica, adesso?» La signora Gabriella tentò di recuperare i fili del ragionamento, mentre studiava la mossa da fare.
«Ragazze, siete voi ad aver avviato il discorso» insisté Isotta sbuffando. Quelle due andavano peggiorando, mai che capissero senza dover spiegare le cose dall’inizio. «E comunque, se avete avuto un’educazione borghese non è certo colpa vostra».
«Credo che la signora Isotta si riferisse al suo ritardo» intervenne Tevis, bonario. Di colpo si rese conto che continuava a tenere in stecca un esemplare del suo vento quando altri due erano già sul tappeto.
«Eh…» approvò Isotta. Per fortuna qualcuno ragionava, non per nulla era un ricercatore inglese con tanto di cattedra. «In pieno ventunesimo secolo, col mondo che va come va, state ancora a farmi notare un ritardo di mezz’ora?»
«Quaranta minuti» precisò Mafalda.
«Embe’? Non ho mica un figlio da andare a prendere, io. E nemmeno sto ad arrostirmi il culo alle Maldive, mi pare. Visto che devo stare in città, dovermi torturare anche con la questione degli orari… Alt, questo è mio». Fulminea, s’impossessò del drago bianco che Gabriella s’era decisa a scartare.
«Gabri, quello non dovevi metterlo giù, accidenti…» sbottò Mafalda. Oltre a vaneggiare, Isotta aveva appena fatto un poker di draghi bianchi, che insieme al raddoppio significava una valanga di punti. Doveva sbrigarsi a chiudere, se non voleva rischiare una cifra, mancava una pedina. «Comunque, non capisco che c’entrano i figli e le Maldive…»
«John, glielo spieghi lei, per favore» sospirò Isotta.
Tevis le guardò con preoccupazione il petto esuberante e il poker di draghi che aveva appena calato, poi conteggiò i propri punti: una miseria. Due scale da nulla e tre coppie che non riuscivano a farsi punteggio. «Mi sembra abbastanza chiaro» disse guardingo, aspettando di vedere la sua scartata. «Intendeva dire che è stressata perché non è ancora in vacanza, che non ha vincoli familiari che le impongono orari, e che quindi…»
«Ecco, ci voleva un inglese per tradurre il mio pensiero. Le sembra?»
«Veramente sono gallese» precisò Tevis, simulando cordialità. Quella petulante cominciava a dargli sui nervi, a parte le confusioni etniche.
«Certo, mi scusi. Anche se penso siate tutti una famiglia… o no?»
Tevis la squadrò alzando le sopracciglia, senza fiatare. Gli occhi gli si fermarono, le mani sulla stecca.
«Isotta, non dire bestialità!» la riprese Gabriella con un’occhiataccia. «Inglesi e gallesi son diversi come il giorno e la notte, come fai a non saperlo? Il dottor Tevis discende dai nativi britannici, mentre gli inglesi vengono da bande armate arrivate dalla Sassonia.»
«Caspita… tedeschi?» Isotta lo guardò stupita. «E vi hanno colonizzati?»
«Well…» articolò Tevis, indeciso, mentre l’altra tagliava corto:
«Comunque, da buon gallese, mi dica lei: le pare sensato doversi stressare anche per essere puntuali al mah-jong? Non le sembra una sciocchezza?» E senza attendere replica si concentrò per decidere cosa scartare. Aveva un drago rosso che non serviva a niente, ma metterlo giù era un rischio: sul tavolo non ce n’erano, ed era da illusi pensare che nessuno ne avesse pescati. Esitò, giocherellando con la pedina, finché decise eroicamente di gettarla nel mezzo. «Rosso» disse noncurante.
«Mio!» strillarono all’unisono le due amiche, causando a Tevis una scarica d’adrenalina.
«Io faccio un tris» disse la signora Gabriella, costernata. Aspettava quel pezzo dall’inizio, le avrebbe fruttato un raddoppio che, sommato a quelli del suo fiore e della possibile chiusura con tutti tris, avrebbe dato il punteggio massimo.
«A me invece serve per chiudere, quindi è mio» sentenziò radiosa Mafalda. «Mah-jong» aggiunse pacata, appropriandosi del drago e incrociando lo sguardo impietrito dell’amica che l’aveva scartato. «Dio mio, Isotta, calare un rosso a questo punto della partita… Ma quando imparerai?»

Miller’s Version. 5

Il latrato lacerò l’atmosfera ovattata della stanza. Il dottor Miller sbarrò gli occhi sugli stucchi del soffitto, appena rischiarati dalle fessure delle persiane, e continuò a urlare fino a sfinirsi, col trillo del telefono che non accennava a fermarsi.
Con uno sforzo riuscì a uscire dal buco d’ombra e a raggiungere il tavolino da notte. Colpì l’apparecchio con un pugno, poi con un altro, gridando e gridando ancora. Il telefono volò sul pavimento aprendosi in due, con la cornetta che finiva sotto il letto.
Si allungò con difficoltà respirando come un mantice, il sudore a bagnargli la faccia stravolta. Tentò di tirare a sé la cornetta, senza riuscirci, e tornò ad abbandonarsi esausto sul cuscino di piume. La confusione in testa era totale.
Porca miseria. Il terrore era ancora vivo, come se avesse quell’uomo davanti a sé.
Poi rivide la dottoressa Ghermandi.
Visualizzò la mascella tonda e gli occhi brillanti della bibliotecaria, le labbra carnose senza rossetto, il seno grande e compatto dal disegno accurato. Sfiorò l’immagine dei suoi fianchi larghi che la facevano sembrare una statua antica dipinta d’ambra. Un corpo morbido che voleva esser legato e poi sciolto, prima con le mani dietro la schiena, poi alla testiera del letto…
Oh, merda.
Un’orribile colata di calore cattivo e bruciante gli si sparse addosso, e attraverso il diaframma gli raggiunse il ventre.
Il letto. Un grande letto d’ottone. E poi i legacci.
L’incubo era vivido, era vero.
Appena si alzò, una piccola tempesta di dolori articolari lo fece mugolare. I gomiti, le ginocchia, la spalla, i tendini della mano destra fino ad arrivare al polso. Che diavolo era successo?
Raggiunse la sedia a capo del letto, dove aveva gettato i vestiti. Dalla tasca interna della giacca estrasse il telefonino, sospirò di sollievo, lo accese. Trovò anche alcune fotocopie spiegazzate che esaminò straniato, con un senso di nausea crescente.

TRIBUNALE DI G**
SENTENZA
Il Presidente del collegio giudicante presso il Tribunale di G**, dott. Dante Cappelli, all’udienza del 19.06.19** ha pronunziato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente
SENTENZA
Nei confronti di: 1) Miller Cesare, nato a…

Rimise i fogli nella tasca. Camminò a fatica fino al bagno, avvertendo dolori anche al collo. Aprì la finestra, fece entrare il sole e andò a guardarsi allo specchio.
Cristo.
Due righe parallele di crosta rossa gli attraversavano la guancia sinistra e scendevano lungo il collo, fino a lambire la scapola. Un’altra scendeva dalla base del collo fin quasi al capezzolo. Ne avvertì la presenza in quell’istante, un bruciore doloroso e sottile, sensibile al minimo tirarsi della pelle.

Al Caffè della Borsa, in mezzo agli ottoni e alle cromature dell’arredamento, tre copie dell’edizione straordinaria della Gazzetta passavano di mano creando capannelli e alimentando discussioni. I tavolini erano gremiti, non essendoci più spazio lungo il bancone di mogano.
BARBARO OMICIDIO IN UN APPARTAMENTO DI PALAZZO FANTINI
L’articolo che apriva l’edizione, sormontato dai caratteri di scatola del titolo, prendeva quattro colonne in prima pagina e proseguiva nella seconda, invadendo lo spazio destinato ai necrologi. Il resoconto indugiava sui particolari macabri del ritrovamento della vittima e su un rito sadomaso che si sarebbe consumato in camera da letto, con un mare di sangue che avrebbe allagato il pavimento come in un mattatoio.
In fondo a un varco che s’apriva dietro l’espositore delle paste, nella saletta dipinta di rosa con false stampe del Settecento, l’emozione si tagliava col bisturi.
«Una storiaccia, avvocato», commentò il tabaccaio fregandosi le mani come se facesse freddo. «Ha letto?»
L’avvocato Sassi si risistemò la giacca grigia che gli scivolava dalle spalle. Anche se sapeva tutto, il titolo gli diede un nuovo brivido.
Prese il cellulare e compose un numero.
«Oh, Cesarino, allora ci sei. È da un’ora che provo. Come? Ma che t’è successo?» Prese il giornale e ridiede una scorsa all’articolo. «Hai una voce da oltretomba…» Riprese a leggere di volata, zigzagando lungo le colonne di caratteri minuti. «Non sai cos’è successo stanotte» gli disse abbassando la voce. «Il giornale ha un titolone in prima pagina. La dottoressa Ghermandi…»
Il vocìo nel resto del locale si fece intenso, il suono familiare di piattini e tazzine sembrava alimentare il clima d’eccitazione. Sassi gli raccontò i fatti come li aveva raccolti, senza calcare sui particolari truculenti riportati nel giornale.
«Be’, alla fine è successo che l’indomito Vivarelli… Come chi? Il collega di piazza Verdi. Ma che hai? Eh, sei rimasto scioccato, lo capisco. Una storia sconvolgente. Un pezzo di figa come quella, tra l’altro… C’è da preoccuparsi davvero, è da un po’ che lo dico: qui non si sa più che sta succedendo».
«Comunque, Cesare, dicevo» riprese Sassi dopo un sorso di caffè. «Proprio stanotte, se ricordi, Vivarelli doveva affondare il colpo con la vedova Leoncini, l’ereditiera di Bertinoro. Beh, mi ha telefonato stamattina: sembra che la vedova l’abbia tenuto fra le lenzuola più di quattro ore. E quando l’hanno chiamato dalla questura era ancora nel primo sonno… Sì, l’hanno convocato in questura proprio per l’omicidio. Ascolta la storia». Finì il caffè, avido. «Vivarelli s’è appena addormentato più morto che vivo, quando un questurino lo sveglia perché c’è un indagato che deve completare l’interrogatorio. Lui subito non capisce, perché col patrocinio d’ufficio non c’entra più, e invece lo informano che risulta ancora negli elenchi del tribunale. Così si alza infuriato come un bufalo, con un’ora di sonno alle spalle, corre in questura e trova il vicequestore che ha appena dato una lavata di testa all’ispettore capo. Perché sembra che abbiano messo sotto torchio quel Celletti, lo spostato che va in giro col papillon… Sì, quello. Un testimone l’avrebbe visto intorno a casa della Ghermandi ieri sera. Capito? Cesarino, ci sei? Ci sei? Cesarino!»
Sassi aggrottò le sopracciglia inesistenti e strinse impaziente le labbra. «Sì, un testimone. Cazzo, se stai così male prendi qualcosa. Vuoi che ti porti le mie pastiglie? Non ti preoccupare, verrei volentieri… Vabbe’, come vuoi. Ad ogni modo, ti dicevo: hanno beccato questo Celletti. Così, per far vedere che non stanno con le mani in mano, hanno preparato una bella confessione e hanno cercato di fargliela firmare. Ma ci pensi? Far firmare una confessione a un seminfermo di mente…» Sassi trattenne a stento una smorfia beffarda. «Roba da matti. Il primo avvocato che arriva ne fa carta straccia in un batter d’occhio… Ma non è finita: il solerte ispettore capo, dopo non so quante ore passate a lavorarsi il pazzoide, ha dovuto fare una verifica e ha scoperto che ha un alibi di ferro».
Dall’altra parte si udì uno strano suono, come un tonfo sordo, poi il silenzio.
«Cesarino? Cesarino? Cesar…» L’avvocato tentò di riprendere la linea, ma inutilmente. «Porca miseria, gli è morto il telefono».
Scosse la testa glabra con una punta di dispetto e tornò a sfogliare il giornale, cercando i commenti interni. In terza pagina, incorniciata da un bordo nero, campeggiava una spietata analisi sull’escalation della criminalità cittadina, intitolata ORA BASTA:

