Writing 67

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Il tuo grandissimo valore si vede anche da qui. Come la realtà fisica non mente mai – la terra è terra, l’albero è albero, la pietra è pietra -, così tu sei legata al reale e ne riprendi l’autenticità, perché sai leggere il presente senza mentire, senza farti condizionare da ciò che può mettere in crisi la tua visione del mondo. Sai vegliare, ami essere attenta e coltivare l’autenticità dei pensieri, pronta a cogliere e a seguire ciò che è del mondo. Senza adottare categorie improprie o autoinganni consolatori. Sai leggere la contemporaneità e seguirne il senso, senza farti fermare, dunque sai essere. È anche questa – soprattutto questa – la bellezza, ed è anche lo splendore del tuo sguardo maturo, sempre fedele alla coscienza, a renderti bellissima.

Franz Kafka, Lettera al padre (12)

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Un esempio istruttivo nel contesto della tua azione educativa è quello di Irma. Era un’estranea, è giunta nel tuo negozio già adulta e per lei eri esclusivamente il principale: è stata quindi esposta alla tua influenza solo in parte e a un’età in cui si è già capaci di opporre resistenza; d’altro canto però era anche una consanguinea, venerava in te il fratello di suo padre, e tu avevi su di lei un potere che andava ben al di là di quello del capo. E tuttavia per te lei, che nel suo corpo deboluccio era così solerte, astuta, diligente, modesta, degna di fiducia, disinteressata, fedele, che ti amava come zio e ti ammirava come principale, che in altri posti si è fatta apprezzare, prima e dopo, per te non è stata una buona impiegata. Nei tuoi confronti, naturalmente spinta anche da noi, ha avuto un atteggiamento simile a quello dei tuoi figli; e così grande era il potere che la tua essenza dominatrice esercitava anche su di lei che Irma sviluppò (tuttavia soltanto nei tuoi confronti e, c’è da sperarlo, senza la profonda sofferenza dei bimbi) smemoratezza, trascuratezza, amaro umorismo e persino una certa caparbietà, senza tener conto del fatto che era malaticcia e, a parte questo, non molto felice, perché su di lei gravava una situazione familiare avvilente. Gli elementi per me più significativi del tuo rapporto con lei li hai riassunti tu stesso in una frase per noi divenuta classica, quasi blasfema, che però dimostra quanto fosse innocente il modo in cui trattavi il prossimo: “Quella benedetta ragazza mi ha lasciato tante porcherie!”.
Potrei descrivere altre sfere della tua influenza e della lotta contro di essa, ma giungerei nel campo dell’incerto e dovrei ricostruirne i particolari; inoltre tu, quanto più ti allontani dal negozio e dalla famiglia, ti fai da sempre più gentile, arrendevole, cortese, rispettoso, interessato (intendo anche in apparenza), allo stesso modo in cui per esempio anche un autocrate, se si trova al di fuori dei confini del suo paese, non ha motivo di continuare a essere tirannico e può mostrarsi benevolo anche davanti alla gente più umile.
Infatti, per esempio, nelle foto di gruppo di Franzensbad ti ergi sempre così alto e allegro tra quegli esseri bassi e imbronciati, come un re in viaggio. Anche i tuoi figli tuttavia avrebbero potuto trarne qualche vantaggio, se solo fossero stati capaci, cosa questa impossibile, di rendersene conto quand’erano piccoli, e io ad esempio non avrei dovuto costantemente dimorare, per così dire, nell’anello più interno della tua influenza, quello più severo e stringente, come invece in realtà ho fatto.
In questo modo non solo ho perduto il senso della famiglia, come dici tu: al contrario, semmai continuavo ad averlo, il senso della famiglia, per quanto soprattutto negativo a causa del distacco interiore da te (cui naturalmente non si poteva porre fine). Ma se possibile, i rapporti con le persone esterne alla famiglia subivano ancora di più la tua influenza. Sei assolutamente in errore se credi che per gli altri io faccia tutto, per amore e fedeltà, e niente per te e la famiglia, per freddezza e tradimento. Lo ripeto per la decima volta: probabilmente sarei divenuto comunque un essere timido e pavido, ma da questo a quello dove sono veramente giunto c’è ancora una strada lunga e buia.
(Sinora in questa lettera ho taciuto, intenzionalmente, relativamente poco, ora e in seguito dovrò però tacere qualcosa di quanto mi è ancora difficile ammettere, a te e a me stesso. Lo dico perché, se il quadro complessivo in qualche punto dovesse farsi un po’ incerto, tu non abbia a pensare che ciò sia dovuto alla mancanza di prove; ci sono semmai una serie di prove che potrebbero renderlo intollerabile e incredibile. Non è facile trovare una via di mezzo.) In questa sede è comunque sufficiente ricordare qualcosa di precedente: di fronte a te avevo perduto ogni fiducia in me stesso e conseguito in cambio uno sconfinato senso di colpa. (In memoria di questa sconfinatezza, una volta ho giustamente scritto di qualcuno: “Teme che la vergogna possa sopravvivere anche a lui”.) Non potevo trasformarmi all’improvviso, quando avevo contatti con altre persone, anzi davanti a loro mi ritrovavo con un senso di colpa ancora più profondo, perché, come ho già detto, dovevo porre rimedio a quello che tu, con la mia corresponsabilità, avevi combinato loro in negozio. Inoltre tu avevi da sollevare obiezioni, apertamente o di nascosto, contro chiunque avesse rapporti con me; anche di questo dovevo fare ammenda. La sfiducia che tu cercavi di instillarmi contro la maggior parte degli uomini, in negozio e in famiglia (dimmi una sola persona in qualche modo importante per la mia infanzia che tu non abbia larvatamente criticato), e che sorprendentemente non ti opprimeva più di tanto (tu eri abbastanza forte da sopportarla e inoltre, in realtà, essa era forse soltanto l’emblema del padrone); questa sfiducia, dicevo, che non trovava mai conferma ai miei occhi di bambino, perché vedevo dappertutto soltanto persone irraggiungibilmente eccelse, si trasformò dentro di me in sfiducia in me stesso e in duratura paura di tutti gli altri. Là certo non potevo, generalmente parlando, salvarmi da te. Il fatto che tu ti ingannassi in proposito dipendeva forse dal fatto che tu non sapevi proprio niente dei miei rapporti umani e supponevi, diffidente e geloso (nego forse che tu mi voglia bene?), che io cercassi altrove un indennizzo per la vita familiare che mi mancava, poiché ti pareva impossibile che vivessi allo stesso modo anche fuori. Del resto da questo punto di vista trovai proprio nella mia infanzia un certo conforto, proprio per sfiducia nel mio giudizio; mi dicevo: “Tu esageri; avverti troppo come eccezioni quelle che in realtà sono inezie, cosa assai comune in gioventù”. In seguito però, man mano che conoscevo il mondo, ho quasi completamente perduto questo conforto.