Quattro omicidi dall’inizio dell’anno… un bel record, ancor più avvilente se si considera che l’Amministrazione comunale ha destinato la maggior parte delle sue risorse all’inspiegabile stravolgimento della viabilità cittadina. Enormi rotonde che spuntano come funghi, incomprensibili creazioni di sensi unici e inversioni nei sensi di marcia, stanno mettendo a dura prova la proverbiale capacità di resistenza della cittadinanza…

Nelle invettive dell’articolo di fondo si sentiva la mano del direttore del giornale, strenuo avversario della giunta e presidente del movimento autonomista, fautore della creazione d’una nuova regione di cui la città sarebbe dovuta divenire capoluogo.
Dopo una violenta tirata contro il sindaco, accusato di addebitare al Comune la sua messimpiega quotidiana e di usare il cerone per ravvivare il pallore delle guance, l’articolista passava a deplorare l’ultimo sperpero di denaro pubblico, rappresentato dalla costruzione della faraonica pensilina per gli autobus di fronte al palazzo delle Poste.

L’orribile dinosauro renderà memorabile l’attuale amministrazione per le future generazioni… Un magnifico esempio di megalomania coniugata con l’incompetenza urbanistica, uno schiaffo al buon senso e una beffa ai cittadini, che sotto l’altissima tettoia sorretta da colonne imperiali sono costretti a subire ugualmente, in caso di pioggia ventata, l’onta dell’acqua…

(5 – fine)

Miller’s Version. 4

Posò le mani sui tubi in ferro di un’impalcatura che dal cortile arrivava al tetto, protetta da una sottile schermatura di nylon. Ne sfregò la superficie ruvida e si guardò le mani imbrattate di polvere di cemento.
Non riusciva a capire. La situazione era talmente assurda da creargli dubbi inammissibili, al punto da diffidare della propria coscienza. Poteva averla legata senza ricordarsene? Impossibile. Ripensò al “nettare degli dèi”, la bevanda euforizzante che la Ghermandi gli aveva fatto bere prima di buttarlo sul letto. Un cocktail indiano, il succo di un’asclepiadacea mescolato a chissà che, un liquido fermentato e lattiginoso che sembrava latte di cocco, ma non ne era sicuro, miscelato ad altri sapori che non conosceva.
Si sporse a guardare di sotto. Lungo l’impalcatura correvano strette piattaforme di legno disseminate di sacchi di malta, cazzuole e secchi. Nessuna traccia di operai. Senza pensare, salì col ginocchio sul calorifero e scavalcò la finestra, atterrando sulla passatoia. Doveva farlo. Non c’era scelta. Doveva trovare un senso a ciò che stava accadendo, era impensabile assecondare la follia che s’era scatenata lì dentro. Bisognava raccogliere le idee, indagare, interrogare. Era lui che doveva interrogare, non i pazzi scatenati che volevano la sua testa.
Scese da un livello all’altro saltando le barriere di tubi innocenti, posando i piedi senza rumore, fermando il respiro a ogni sosta, in attesa di calpestii sospetti. Giunto nel cortile si guardò intorno. I lavori sulla facciata interna l’avevano trasformato in un cantiere caotico, dove ci si poteva nascondere facilmente. Passò dietro la betoniera, il capanno degli attrezzi, le cataste d’intelaiature, le carriole, i sacchi di materiale, i cumuli di mattoni.
Sbucò nella strada laterale che porta a piazza del Vescovado e si diresse a passi svelti verso il dedalo di viuzze prospicienti il centro. Prima di superare l’angolo, si guardò indietro ed ebbe un sussulto. All’altro capo della strada l’uomo allampanato col cappello nero, lo spolverino scuro e gli stivali lo fissava attraverso gli occhiali neri.
No. Non poteva essere. Non poteva. Uno sciame di aghi lo punse nel diaframma, in gola, dietro gli occhi.
Come vide l’uomo partire verso di lui in una corsa irreale, ingigantita dallo sventolio selvaggio dello spolverino, Miller si lanciò in fuga nel vicolo di fianco alla chiesa dell’Annunziata. Divorò i selciati a testa bassa, con le scarpe da golf che s’aggrappavano alle pietre come in un’arrampicata sulla roccia. Svoltò a sinistra, poi a destra, rasentò gli edifici medievali di via Giove Tonante, quelli di via del Fabbro, i vecchi depositi di strada Mecenate. L’aria gli s’insufflava in gola come in una tromba, le gambe mulinavano impazzite, gli occhi cercavano disperatamente una via di scampo. Percorse qualche centinaio di metri senza girarsi, finché raggiunse gli edifici che fanno corona alle Antiche Mura.
Sentì un colpo secco, seguito da uno sbriciolarsi d’intonaco nello spigolo che aveva appena superato. Si voltò atterrito a guardare i frammenti di muro che schizzavano per terra, e si buttò con un ringhio nel primo androne che trovò aperto. Richiuse il portone più piano che poté, si tuffò nella frescura da caverna e s’infilò nella scalinata di granito che portava ai piani superiori.
Al secondo pianerottolo provò a fermarsi. Le energie parvero abbandonarlo, lasciandolo accasciare come un sacco vuoto. Ansimò a lungo, cercando di riprendere coscienza, di decidere che fare. Ma non poteva restare lì. Quello aveva sparato, maledizione a lui, aveva sparato. Il terrore parve invaderlo fino alla radice dei capelli, come un bruciore soffuso che lo tormentava sotto la pelle. Non c’era tempo per pensare, doveva nascondersi subito.
Salì un’altra rampa con passi controllati, riprendendo più fiato che poteva, fino a una porta con una targa in ottone. Restò imbambolato, soffiando e risucchiando aria, a guardare il nome inciso con svolazzi sulla targa: Lara.
La porta s’aprì. Lo avvolse un leggero odore di cucina, insieme allo sguardo sorridente di una brunetta grassottella vestita di nero, con una scollatura che in altri momenti avrebbe promesso bene.
«È qui per l’appuntamento?»
«Sì». Lo disse senza pensare, quasi rantolando, e s’infilò dentro appena la donna gli lasciò un po’ di spazio.
«Non sia così agitato», lo rincuorò la brunetta. «Vedrà che rimedieremo tutto».
Lo guidò in un’anticamera poco illuminata, dove s’affacciava una sala da pranzo col pavimento ornato da mattonelle antiche. All’interno, due persone conversavano a bassa voce.
«È un po’ in anticipo» commentò lei. «Venga, si accomodi».
Lo fece entrare in una specie di ufficio, dominato da una nicchia con il simulacro di un’incomprensibile divinità paludata. Miller si sedette su una poltroncina imbottita finto Settecento, cercando di riprendere fiato. Un lungo divano damascato dominava la parete opposta, i velluti odoravano di polvere.
«Resti qui, torno subito».
La donna scomparve dietro una cortina che riprendeva le tinte della tappezzeria, accanto a un altorilievo di gesso fissato alla parete, tempestato di figure drammatiche in movimento. Erano mostri che lottavano in corpi d’animale e aggredivano donne nude, simili ai centauri del complesso statuario del tempio di Zeus a Olimpia. Zampe e braccia avvinghiavano con forza i fianchi e le cosce delle prede, afferravano seni e laceravano vesti per denudare la carne, resistendo ai colpi degli avversari corsi in difesa. Sui volti, un miscuglio di dolore fisico e rabbiosa libidine.
La brunetta tornò trascinando un carrello pieno di ampolle, scrigni, piccole ciotole e portaunguenti. Il dottor Miller la guardò quasi inespressivo, ancora impegnato a recuperare una respirazione normale.
«Si sente bene?»
«Mah, tutto sommato…» nicchiò il commercialista, sforzandosi d’interpretare la situazione. La donna aveva l’aria di una benevola fattucchiera. Una fattucchiera cicciottella e ancora giovane.
Lei lo studiò perplessa, in piedi accanto al tavolo ingombro di soprammobili e simboli esoterici. «Come le ho spiegato per telefono, la soluzione al suo problema non solo è possibile, ma è sicura. Lei, piuttosto, mi ha detto tutto o c’è qualcosa che ha tralasciato?»
«No, mi sembra di… di averle detto tutto. O almeno credo. Sa, a volte possono emergere cose che…»
«Capisco. Ma tenga conto che non tutti quelli che hanno un certo disturbo rispondono allo stesso modo. È una questione non solo fisica, ma anche di predisposizione mentale».
«Già». Miller si perse per qualche secondo negli occhi sorridenti dell’incantevole grassottella, poi scese a valutarle il volume dei capezzoli, gioiosamente induriti sotto la maglietta nera a maniche lunghe che le scopriva l’ombelico. Decise che le areole dovevano occupare un sesto della superficie dei seni, esibiti nei giusti rapporti di convessità e concavità.
La fattucchiera si mise a trafficare con perizia sul carrello, lambendo con le carni morbide la superficie vetrata del piano. «Non tutti quelli che vengono qui hanno bisogno della stessa cosa, come può immaginare. Ogni uomo è un caso particolare, e così ogni donna. La cosa che li accomuna tutti è una: la discrezione».
«Sicuro. La discrezione». Il fiatone era calato, la nebbia che gli velava la mente sembrava diradarsi, lasciando riemergere a poco a poco la drammaticità della situazione.
«Bene, ora veniamo al dunque». La brunetta mise sul tavolo un flacone, tre boccette e una tazza piena di sabbiolina color ocra. Poi si sedette. «Deve prendere un flacone di questi ogni mattina, a digiuno, e aspettare un quarto d’ora prima di far colazione. Poi, durante la giornata, assume venti gocce di ciascuna di queste soluzioni, in mezzo bicchiere d’acqua, insieme a un cucchiaino di polvere. Un cucchiaino scarso. La polvere non si scioglie, ma si mescola all’acqua e si beve. Lontano dai pasti».
«Lontano dai pasti», annuì Miller. Lo sguardo gli si annebbiò, la mente si mise a vagare alla ricerca di un bandolo.
«Dopo dieci giorni, stia sicuro, le erezioni ritorneranno. Come prima. Anzi, di più: sono ragionevolmente certa che le sue prestazioni raddoppieranno».
«Le erezioni». La guardò annichilito. Il respiro era tornato quasi normale.
Si grattò la mascella pensoso, con una sensazione di inconsapevolezza a volteggiargli intorno. Forse era arrivato il momento in cui la follia avrebbe davvero condotto il mondo a una deriva irreversibile. Gli obiettivi perdevano senso, i percorsi di ragionamento si facevano tortuosi e la ricerca della verità, anziché esercizio vitale, diventava uno sforzo penoso. A un tratto gli parve tutto chiaro: l’uomo non creava più il suo mondo, ma era il mondo, sotto forma di apparato creato da un folle, a forgiare l’uomo e a determinarne l’essere. Era una svolta epocale che poteva significare la fine della Storia. E dei valori, degli “scopi della vita”, come li definiva il Kamasutra: il dharma, l’artha e il kama, ossia la Legge sacra, l’Utile e l’Amore, la triade per eccellenza che l’uomo doveva coltivare nel corso della vita terrena.
«Tutto bene?» sondò la brunetta, incoraggiante.
«Sì…» disse Miller con un sorriso sardonico. L’improvviso squillo del campanello gli diede una scossa.
«Mi scusi». La donna si alzò e uscì nel vestibolo.
La sentì aprire la porta d’ingresso. Dopo un secondo, un tonfo violento, il grido della donna, un tavolino rovesciato e un vaso in frantumi sulle mattonelle. Miller schizzò d’istinto dalla sedia e fece per puntare verso la cortina mimetizzata nella tappezzeria, ma un poderoso calcio nei reni lo scaraventò a terra.
Si rotolò sul pavimento, reprimendo il dolore. Sopra di lui, torreggiante, l’uomo in nero lo guardava inespressivo. Sotto il cappello, il naso adunco sporgeva dagli occhiali impenetrabili, le guance erano tagliate nel marmo, il mento appuntito dava una strana piega alla bocca senza labbra.
«Ma chi cazzo sei?» gli urlò disperato.
«Chi cazzo sei tu» gli rispose la voce gracchiante dell’uomo. Pareva il suono di una spatola strofinata su un pettine d’acciaio. La sua mano destra s’infilò sotto lo spolverino e ne estrasse una pistola automatica, la sinistra avvitò un silenziatore nella canna e fece scattare il carrello. Poi la pistola scese a piantarglisi in fronte.
Miller esplose in un urlo di terrore furibondo. Non gli passò sotto gli occhi tutta la sua vita, ma solo una parata di mostri, di orribili infelicità, di ingiustizie feroci. Urlò fino a morire, fino a farsi uscire i polmoni dalla gola.