(12 – continua)

Abitudini

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Tra questi c’è uno che non ti aspetti, uno che da un certo punto della vita in poi ha scelto la reclusione, consacrandosi alla pigrizia e alla prudenza. Un tizio che amava rivendicare vizi e idiosincrasie. Che si crogiolava nelle sue smemoratezze e nelle sue inettitudini. Era un bel signore con la barba, un po’ bassetto forse, ma parecchio distinto. Si chiamava Michel Eyquem, viveva a Montaigne. Era un aristocratico di freschissima nobiltà, aveva avuto una carriera politica assai modesta, tanto che a un certo punto l’aveva mollata per mettersi a leggere. Mica a scrivere (troppo faticoso, troppo vanaglorioso). A leggere. E mica con ordine e disciplina, ma un po’ alla rinfusa, come bisognerebbe studiare. La decisione di mettersi a scrivere i suoi pensieri, sfusi come un vino di pessima qualità, gli venne quando la reclusione iniziò a pesargli. Quella caotica raccolta di appunti oggi costituisce uno dei libri fondativi della letteratura occidentale, oltre che un prezioso vademecum per qualsiasi spirito scettico e spiritoso. Be’, da un tizio così ti aspetti che esalti le dolcezze dell’abitudine. Ma non sarebbe Montaigne se non dicesse proprio ciò che non ti aspetti.

Alessandro Piperno, in La Lettura #212, pag. 5

Writing 66

 

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Anche solo la dolcezza dello sguardo e la morbidezza del sorriso ti rendono bellissima. Gli occhi, lo sguardo, sono comprensivi, accoglienti, vedono il bene. La bocca ha una piega dolce, esprime una benevolenza che riposa ed è sempre, sempre presente. La tua benevolenza non viene mai a mancare, anche quando ti trovi in situazione controversa, o di contrapposizione: come un fatto costitutivo che ti rende forte e speciale, unica. Il tuo modo di sorridere piegando la bocca, poi, tecnicamente un’asimmetria, dona alla tua bellezza un plus aggraziante e sbarazzino, che unito a quello sguardo così profondo e leggero a un tempo, crea un insieme formidabile, il più bello mai visto. Perché il tuo sguardo ha questo: è profondo, sa penetrare nell’anima, ed è anche leggero, sa trasmettere la levità dell’apertura e della benevolenza, della saggia comprensione. Vedere tutte queste cose, come già te le ho descritte, e di cui ogni giorno scopro qualche altra ricchezza, vederle tutte insieme, riunite così in armonia, e anche se ogni personalità ha le sue dissonanze la tua armonia resta l’impostazione di fondo, vederle manifestarsi con la leggerezza che hai e che sai trasmettere, vedere tutto questo, insomma, tutto insieme, è davvero un’esperienza unica, mai fatta così, è bellissima, arricchente, è ricostruttiva, è meravigliosa.

Franz Kafka, Lettera al padre (11)

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Di Ottla quasi non oso scrivere: so che così metto in gioco l’effetto che spero di ottenere con questa lettera. In circostanze normali, a meno che quindi non si presenti in una situazione di bisogno o di pericolo, tu provi per lei soltanto odio; tu stesso mi hai confessato che secondo te essa continua a suscitare intenzionalmente il tuo dolore e la tua collera, e mentre tu soffri a causa tua lei ne è soddisfatta e compiaciuta. Una specie di demonio. Che enorme straniamento, ancora più grande di quello fra te e me, deve essere sopraggiunto fra voi perché potesse nascere una simile incomprensione. E così lontana da te, che non la vedi più, ma collochi un fantasma al posto dove supponi che sia. Ammetto che con lei hai avuto una vita particolarmente dura. Non voglio ripercorrere tutto questo caso complicato, ma qui c’era una sorta di Lowy con le migliori armi kafkiane. Tra me e te non c’è mai stata vera battaglia; di me ti sbarazzasti alla svelta e quel che rimase era fuga, amarezza, lutto, lotta interiore. Voi due invece eravate sempre pronti a battervi, sempre freschi, sempre in forze. Una vista grandiosa quanto sconfortante. In un primissimo momento eravate certamente molto vicini, perché ancor oggi, di noi quattro, Ottla è forse la più pura rappresentazione del matrimonio fra te e la mamma e delle forze che vi si sono legate. Io non so che cosa vi abbia privato della felicità della concordia tra padre e figlio, mi viene naturale pensare che l’evoluzione sia stata simile a quella del tuo rapporto con me. Da parte tua la tirannia del tuo essere, da parte sua la caparbietà, la sensibilità, il senso della giustizia, l’inquietudine tipica dei Lowy, rafforzati dalla coscienza dell’energìa kafkiana. Certamente l’ho influenzata anch’io, ma non perché volessi farlo, semplicemente per il solo fatto di esistere. Inoltre si è ritrovata per ultima in rapporti di forza già definiti e ha potuto formarsi da sola il suo giudizio, dal molto materiale a sua disposizione. Posso persino immaginare che dentro di sé abbia dubitato a lungo se dovesse gettarsi al tuo petto o a quello dei tuoi avversari, evidentemente allora ti sei fatto sfuggire l’occasione, e l’hai respinta, ma sareste divenuti, se solo fosse stato possibile, un magnifico esempio di armonia. Certo, io avrei perduto un alleato, ma la vista di voi due mi avrebbe largamente indennizzato e tu stesso saresti stato molto trasformato a mio favore dall’immensa felicità di trovare soddisfazione almeno in uno dei tuoi figli. Tutto questo oggi, tuttavia, è soltanto un sogno. Ottla non ha legami col padre, deve cercare da sola la sua strada, come me, e quel plus di sicurezza, fiducia, salute e spensieratezza che ha rispetto a me la rende ai tuoi occhi ancora più malvagia e traditrice di me. Lo capisco: dal tuo punto di vista non può essere altrimenti.
Sì, lei stessa è in grado di guardarsi con i tuoi occhi, di sentire il tuo dolore ed esserne — se non disperata, la disperazione è una cosa mia — comunque molto triste. E vero che tu ci vedi, in apparente contraddizione con quanto detto, spesso insieme: bisbigliamo, ridiamo, ogni tanto senti che ti rammentiamo. Ti facciamo l’impressione di malvagi cospiratori. Tu sei certamente uno degli argomenti principali della nostra conversazione, da sempre, ma non è perché vogliamo escogitare qualcosa contro di te che stiamo assieme, bensì per analizzare assieme con ogni sforzo, con divertimento, con serietà, con amore, ostinazione, rabbia, contrarietà, dedizione, senso di colpa, con tutte le energie della testa e del cuore questo terribile processo che aleggia tra noi e te, in tutti i suoi particolari, da tutti i lati, con ogni motivazione, da lontano e da vicino; questo processo in cui tu hai sempre affermato di essere giudice mentre, almeno in massima parte (qui lascio la porta aperta a ogni errore in cui naturalmente posso incorrere), sei solo una delle parti, debole e abbagliato come noi.