(4 – continua)

Miller’s Version. 3

«Caspiterina…»
L’ispettore capo Bracalenti sfogliava le pagine del registro, compilate in una grafia liquida e rotonda che andava allungandosi e inclinandosi con l’avanzare della cronologia.
«Perbacco…»
Il dottor Miller l’osservava stravolto dall’altra parte della scrivania lucida, nell’ufficio denso di fumo. Due alte finestre si spalancavano sul cortile popolato di cedri e abeti rossi, con un antico pozzo di mattoni nel mezzo.
«Gesù, Giuseppe e Maria…»
«Le sarei grato se mi risparmiasse i suoi commenti» azzardò il commercialista, sfiancato. «Non so se si rende conto, ma sta violando la privacy…»
L’ispettore lo incenerì con uno sguardo malevolo.L’attaccatura dei capelli gli partiva pochi centimetri sopra gli occhi distanti e piegati all’ingiù, la pelle del volto pareva scurita col caffè.
Tirò una boccata dalla sigaretta, consumandone un quarto. «È lei che non si rende conto, dottor Miller. Quella donna è stata quasi macellata. Ed è solo lei…»
«Che significa “solo io”? La vuol smettere con queste assurdità?» Non s’era mai sentito così vicino a un attacco isterico. «L’assassino può essere entrato in casa dopo che io ne ero uscito! E non legherei mai una donna al letto per abusarne, ho un’etica, io…»
«Guardi, su questo potrei anche crederle, vista l’accurata documentazione che ha raccolto.» L’ispettore tornò a sfogliare il volume, leggendo con un filo di voce i nomi riportati in cima a ogni pagina. «Ma tutto questo… lavoro, per così dire, fa pensare a una psicopatologia, sa? Un uomo che per trent’anni…»
Il dottor Miller si sforzò di fissarlo inespressivo, con la rabbia che gli premeva in gola.
L’altro sfoderò un sorriso beffardo. «Che fa, s’indigna?» Accorciò di un altro quarto la sigaretta, soffiandogli lentamente il fumo in faccia. «Lei mi preoccupa molto. Continuo a domandarmi se sia sano di mente…»
«Ispettore, non può continuare a insultarmi, se lo ficchi in testa». Il tono voleva essere perentorio, ma si risolse in un filo di voce. «E si può sapere quando arriverà il mio avvocato?»
Bracalenti fermò la mano a mezz’aria e lo fissò. Gli occhi scuri sembrarono trascolorare, il respiro s’approfondì. Si chinò in avanti e piantò i palmi sulla scrivania. «Farò finta di non aver sentito» sibilò. «A patto che mi spieghi una cosa: com’è possibile che un noto e stimato commercialista nasconda trattati di filosofia in mezzo ai tabulati?»
«Vorrei vedere lei,» si spazientì Miller. Tanto valeva dargli corda, chissà che non gli stemperasse l’atteggiamento bellicoso. «Lei forse non lo sa, ma si arriva a un punto in cui un’enormità di domande pretende risposta, e nessuno sembra accorgersene. La professione è arida, le leggi immorali, il conformismo ci soffoca… Per non parlare della totale incertezza del diritto. Le sembra un mondo decente? A un certo punto s’arriva a un bivio: o la perdizione, o il recupero di un’umanità che rischia di snaturarsi».
«Così ci si rifugia nella filosofia. Ma questo non migliora la sua posizione, sa?» Bracalenti parodiò un atteggiamento serio. «E mi spieghi, cosa sono “l’avvinghiarsi della liana, lo scalare l’albero, sesamo e riso, latte e acqua”? »
«Il Kamasutra è anzitutto un testo filosofico, ispettore. Checché se ne dica».
«Oh, non ne dubito».
«Fa il sarcastico?»
Gli occhi dell’ispettore tornarono a piegarsi all’ingiù. «Non si prenda troppe libertà, dottore. Qui il gioco lo conduco io. Almeno finché non arriva il magistrato». Sollevò con due dita il cellulare del commercialista, chiuso in una busta di plastica trasparente, e lo posò dinanzi a sé. «Lei lascia i telefonini in giro, e ha pure il coraggio di parlarmi di privacy. Non lo sa che ormai ogni comportamento privato è come se fosse pubblico?»
«Lo so, purtroppo. Con la massificazione dei singoli, ciascuno produce, riceve e consuma le stesse cose…»
«… e la massificazione, come la chiama lei, abolisce la differenza tra pubblico e privato. Così ciascuno s’illude di avere la privatezza, col finto riconoscimento della sua individualità. E invece», Bracalenti l’osservò spavaldo. «Anch’io mastico di filosofia, come vede. Ma ricapitoliamo. Lei andava alla Morelliana spesso negli ultimi tempi, ci siamo informati. Ignorava il cartello appiccicato a lettere cubitali, scavalcava il cordone che vieta l’accesso e andava a trovare la bibliotecaria.»
Fece una pausa, in attesa di un commento che non venne. «Quindi, dopo un periodo di corteggiamento, ha invitato la dottoressa Ghermandi a cena. Al Club Tinto. Poi siete andati a casa di lei a consumare. Lei le si è avvinta addosso come una liana e ha scalato l’albero. Poi, una volta coricati» continuò, scorrendo una pagina del registro, «avete incrociato le gambe facendo il sesamo e riso, e lei le si è seduta sopra facendo il latte e acqua.» L’ispettore mise mano al taccuino dove aveva ricopiato alcuni passi. «“Le varietà del bacio”», lesse ad alta voce. «“Per i baci, i graffi e i morsi non si dà un ordine stabilito, perché sono usati nei momenti d’eccitazione. Si bacia sulla fronte, sui capelli, sulle gote, sugli occhi, sul petto, sui seni, sulle labbra e nella bocca. Anche sull’inguine, sulle ascelle e nella zona sotto l’ombelico…”».
Tornò a fissare il commercialista. «Bene. Adesso lei si spoglia e mi fa vedere dove quella povera donna l’ha graffiata. Quando analizzeremo i frammenti trovati sotto le unghie del cadavere non avremo più dubbi. Ne conviene? Già abbiamo liquido seminale in quantità…»
«È naturale, abbiamo avuto un rapporto sessuale!» gridò Miller. «Ma non l’ho mai – ripeto, mai – legata al letto. L’ho lasciata a mezzanotte, perché oggi avevo il torneo di golf».
«Già, il torneo». Bracalenti s’alzò e tornò a osservare il suo abbigliamento. Le scarpe da golf bianco-marroni erano sporche d’erba, i pantaloni color corda gualciti, il pullover a trecce rivelava un alone sotto lo scollo a V.
Andò ad aprire il primo cassetto ed estrasse una busta beige con una sigla annotata sopra. L’aprì con studiata lentezza e la vuotò davanti agli occhi del commercialista. Erano fotografie a colori ingrandite. Gliele allineò davanti perché potesse guardarle.
Lo scempio che raffiguravano gli diede una mazzata al diaframma che gli tolse il fiato. Non poteva essere lei quella creatura scomposta, agganciata ai ferri del letto, la bocca spalancata in una sofferenza disumana, gli occhi rivoltati, i capelli strappati. «Cribbio…» esalò. La tensione gli esplose in un colpo, fece uno sforzo per reprimere la nausea, girò la testa di lato, cercò di controllare il respiro. Non poteva essere lei. Gli occhi gli si riempirono di lacrime.
«Miller, si rende conto che la sua versione è assurda? Chi mai può essere entrato dopo di lei e averla uccisa? La morte è avvenuta tra mezzanotte e le due. Quindi l’assassino dovrebbe essere intervenuto appena lei se n’è andato. Quindi, seguiva i suoi movimenti? Ha aspettato che lei se ne andasse per agire?»
«Sì! Ha suonato il campanello, e lei gli ha aperto credendo che fossi io. Così l’ha afferrata, tramortita, legata al letto e uccisa. Non vedo altra spiegazione. Sono stato incastrato, è evidente!»
«Incastrato? E lei sarebbe una persona tanto importante da giustificare un complotto così sofisticato? Ma andiamo, siamo in una città di provincia, anche abbastanza sfigata, a mio parere».
Il commercialista si prese la testa fra le mani. «Non è possibile, maledizione… Siete voi che state architettando un complotto…». Eccoli gli uomini-apparato, pensò con odio, i puri esecutori senza psiche, estranei a qualsiasi esito. Doveva immaginarlo che un giorno l’avrebbero fottuto. La loro competenza si limitava alla pressione di un pulsante, anche distruggendo la vita di un uomo. Vermi della terra, ecco cos’erano.
«No, dottor Miller, la questione è molto più semplice» riprese L’ispettore. «Io credo che stanotte con la Ghermandi sia successo qualcosa di storto. Che a un certo punto del rapporto questa donna le abbia creato un problema. Sì, perché nell’appartamento abbiamo trovato un documento che la riguarda». Finse stupore, sfacciato. «Ah, non gliel’hanno detto? Che sbadati, ci scusi. Dunque, abbiamo trovato un documento interessante che riguarda il suo passato. Un passato non troppo lontano. Non l’ho qui perché l’abbiamo consegnato al magistrato, la dottoressa Selvi».
Il dottor Miller si decise a sollevare la testa, smarrito.
«Questo documento, a ben guardare, fornirebbe un movente per il delitto. Lei l’ha cercato ma non l’ha trovato, ci scommetto. La direttrice della Morelliana l’aveva nascosto bene. E temo che con quello intendesse ricattarla. Perché voleva che si dedicasse solo a lei, senza nessuna distrazione». L’espressione era diventata di granito. «Un bel guaio, no? Forse pretendeva che la sposasse. O magari le ha fatto credere d’aver preso un contraccettivo e poi le ha rivelato d’aver accolto il suo seme proprio nel momento fertile. Perché la dottoressa Ghermandi aveva un debole, sa? Ce l’ha rivelato un’amica. Voleva farsi una famiglia. E voleva farsela con lei. Così ha azzardato una mossa sbagliata: ha svolto una piccola indagine, ha scoperto qualcosa che non doveva scoprire, e ha cercato di usarla per farle pressione. Per indurla ad accettare un legame…»
«Adesso basta!» Miller si erse come una colonna, spostando indietro la sedia. «Ispettore, chi si crede di essere? Voglio il mio avvocato, non intendo più sentire i suoi vaneggiamenti. Chiaro?»
«Si rimetta a sedere!» gridò Bracalenti picchiando un pugno sul tavolo. «Non tenti di creare diversivi, per la miseria, e non pensi di farci fessi! Lei…»
«Cesarino!» proruppe sgomento l’avvocato Sassi, lanciandosi nella stanza come se vi fosse stato spinto. La testa glabra gli luccicò nella luce delle finestre. «Che è successo?», lo raggiunse concitato, la borsa di pelle in mano.
«Era ora, cazzo!» esplose il commercialista. «Questo qui ha commesso una montagna di abusi…»
«Come si permette? Questo qui sarà lei, chiaro? Io non le ho mancato di rispetto, e non ho nemmeno…»
«Lei mi ha minacciato e calunniato, e ha pure cercato di sequestrarmi! »
«Non meni il can per l’aia, porca miseria! Smetta di prenderci in giro, o sarà peggio per lei!»
«Ecco, hai visto? Adesso si mette anche a intimidirmi: fa’ qualcosa, dannato leguleio, non star lì come una statua!»
«Finitela tutti e due!» strillò l’avvocato Sassi. La voce gli deragliò in falsetto e le vene sulla fronte si gonfiarono. «Ispettore, mi permetta di conferire col mio cliente. Possiamo usare la sala di là? »
Bracalenti assentì con un cenno del braccio, un’espressione durissima sul volto paonazzo.
L’avvocato prese Miller per il gomito e lo condusse nella stanza attigua. Una specie di sala d’aspetto con un consunto tavolo centrale e una manciata di sedie di plastica lungo le pareti. La porta era tagliata da una feritoia di vetro.
«Cesare… porco cazzo,» sussurrò Sassi con un ringhio. «Non puoi lasciarti andare così. Quelli fanno sempre i furbi, ma dovevi rifiutarti di rispondere e basta».
L’altro si mise a sedere e s’accasciò sul tavolo. «È assurdo. Tutto assurdo…»
«Ascolta, Cesare. Chi t’ha messo in questo casino? La faccenda mi sembra madornale. La dottoressa Ghermandi…»
Il dottor Miller non l’ascoltava più. Già vedeva i titoli della Gazzetta: Brutale omicidio in via delle Orchidee, noto commercialista indiziato. Restò a galleggiare in una sorta di straniamento, con gli echi delle parole di Sassi che gli rotolavano intorno amorfi, senza senso, persi nell’atmosfera grigia della stanza.
Rialzò la testa quando distinse la parola Sentenza.
«Cos’è questa sentenza di cui parlano?» Gli chiedeva l’avvocato.
Lo guardò confuso, senza sapere cosa rispondere.
«L’avrebbero trovata lì a casa sua. È vero? Cesare, mi senti?»
Miller continuò a fissarlo, le parole bloccate e un’espressione disperatamente interrogativa.
«Cesare, se non mi aiuti non so da dove cominciare…»
«È una dannata macchinazione».
Sassi restò assorto, cercando di riordinare le idee. «Se hai avuto una condanna, come hai fatto a iscriverti all’Ordine?» disse piano, come parlando a se stesso. Si sedette, mise la borsa sul tavolo e l’aprì. Appena si mise a trafficarci dentro, nell’ufficio attiguo si udì un piccolo trambusto.
Il dottor Miller scattò in piedi e corse a spiare attraverso la feritoia della porta. Il davanzale della dottoressa Selvi spuntò nell’ufficio e sussultò al suono della sua voce stridula che chiamava l’ispettore capo: «Se non si può fare altrimenti, venga lei. Tanto, per me è tutto chiaro». Il magistrato entrò nella stanza, accostò la porta e andò a sedersi. Doveva essersi truccata in fretta, constatò Miller, le linee scure che le marcavano il disegno degli occhi erano fuori misura, e così i contorni del rossetto. Non s’era nemmeno pettinata. In più, la mandibola era appesantita da un precoce doppio mento. La vide afferrare alcuni fogli che aveva nella borsa e indirizzare uno sguardo inferocito all’ispettore, dall’altra parte del tavolo. «Bene, vediamo di farla finita con questa seccatura. E scriviamo ‘sto verbale, che non ho tempo da perdere. Dov’è quello schifoso che ha ridotto una donna come una bestia da macello?»
«Di là con l’avvocato», si udì a malapena la voce dell’ispettore.
«Ah, l’avvocato? Bene… Andiamo avanti col garantismo, anche quando abbiamo a che fare coi maiali». La dottoressa riprese fiato, mostrando gli incisivi sporgenti. «Qui, vivaddio, siamo più costituzionali della Costituzione. Glieli avete mollati un paio di ceffoni, almeno?»
La risposta dell’ispettore capo, un grugnito incomprensibile, sembrò gettarle un’ombra sul volto irregolare. «Male, molto male. L’avevate fra le mani e non gli avete dato neanche una botta col manellone? Quello non lascia tracce, gli facevate uscire il brodo come ridere». Scosse la testa, inviperita. «Coglioni. Noi puliamo e voi sporcate…»
«Moderi i termini dottoressa», si risentì Bracalenti, fuori dalla visuale. «Questo è un caso bruttissimo».
«Entro stasera questa faccenda dev’essere risolta, chiaro?» troncò lei stridula gli occhi infossati in un’espressione malvagia.
Miller si ritrasse inorridito e guardò l’avvocato con un’esplosione nello stomaco. Un’onda di paura cominciò a percorrergli le gambe, l’inguine, il ventre, i polmoni. Come si permetteva quella pazza di pianificare la sua distruzione? Tornò a spiarla dalla fessura. S’era messa a scartabellare nella montagna di fogli che stazionava sulla scrivania, con l’assurdo tailleur color pervinca che le segava i fianchi e i seni madornali che rifiutavano d’assumere una forma precisa. «Giancarlo…» implorò atterrito.
«Calmati, Cesare. Adesso chiariamo…»
«Subito, bisogna chiarire! Che stai facendo?»
«Te l’ho detto, sto facendo due conti. Non mi hai ascoltato? Dai documenti si vedono chiaramente la congestione sanguigna alla testa e il solco lasciato sul collo di quella poveretta. Sembra strangolata con un laccio, dio bono. Adesso devi dirmi tutto».
«Tutto cosa? Sono stato con lei, è vero, ma l’ho lasciata viva. Viva, capisci?»
«Non ti scaldare, non alzare la voce. Di là vogliono la tua testa, te ne sei accorto?»
«Appunto, brutto scemo! Fa’ qualcosa!»
«Cesare». Il volto dell’avvocato s’indurì. Gli occhi color cesio gli si ficcarono dentro come punte di pietra. «Torna in te, ti scongiuro. In questo momento non possiamo aggiustare niente, ci serve tempo. Dobbiamo riflettere. La polizia non intende crederti, questo è chiaro, e tu hai lasciato troppe tracce sulla scena del delitto. Tenteranno di accollarti tutto, secondo la regola del minimo sforzo. Loro avranno fatto il loro dovere, e salveranno pure la faccia».
«Ma l’hai vista, quella dannata cicciona? Hai sentito che dice?»
«La dottoressa Selvi? Dio ci salvi. Non mi ci far pensare». L’avvocato scosse la testa, tornando a impugnare la matita con la quale aveva tracciato uno specchietto su un bloc notes. «Lasciami raccogliere le idee, ti prego. Dunque. Quando analizzeranno i fluidi, vedranno che sono tuoi. Le impronte, idem. L’accusa riuscirà a far convalidare il fermo, e nel frattempo dovremo trovare le prove a discolpa. In fretta, però. Più tempo passa, peggio è. Lasciami pensare… Nella peggiore delle ipotesi, si tratterà di calcolare la pena…»
«Come sarebbe?»
«Taci un attimo, per favore. Facciamo un po’ di conti. Alla pena base di trent’anni dovremmo riuscire a far applicare le attenuanti: si è certamente trattato di un gioco erotico in cui la donna era consenziente. Anzi, è stata lei a volersi far legare, e lo strangolamento è stata una fatalità. Quindi avremmo uno sconto di un terzo.»
«Giancarlo, tu vaneggi…»
«Lasciami finire il ragionamento, cazzo. Devi calmarti, hai capito?» La matita riprese a correre sul foglio. «Se poi otteniamo anche le attenuanti generiche, potremmo avere un altro sconto fino a un terzo: scenderemmo a tredici anni e mezzo». si fermò col naso in aria, stendendo e contraendo le dita. «Se poi chiediamo il rito abbreviato, abbiamo la pena ridotta d’un altro terzo, così arriviamo a otto anni e mezzo. Da qui al processo non può passare meno di un anno, che si può trascorrere tranquillamente agli arresti domiciliari. Nella peggiore delle ipotesi, anche se la pena diventasse definitiva, si può far richiesta di affidamento al servizio sociale: col tempo che il tribunale di sorveglianza ci mette a rispondere, finisce che resta da scontare una sciocchezza…»
«Tu sei pazzo». il dottor Miller fu sopraffatto da un accesso di nausea. «Mi sento male, Giancarlo, aiutami… C’è un bagno, qui?»
«Cesare… càlmati. Vieni, t’accompagno». Uscirono sul corridoio. Proprio di fronte, la porta delle toilette. «Vuoi una delle mie pastiglie?»
«No, grazie, non ora. Prima vediamo se mi passa».
Si fece lasciar solo e andò a chiudersi in un bagno abbastanza ampio, la cui finestra era ricavata suddividendo una delle vetrate che davano sul cortile della questura. S’affacciò a respirare l’aria asciutta del pomeriggio, appena mossa da un alito di vento. Le frange dei cedri si dondolavano pigramente, accompagnando un flusso di pensieri disordinato e incomprensibile. Dove si trovava? Era in un sogno? Il suo avvocato era diventato deficiente? Era tutto un complotto?

(3 – continua)

Miller’s Version. 2

Come diavolo era potuto accadere? Come? L’aveva lasciata a mezzanotte, ed era viva. Ce l’aveva in mente come l’inquadratura di un film: dormiva supina, la bocca dischiusa sugli incisivi sviluppati con cui gli aveva scavato le spalle e il petto, dopo averlo impegnato nella durissima battaglia della lingua. Il respiro le sollevava il petto vasto e preciso, un lembo del lenzuolo a coprirle il ventre.
E adesso? Quante impronte ci aveva lasciato? Chi poteva essere stato? Perché?
Miller guidava la Range ipnotizzato, serpeggiando nel traffico denso del sabato pomeriggio. S’infilò in Piazzale Bernini, una specie di velodromo ellissoide in cui le traiettorie di auto, moto, furgoni e treruote s’incrociavano in un rombare selvaggio. Intorno, una parata di edifici in faceva da corona all’obelisco infisso nella lunga aiuola centrale.
Dunque: ho toccato la bottiglia di Martini, si mise a computare, il bicchiere da cocktail, gli oggetti nel mobiletto del bagno, la ciotola delle olive. E poi, il barattolo del miele che le aveva sparso sui capezzoli di fragola. E poi…
Porca miseria. Miseriaccia boia e schifosa. Una bicchierata di liquido seminale, ci aveva lasciato.
Un calo improvviso della pressione lo lasciò con le stelline negli occhi, ma fortunatamente era arrivato. Parcheggiò di sghimbescio accanto all’edicola, cercò di recuperare la vista e aprì il vano portaoggetti per prendere il cellulare. Frugò fra le carte, fra i dischetti, dietro gli occhiali e sotto il blocco dei documenti dell’auto. Niente.
Lo cercò nelle tasche del giubbotto di renna sul sedile posteriore, nelle tasche dei sedili e in quelle degli sportelli. Dov’era finito? Dove cazzo era? Dove poteva averlo lasciato?
Scese dall’auto bianco come uno straccio. Restò seminascosto dietro la propaggine dell’esposizione di giornali, scrutando sospettoso l’ingresso del vecchio palazzo color ocra, incerto se muoversi.
Dove aveva lasciato il cellulare? Se l’aveva dimenticato a casa, era a cavallo. Anzi, non lo era per niente. Ma che cazzo gli passava in testa? Dio, che disastro, che sventura, che situazione pazzesca…
Fece per muoversi, ma quel che vide lo bloccò. Si chinò fino a sparire, lasciando solo il campo per gli occhi. Un tizio allampanato in spolverino scuro, occhiali scuri, cappello nero a falda, pantaloni scuri e stivali neri passeggiava poco distante, con un’andatura così lenta da non esser naturale. Fingeva noncuranza, ma si capiva che attraverso le lenti stava spiando il portone tempestato di chiodi.
Chi cazzo era, quello? Non l’aveva mai visto in città, mai. Che ci faceva lì? Chi lo mandava? Chi stava controllando?
Miller restò a spiarlo per alcuni minuti, finché quello estrasse dalla tasca dello spolverino un giornale, lo spiegò e ne aprì le grandi pagine, nascondendovisi dietro. Appena lo vide allontanarsi passeggiando, apparentemente immerso nella lettura, Miller scivolò dal suo nascondiglio, guadagnò l’altro lato della strada e raggiunse l’ingresso del palazzo rasentando i muri. In due secondi aprì il portone e sparì, tuffandosi nella frescura della galleria che portava in cortile. Salì per lo scalone fino al primo piano e s’infilò in casa.
Nella penombra del corridoio, i colori della vetrata liberty che delimitava la zona notte rilucevano caldi, ravvivando il mogano dell’armadio a muro che fronteggiava l’ingresso. Lungo le pareti un elenco di ritratti di famiglia, col tavolo Biedermeier a sorvegliare l’entrata della sala da pranzo.
Miller la raggiunse per andare a sbirciare dalla finestra, in cerca dell’uomo vestito di scuro. Eccolo lì. Era tornato indietro, col giornale ripiegato, e ora allungava lo sguardo verso le sue finestre. Verso le sue finestre! Ma che diavolo voleva?
Disperato, passò in rivista il contenuto nella ciotola di porcellana, dopo averlo rovesciato sul lungo tavolo impiallacciato in acero. Del telefonino, nessuna traccia.
«Cazzo!» sbraitò. Non poteva averlo lasciato da lei. No, non poteva. Era impossibile, impossibile, impossibile.
Aprì le credenze e smosse le file di piatti decorati, i bicchieri di cristallo, i bicchierini da liquore, in una ricerca assurda e inconcludente. Quella era l’unica stanza in cui era abituato a lasciare le cose tolte dalle tasche o dalla borsa. Corse in cucina e la mise a soqquadro, poi passò in camera da letto, poi esplorò il bagno. I piani d’appoggio in corridoio erano assolutamente sgombri. Le altre stanze non le utilizzava, praticamente erano chiuse.
Sedette su una poltrona imbottita accanto all’armadio a muro, si sforzò di mettere ordine nei pensieri. Avrebbe voluto cadere in un sonno felice, senza sogni e senza risvegli, ma le immagini degli oggetti che aveva toccato, delle cicche di sigaretta, dei fluidi che aveva seminato gli rimbalzavano selvaggiamente in testa.
No, il telefonino non poteva che essere nel suo studio. Doveva avercelo lasciato quella mattina, senza dubbio.
Poi gli venne in mente il registro.
Il pelame della schiena gli si rizzò fino alla nuca, con una fiammata che dallo stomaco gli arrivò fino in gola.
Il registro. Ci aveva annotato il nome della Ghermandi proprio quella mattina, quasi il coronamento di trent’anni di attività amatoria. Un documento fondamentale, la testimonianza di una vita, con le avventure, le impressioni, le implicazioni filosofiche.
Doveva farlo sparire, assolutamente. Subito. Era già inguaiato, non poteva far precipitare la situazione. Raccolse le sue cose e fece per uscire, ma tornò alla finestra per controllare la strada. L’uomo in nero non si vedeva, forse avrebbe potuto approfittarne per andarsene.
Scese nell’androne, rischiarato dalla luce del cortile soffusa attraverso la vetrata. Mise il naso fuori dal portone, diede un’occhiata e partì di corsa verso la macchina. Vide l’uomo spuntare dietro la rivendita di giornali proprio mentre faceva retromarcia, e quando partì sgommando l’osservò dallo specchietto esterno. Il beccamorto aveva allargato le braccia per la sorpresa e s’era lanciato di corsa verso il parcheggio.
Quello cercava proprio lui, non c’erano dubbi: forse era l’assassino, e allora tanto valeva tirarselo dietro, intrappolarlo da qualche parte e ammazzarlo di botte.

Raggiunto l’ultimo gradino, il dottor Miller si fermò per riprendere fiato. S’afferrò alla ringhiera, guardando le lastre in travertino del pianerottolo scivolare oblique verso destra, in un’orribile illusione ottica. Il cuore gli pulsava nelle tempie con colpi rapidi e pungenti, per qualche secondo la vista gli si annebbiò. L’agitazione e la corsa l’avevano quasi ammazzato, la confusione che gli girava in testa non gli dava tregua. Il beccamorto non s’era visto, forse era riuscito a seminarlo.
Attese che il campo visivo si stabilizzasse, inquadrò la porta dello studio e vi si diresse deciso. Con precisione millimetrica infilò la chiave nella toppa, ma la porta s’aprì con la semplice pressione. Non era chiusa.
Entrò circospetto, col fiato sospeso. La luce dell’ingresso era accesa. Non c’era segno di effrazione sulla serratura: gli ultimi a uscire, quella mattina, dovevano essersi scordati di chiudere. Maledizione, anche quello ci mancava…
Col cuore a mille s’allungò verso l’ufficio delle impiegate e diede una sbirciata attraverso la porta socchiusa: la stanza era buia. Anche il secondo e il terzo ufficio erano vuoti, non c’erano né Zanzani, sempre annidato con pizzette e panini tra i cumuli di pratiche della sua scrivania, né il dottor Sirri, il giovane dall’abbronzatura permanente e le camicie col monogramma ricamato. Ma le luci, stranamente, erano accese.
Quando entrò nel suo studio, avvertì un lieve capogiro. Lo stress lo stava invadendo completamente, sembrava volerlo schiantare. Dentro, il buio quasi totale. Le persiane erano chiuse, gli scuri accostati, e strane ombre sembravano prendere forma intorno alla lama di luce che entrava dalla soglia. Entrò guardingo e fece per accendere la luce, ma al posto dell’interruttore le dita trovarono la superficie levigata d’una piccola libreria. Si fermò perplesso. Cercò l’interruttore nelle vicinanze, senza trovarlo, e s’avviò verso il centro della stanza per accendere la lampada sulla scrivania. Dopo due passi le ginocchia urtarono contro un ostacolo, duro e spigoloso, che lo fece cascare in avanti con un urlo soffocato.
Al centralino, il telefono squillava. Miller si rimise in piedi a fatica, cercando d’orientarsi. «Che cazzo sta succedendo?» mormorò, guardandosi intorno. Le sagome imponenti che s’indovinavano nell’oscurità sembravano circondarlo minacciose. Assottigliò lo sguardo per capire dove si trovava, e decise di andare ad aprire una delle due finestre. Si chinò per scavalcare uno strano oggetto che ostruiva il passaggio, ma qualcosa di durissimo gli sbatté sulla fronte, facendolo cadere all’indietro contro le sporgenze d’un appendiabiti.
Sputò quattro parolacce rabbiose. Gli occhi cominciavano a distinguere i profili degli oggetti disseminati nella stanza, senza riuscire a individuarne una geometria plausibile. Decise di muoversi a tastoni, in cerca di un varco per raggiungere l’altra finestra. Non percorse nemmeno un metro che inciampò in un cestino per la carta. Saltellò affannato fino alla scrivania, che scoprì in posizione perpendicolare a quella solita, buttò il braccio in avanti per cercare la lampada da tavolo ma urtò contro qualcosa di metallico e pesante, che si mosse con un brontolio sinistro.
Un terribile presentimento cominciò a farsi strada, coprendolo di sudore. «Il registro…» gorgogliò disperato.
Il telefono continuava a squillare. Miller s’impose di mantenere la calma e si mosse verso l’armadio libreria alla parete opposta. Zampettò attento a ogni possibile ostacolo, fino agli sportelli che teneva rigorosamente chiusi a chiave. Non c’erano segni di forzatura, tutto sembrava a posto. Ansimando, infilò due dita sotto la cintura, estrasse la chiave da un taschino nascosto e aprì le antine con mani tremanti.
«Ah, perdiana…» sospirò, mentre un’onda di sollievo lo riempiva come una bottiglia vuota. Mise le mani sul grosso registro legato coi nastri e lo strinse al petto, soffiando di soddisfazione.
«Dottore, è qui?»
Il telefono aveva cessato di squillare e la luce s’era accesa. Sulla porta, una donnetta biondo-grassoccia alta un metro e quaranta lo squadrò da sopra gli occhiali di metallo, increspando la fronte nell’espressione da un furetto.
«Mirella, la luce…» bofonchiò Miller, «come hai fatto ad accendere la luce?»
«C’è un interruttore anche fuori, sul corridoio…»
«Fuori?» Se n’era completamente scordato.
Nella stanza sembrava esser passato un ciclone. La scrivania era girata e le sedie vi erano accatastate sopra, una libreria era stata vuotata e spostata da una parete all’altra, le cassettiere ingombravano i passaggi, due attaccapanni erano piazzati di traverso come cavalli di frisia, alcuni cestini per le cartacce se ne stavano in giro.
«Dottore…» la voce di Mirella s’era trasformata in un lamento, come se stesse per piangere, «io non ho colpa, è che…» la sua figura grottesca lo guardava incredula, col sederone impennato indietro e le manine paffute a reggere un mazzetto di fogli.
«Dottor Miller?» un agente di polizia in divisa blu spuntò alle spalle dell’impiegata e portò la mano alla visiera. «Buonasera. Sovrintendente Masi. Ci scusiamo, ma abbiamo dovuto eseguire una perquisizione. È stato richiesto il procedimento d’urgenza, l’ispettore Bracalenti le spiegherà tutto.»
«Ho cercato di avvisarla, dottore» piagnucolò l’impiegata, «il suo cellulare era spento, e non sapevo dove fosse…»
Lo raggiunse premurosa, cercando di prendergli il registro dalle mani.
«Ferma!» Miller lo strinse a sé con entrambe le braccia, stravolto. Gli occhi sembravano volergli uscire dalle orbite.
«Quello può darlo a me, dottore» si fece avanti l’agente, in tono neutro.

(2 – continua)

Miller’s Version. 1

Golfplayer

Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare questo è mio e trovò persone abbastanza ingenue da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante uccisioni, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, siete perduti.
Nel rileggere il celebre passo del Discorso di Rousseau, il dottor Miller provò lo stesso brivido della prima volta. La nascita della proprietà privata era stata la tomba, l’ultimo termine di quell’uguaglianza fra gli uomini che aveva fondato il loro stato di natura fin dalle origini. Da lì, il terribile artificio della società civile avrebbe afflitto l’umanità per millenni.
Il dottor Miller sfogliò il manuale di storia del pensiero politico, pieno di sottolineature. Seduto alla scrivania intagliata, sotto il cerchio di luce della lampada art nouveau, finì di vergare alcuni appunti sui margini della pagina. L’atmosfera nell’ufficio era soffusa, resa accogliente dalla libreria carica di volumi che occupava due pareti. La luce del pomeriggio vi entrava attenuata, dispersa tra lo scalone e i loggiati del palazzo settecentesco di largo dei Giudici. Nelle altre stanze quattro impiegate e un giovane commercialista operavano freneticamente ai terminali. Mucchi di denunce dei redditi e bilanci aziendali andavano chiusi entro il mese, e si era alle battute finali.
Riprese a sfogliare il volume e si fermò alle pagine su Erasmo da Rotterdam, anche lui pensatore moderno, sensibile ai disordini politici e alle piaghe sociali. Una specie di eroe europeo del Rinascimento: aveva studiato a Parigi, viaggiato in Inghilterra, dove era amico di Thomas More, aveva abitato a Basilea e a Friburgo in Brisgovia. Affermava che l’unico modo per restituire l’umanità a se stessa fosse il ritorno ai valori cristiani, e che la prima condizione per la felicità pubblica era la perfezione morale del principe regnante. Grande nemico della guerra, sosteneva che non si facesse per necessità, ma fosse causata dalle passioni umane più vili, come la brama di gloria, l’ambizione, la cupidigia…
Lo squillo dell’interno lo restituì alla realtà: Mirella aveva in linea l’ingegner Padovani della Padma S.p.a., per l’approvazione del bilancio. Con un sospiro, attese cinque secondi per riorganizzare i pensieri, premette il pulsante ed esordì col suo vocione: «Buonasera ingegnere…».

Il riflesso del sole sul lastricato era quasi accecante. Con gesti misurati, il dottor Miller inforcò i rayban, abbottonò la giacca di Burberry’s e infilò sotto il braccio il manuale di filosofia politica nascosto nel fascio di quotidiani. S’avviò inspirando l’aria tiepida, guardandosi intorno. A quell’ora la fauna era delle più ordinarie: impiegate di avvocati, notai, medici e dentisti, madri di famiglia ottuse dalla routine coniugale, mocciose dall’aria poco intelligente che trascinavano i passi dentro scarpe assurde. Di fronte alla sede del giornale, la figura dimessa dell’avvocato Sassi lo distolse dai pensieri. Il dottor Miller si fermò a guardarlo dal suo metro e ottantacinque, gelido, mentre quello caracollava con la cartella di pelle tenendo gli occhi sul selciato. La giacchetta inqualificabile gli pendeva dalle spalle come su una stampella, mentre i calzoni color corda gli si stazzonavano addosso in modo desolante. Come lo vide, l’avvocato si bloccò sul marciapiede; Miller lo esaminò con espressione critica, partendo dalla testa pelata e scendendo fino ai piedi calzati di mocassini di cuoio.
«Vaffanculo, Cesare» lo salutò Sassi, muovendo appena le labbra a bocciolo. La faccia glabra gli conferiva un aspetto bambinesco, accentuato dal broncio. «Tu e i consigli che vai a dare a quello stronzo di Padovani,» seguitò ad apostrofarlo, «sempre sbagliati. Per quel dannato rimborso abbiamo sputato sangue…»
«E che t’aspettavi? Lo sai quanto valeva quel capannone?»
«Cinque anni dietro a ‘sta causa, Cesarino!» sbottò Sassi, esasperato. «Se tu l’avessi convinto a transare quand’era il momento… Ora fa pure l’incazzato e mi contesta la parcella».
Si reincamminò dondolando, seguito a qualche metro da Miller. «Padovani si arrabbia sempre, è il suo sport preferito» minimizzò il commercialista. «In ogni discussione deve fare il suo recital. Deve confermare che è il più forte, sempre: non oso immaginare che s’inventerà, per vincere il trofeo» concluse, osservando alcuni esemplari di ginofauna che vagolavano sul marciapiede.

Visto attraverso i platani, il fairway somigliava a un pascolo falciato di fresco, per giunta da una mano inesperta. Il dottor Miller non aveva potuto fare a meno di constatarlo per l’ennesima volta. Non c’era nulla che ricordasse le dolci sinuosità del Gardagolf Country Club o delle Betulle di Biella, piuttosto un susseguirsi di saliscendi mal disegnati che gli facevano tornare in mente i giardini pubblici dove giocava da bambino.
Stringendo il manico della mazza, fletté le ginocchia, torse il busto e provò lo swing. Le altre coppie di golfisti si sgranavano a distanze regolari lungo la distesa verde. I due giocatori più lontani apparivano figurette colorate che si muovevano in maniera scomposta, come in una furiosa discussione. Il dottor Miller li adocchiò con disappunto, mentre si preparava al tiro. Doveva essere l’ennesimo litigio tra l’assessore Franzoni e il ragionier Ricci del Centro carni. Probabilmente uno dei due stava rallentando il gruppo o, peggio ancora, aveva tirato la pallina sulla coppia che stava davanti, rischiando di colpire qualche testa.
Miller respirò lentamente, dominando il velo d’ansia. Da tempo s’era arreso all’evidenza: il golf era una specie di via Crucis a diciotto soste, in ciascuna delle quali si giungeva a una morte simbolica e alla conseguente resurrezione. Solo la capacità di sopportare, unita alla consapevolezza di sé, poteva condurre al riscatto finale.
Pulì la pallina, la posizionò e si preparò al tiro, maneggiando con scioltezza il ferro che aveva estratto dalla sacca. L’avvocato Sassi, poco distante, gli teneva piantate addosso le sue iridi grigie. «Allora, Cesare, posso parlare? È una cosa importante» gli disse con un filo di voce.
«Aspetta un attimo, cribbio». Il percorso di gioco non era facile: fatto più per colpitori dalla distanza che per rifinitori, e le sue pendenze erano spesso traditrici. «Lasciami saltare il laghetto, prima.» Il tiro era impegnativo, e le chiacchiere di Sassi non facevano che distrarlo. La cosa importante era non far funzionare troppo la parte sinistra del cervello, quella analizzatrice, in modo da ottenere la giusta distensione muscolare.
Davanti a loro l’avvocato Vivarelli e l’ingegner Padovani avevano superato l’ostacolo e stavano avvicinandosi alla buca. Proprio una bella coppia, considerò Miller di sfuggita. Il sedicente seduttore insieme al guru delle costruzioni, soprannominato caterpillar per la cattiva abitudine di avanzare per conto suo dopo aver colpito la pallina, come se gli altri non esistessero. Il primo non faceva che considerare il golf una prestazione fallica, con la buca-vagina e la pallina prolungamento ideale della mazza; il secondo era condizionato dall’imperativo di vincere anche a costo di barare. Alle loro spalle altre coppie di giocatori si muovevano sul tracciato, a tratti la brezza ne trasportava le voci.
Il dottor Miller impostò lo swing. Gambe flesse, spalle dritte, sedere leggermente all’indietro. La pallina, piazzata all’altezza del tallone destro, completamente a fuoco. Serviva la massima concentrazione: la stanchezza pesava implacabile. E quella sera l’attendeva l’appuntamento galante con una quarantaseienne di Villa Rovere, tettuta e scattante, per giunta bionda naturale: una rarità.
Il commercialista inclinò impercettibilmente le anche verso destra, mantenendo le braccia morbide e controllandone l’assetto rispetto alla linea di volo. Inspirò a fondo, gli occhi sulla pallina, ruotò il corpo, pilotando con la spalla sinistra la salita del bastone fino a tenerlo orizzontale, poi spostò le anche e abbassò vigorosamente le braccia.
Il colpo fu secco e preciso. Il compagno quasi non riuscì a vedere la pallina, distratto dal lamento dell’aria tagliata. Miller, statuario, le mani alte e il peso del corpo sulla gamba sinistra, restò a osservare l’obiettivo.

Oltre il laghetto, seguendo con gli occhi il volo preciso della pallina, l’ingegner Padovani tradì un’ombra d’inquietudine. Accanto a lui, alto e massiccio, i capelli brizzolati sulla fronte, l’avvocato Vivarelli fece alcune prove di tiro, cercando la lucidità per colpire bene la palla e farle percorrere i metri. Sentì lo sguardo torvo dell’ingegnere, ma non vi diede peso. Considerato l’ottimo colpo messo a segno da Miller, non c’era da meravigliarsi, Dio sapeva quanto Padovani ci tenesse a quello stupido trofeo. Ormai era un uomo aberrato, pronto a sacrificare al golf non solo la moglie, ma anche l’amante: un caso patologico. Vivarelli chiuse gli occhi e vuotò la mente dai pensieri. Si concentrò sulla cadenza, sulla respirazione, sulla tensione muscolare.
Riaprì gli occhi e si focalizzò sulla buca, controllando la sudorazione delle mani. Sul campo da golf, insegnava l’istruttore, non esistono buche belle o buche brutte, ma solo buche che devono essere giocate. E la pratica gli aveva confermato questa verità, la stessa che lui applicava ai rapporti con le donne. Tutto stava nell’abituarsi a un training mentale appropriato: visualizzare e analizzare la situazione, proiettarsi nel bersaglio, giocare il colpo e assaporare il successo. Alla terza prova, il bastone fece un’oscillazione perfetta, disegnando un cerchio nell’aria. Ma quando affrontò il tiro, lo swing difettoso gli fece precipitare le braccia e perdere l’equilibrio al momento della risalita: barcollò vistosamente, con la palla colpita troppo e sparata verso destra.
L’avvocato s’asciugò stizzito il sudore che in pochi secondi gli aveva coperto la fronte. Si girò e vide, a ottanta metri, il collega Sassi e il dottor Miller che discutevano con le mani sui fianchi. «Che fanno, quelli?» ringhiò, prendendo un fazzoletto dalla tasca. «Così rallentano il gioco. »
«È quello che dico anch’io» bofonchiò indispettito Padovani, calcandosi il berretto sulla testa. A dispetto dell’ora pomeridiana il sole scaldava, forse perché la brezza era calata. E quei due allocchi continuavano a parlare e a fissarli. Che cazzo si dicevano? Padovani sentì l’ennesima onda di nervosismo salirgli lungo l’esofago e arrivargli in gola. Non appena impugnò il bastone, riconobbe chiaramente i sintomi dell’angoscia: tensione muscolare, lieve tachicardia, respirazione accelerata. Soffiò fuori l’aria e cercò di controllarne l’ingresso, tornando a guardare i due.
Gli echi di una discussione furono improvvisi, come se fosse scoppiata in quel momento. A una sessantina di metri, in mezzo all’erba del rough, le figure dell’assessore Franzoni e del ragionier Ricci gesticolavano animatamente, muovendosi a scatti e chinandosi di tanto in tanto a scandagliare il terreno. Uno dei due doveva aver perso la pallina e non voleva rinunciare a recuperarla, facendo infuriare l’altro perché bloccava il gioco. Un brutto affare, considerò Vivarelli, per Franzoni perdere la pallina era come perdere la moglie, un vero choc psicologico.
Mentre il giudice correva a sedare la lite, l’ingegner Padovani fece partire il suo colpo. Una battuta precipitosa, forte e tesa, con una linea di volo malignamente deviata verso l’erba alta.

Il dottor Miller, pallidissimo, si ritrovò madido di sudore. Faticò a riprender fiato, dopo la raffica di martellate che gli si era abbattuta nel petto.
«Giancarlo, credo di non aver capito. Per favore, ricomincia da capo…»
«Diamine, Cesare, è la Ghermandi, la direttrice della Biblioteca Morelliana…»
«Questo lo so! Ma… Quando l’hanno trovata?»
«Stamattina alle otto. La domestica, che ha la chiave. Stava completamente nuda, pare senza ferite, ma col collo segnato dallo strangolamento. Una cosa orribile. Il vicequestore non ha detto altro».
Miller smise di respirare. Restò con la bocca semiaperta, lo sguardo perso oltre la fila di pioppi che delimitava il campo.
«Cesarino…»
«Sì». Il dottor Miller parlò macchinalmente, senza accorgersene. Con la mazza penzoloni abbandonò la posizione e s’avviò verso il gruppo di litiganti, che negli ultimi minuti s’era ingrossato. Sassi provò a richiamarlo, ma l’altro proseguì la sua lenta marcia senza nemmeno girarsi, come in trance.
Il ragionier Ricci e l’assessore Franzoni stavano perlustrando torvi il terreno circostante, mentre l’ingegner Padovani era fuori di sé per la pallina letteralmente ingoiata dall’erba. L’avvocato Vivarelli, sconsolato, stava seduto per terra con la testa fra le ginocchia. Col tiro corto era riuscito a restare nel fairway, ma quell’interruzione assurda faceva svanire qualsiasi possibilità di concentrazione.
«Ti sei mosso!» gli ripeté isterico Padovani, affondando la testa nelle spalle.
«Non mi sono mosso, ti dico» ribatté Vivarelli.
«E invece sì!»
«E invece no, la responsabilità della battuta è solo tua, e basta!» troncò l’altro. Era evidente che quello sronzo s’era fatto attanagliare dall’ansia: incassare la testa al momento dello swing era il tipico atteggiamento del golfista stressato. «Devi imparare a non far prevalere la scarica sulla distensione, non te l’ha detto l’istruttore?» Quello di Padovani era il comportamento tipico dell’eiaculatore precoce: «Potrei darti io qualche lezione» aggiunse sarcastico.
«Piantala!» abbaiò l’ingegnere, «tu per mantenere dentro la palla tieni la mazza come se fosse un badile, sembra che scopi il pavimento…»
«Resta comunque un buon modo per fare punti» intervenne il ragionier Ricci, piccato, «la posizione della scopa l’ho inventata io, se permetti».
«Signori, per favore!» li zittì stentoreo il dottor Miller, con un gesto perentorio. Tutti si girarono. Il passo leggermente malfermo lo trascinava avanti come un automa, il suo sguardo vitreo puntava dritto verso i platani. Superò gli astanti rigido, senza guardarli, la mazza stretta nel pugno, e si diresse verso il parcheggio.
«Ehi, Cesare…»
«Scusi, dove va?»
«Ma che succede?»

(1 – continua)

Potenza e Giustizia

Jean-Simon Berthélemy, Prometeo dà vita all’uomo, affresco, 1802. Parigi, Louvre

Prometeo, figlio di Giapeto, eroe e semidio, discendeva dall’antica stirpe dei Titani. Verso di essa consumò il primo dei suoi molti tradimenti, dettati dal suo pensiero preveggente o tortuoso, come indica il nome (Prometeo, letteralmente, è colui che «comprende prima», pro-manthanei). Nella memorabile battaglia fra i Titani e i «nuovi dèi» guidati da Zeus, che grazie alla vittoria conquistarono il regno dell’Olimpo, Prometeo abbandonò i suoi fratelli e si schierò al fianco di Zeus.
Ma l’alleanza con Zeus — verso la cui usurpazione nutre comunque rancore («nuovi signori governano l’Olimpo/ e con nuove leggi, al di fuori del Giusto, Zeus governa/ e annienta ora le potenze di un tempo», Eschilo, Prometeo incatenato, 149-51) — non è davvero il punto d’arrivo del disegno di Prometeo. Egli puntava piuttosto sulla nuova alleanza con l’ultimo arrivato sulla scena del mondo, il genere umano. Ma per questo occorreva compiere due passi. Il primo, spezzare l’amicizia fra uomini e dèi, e metterli in conflitto fra loro; il secondo, fornire agli uomini la potenza necessaria per sostenere il conflitto.
Il primo passo venne compiuto a Mekone. C’era allora commensalità fra uomini e dèi, che sedevano alla stessa tavola. Prometeo, maestro del banchetto, divise in due otri le parti di un grande bue. Nel primo, formato da una pelle nascosta nel ventre del bue, pose le parti migliori; nel secondo più attraente, di «bianco grasso», soltanto le ossa. Sfrontatamente, propose a Zeus la scelta fra i due otri dall’aspetto così ineguale. Che avesse fiutato o no l’inganno, Zeus finì per scegliere le ossa; abbandonò indignato il banchetto, e da allora finirono commensalità e amicizia fra uomini e dèi (Esiodo, Teogonia, 535-560).
Si trattava ora di fornire la potenza necessaria a far fronte alla loro solitudine. Prometeo non poteva che cominciare rubando a Zeus il fuoco, che egli nascondeva presso di sé, e donarlo agli uomini ai quali Zeus lo negava: il fuoco, padre della metallurgia e condizione per qualsiasi tecnica. Vedendo «fra gli uomini il bagliore lungisplendente del fuoco» (Esiodo, Teogonia, 569), Zeus fu di nuovo preda dell’ira, e questa volta le sue punizioni non si fecero attendere.
Prometeo fu scortato fino al Caucaso dai due fedeli aiutanti di Zeus, Kratos e Bia, Forza e Violenza, e lì Efesto lo incatenò saldamente a una rupe: il suo supplizio consisteva in questo, che ogni giorno un’aquila gli rodeva il fegato, destinato ogni notte a ricrescere per fornire nuovo alimento al rapace. Quanto agli uomini, un beffardo Zeus ordinò a Efesto di forgiare una «bella e amabile figura di vergine», ad Atena di insegnarle l’arte della tessitura, ad Afrodite di effonderle «grazia intorno alla fronte e desiderio tremendo»; finalmente, una volta riccamente adornata da Atena, venne inviata presso gli uomini Pandora, madre di ogni male (Esiodo, Opere e giorni, 60-95): «Di lei infatti è la stirpe nefasta e la razza delle donne,/ che, sciagura grande per i mortali, fra gli uomini hanno dimora» (Esiodo, Teogonia, 591-2).

Ma lasciamo gli uomini intenti per ora a rallegrarsi per il bel dono di Zeus, e torniamo sulle vette del Caucaso. Qui il vecchio Titano incatenato non cessa di rievocare i suoi doni al genere umano, seguiti a quello basilare del fuoco.
«Prima, avevano occhi e non vedevano, orecchie e non sentivano, ma come le immagini dei sogni vivevano confusamente una vita lunga, inconsapevole. Non sapevano costruire edifici, case all’aperto, non sapevano lavorare il legno: abitavano sottoterra, come brulicanti formiche, in caverne profonde, senza la luce del sole… Facevano tutto senza coscienza finché insegnai loro a distinguere il sorgere e il tramontare degli astri, e poi il numero, principio di ogni sapere, per loro inventai, e le lettere e la scrittura, memoria di tutto, madre feconda della poesia… Io e nessun altro inventai la nave, il cocchio marino dalle ali di lino… Se uno si ammalava non aveva alcun rimedio, né cibo, né unguento o pozione. Si consumavano così, senza farmaci, finché io non insegnai loro a miscelare medicamenti curativi per scacciare tutte le malattie».
Prometeo insegna poi agli uomini l’arte della divinazione, e la scoperta dei metalli nascosti nelle viscere della terra (Eschilo, Prometeo incatenato, 447-506). Nelle sue parole, nel suo modo di concepire il ruolo delle tecniche, il programma di Prometeo sembra così giunto a compimento: egli ha concesso agli uomini tutta la potenza necessaria a misurarsi con gli dèi. Padrone delle tecniche e dei grandi saperi del numero, della scrittura, degli astri: questa è dunque l’immagine dell’«uomo prometeico» visto con gli occhi del suo creatore.

Più inquietante è lo sguardo «umano», in qualche misura esterno, sullo stesso «uomo prometeico», quale ci viene proposto dal Coro della tragedia Antigone di Sofocle. Una sorta di sforzo di autoconsapevolezza, dunque: che cosa siamo diventati? (qui l’uomo appare ormai autodidatta, benché non sia lontana la lezione di Prometeo).
L’uomo si avverte come «terribile», anzi come la cosa più terribile (deinos: l’aggettivo vale però anche «abile», potente). Infatti è capace di attraversare il mare, di lavorare la terra, di catturare gli animali selvatici e di addomesticare quelli da lavoro. «Capisce, inventa, ha sulle arti dominio oltre l’attesa»: lo sguardo di Prometeo non si sarebbe spinto oltre questa temibile immagine dell’uomo tecnologico. Quello «umano» del coro sofocleo invece ne coglie una linea di frattura, segno di un’incertezza o un cedimento possibili.
Aggiunge infatti: «Ora al bene, ora al male serpeggiando volge. Se del Paese le leggi applica e la giustizia degli dei… in alto sarà nella patria» (Sofocle, Antigone, 331-371). Bene, male, leggi, giustizia: si profila qui una dimensione del tutto estranea all’uomo prometeico, che il vecchio Titano non aveva certamente attrezzato a fronteggiarla.
Una chiara traduzione in termini concettuali di tutto questo è nel cosiddetto «mito di Protagora», che il sofista racconta nel dialogo di Platone a lui intitolato, e che molto probabilmente si ispira a tesi dello stesso sofista. Lo scenario è un poco cambiato rispetto a quello che ci è familiare: Prometeo non è ancora sul Caucaso e resta amico degli uomini, verso i quali del resto lo stesso Zeus ora si dimostra benevolo. Non sono però cambiati i ruoli principali.
Si tratta di distribuire le dotazioni necessarie alla sopravvivenza fra i diversi animali. Lo sbadato Epimeteo, fratello di Prometeo, assegna a ogni animale mezzi di offesa e di difesa, dimenticando però l’uomo, che rimane così nuda vittima delle fiere. Prometeo decide allora di intervenire a difesa del genere umano, e lo fa come gli è consueto: «Ruba a Efesto e Atena la loro sapienza tecnica insieme col fuoco… e la dona all’uomo. In tal modo, l’uomo ebbe la sapienza tecnica necessaria per la vita, ma non ebbe la sapienza politica, perché questa si trovava presso Zeus». Ma è qui che i doni di Prometeo rivelano tutta la loro insufficienza, che già era emersa in Sofocle — e la manifestano anche in termini di pura potenza. Per far fronte alle fiere, gli uomini cercano di riunirsi fondando città; «ma, allorché si raccoglievano insieme, si recavano ingiustizia a vicenda, perché non possedevano l’arte politica, sicché, disperdendosi, nuovamente perivano» (Platone, Protagora, 321d-322b).
Per evitare la strage, Zeus interviene ordinando a Ermes di distribuire a tutti gli uomini le doti del rispetto reciproco e della giustizia (aidos e dike), «principi ordinatori di città e vincoli produttori di amicizia» (Platone, Protagora, 322c).
L’uomo prometeico, forte solo del controllo delle tecniche, non può vivere in una comunità politica: per questo, occorrono inoltre la condivisione di un orizzonte di valori etico-politici, la giustizia, la legge, l’educazione collettiva. Propriamente parlando, non può neppure combattere, perché «l’arte della guerra è parte di quella politica» (Platone, Protagora, 522b), che egli non possiede, perché essa è inaccessibile a Prometeo. Si è spesso interpretato il mito di Protagora come risposta alle antropologie tecniciste dell’homo oeconomicus alla maniera di Democrito, dalle quali sembrava risultare che la collaborazione fra le diverse competenze tecniche fosse in grado di formare e guidare la città.
Senza dubbio, il mito si oppone inoltre alla pressione crescente di un ceto di technitai che si candidano a governare la città, tendendo a marginalizzare la dimensione politica e i suoi specialisti come i sofisti. Non c’è polis, invece, senza un sistema di norme di giustizia condivise, senza le istanze decisionali proprie della politica, infine senza un’educazione pubblica intesa a consolidare i vincoli comunitari.

Ma torniamo nel Caucaso, dal vecchio Titano, certo inconsapevole dei limiti etico-politici dei doni tecnologici che aveva elargito al genere umano: l’impotenza della forza senza politica, l’incapacità di integrare efficacia e moralità. La sua pena non sarebbe durata indefinitamente (a differenza di quella femminile comminata agli uomini). Prometeo era infatti depositario di un formidabile segreto, da cui dipendeva la sopravvivenza stessa del regno di Zeus — che si vide costretto a liberarlo, nel timore che il Titano lo rivelasse a orecchie ostili, e al contrario nella speranza di venirne a conoscenza.
Noi non possiamo conoscere il segreto di Prometeo, sul quale sono fiorite molte ipotesi. A me piacerebbe pensare che il vero, devastante, segreto di Prometeo fosse quello rivelato da Socrate — il Socrate di Aristofane, beninteso, non quello benpensante di Senofonte e di Platone — nella commedia Le nuvole:
«Strepsiade: ma per voi, in nome della Terra, Zeus olimpio non è dio?
Socrate: quale Zeus? Non dire sciocchezze. Zeus non esiste».
Certo, il «segreto» più efficace per por fine al potere di Zeus.

Mario Vegetti, la Lettura #329, pagg. 26-27