(11 – continua)

Materiali 20. Nigredo Albedo Rubedo

 

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Nella successione dei colori, l’opera al nero era l’opera prima, la liquida nigredo, che equivaleva alla morte della materia, alla sua putrefazione e calcinazione.
“Nel processo di disfacimento, i due princìpi opposti, il volatile e il fisso, vengono rappresentati come un drago bianco alato e un drago nero senza ali, che si affrontano in una lotta mortale”, spiegò il bibliotecario, mostrandogli le miniature di un manoscritto cinquecentesco scovato in una stanza chiusa a chiave. “Dopo esser stati messi insieme nel loro sepolcro, si azzannano a vicenda spargendo il loro veleno, fino a quando, per azione della bava velenosa e delle ferite letali, si corrompono e si dissolvono nel nero più nero del nero”.

La corruzione, proseguì sussiegoso girando le pagine, preludeva a una nuova generazione: le due componenti avevano perso le forme naturali per acquisirne una più nobile. Al termine della nigredo, nel microcosmo dell’uovo filosofico appariva un cielo stellato che annunciava la comparsa dell’acqua viva e permanente, il Mercurio dei saggi, che riceveva dall’alto le influenze celesti, creative e purificatrici.

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“L’opera seconda è caratterizzata dall’albedo: una volta sublimato, il Mercurio dei saggi ricade sulla nuova terra, che gradualmente si ricostituisce. La purificazione della materia si esegue secondo la formula solve et coagula, attraverso sublimazioni e solidificazioni ripetute che la riducono a pura sostanza mercuriale. Intensificando il fuoco della fornace, l’umidità cede alla secchezza, finché la coagulazione della sostanza si completa e ccompare il colore bianco”.

“In questo modo, se non erro”, azzardò l’altro, “la materia è cotta, digerita e fissata in zolfo incombustibile. Così, dovrebbe acquisire la forza di rimanere inalterata all’azione del fuoco; e con l’estrazione del suo sale la si prepara alla fase successiva”.
“Non sbaglia”, concesse il dottor Salvi con un sorriso indulgente. “Nella rubedo, l’opera terza, lo zolfo rosso fissa il bianco mercurio, e da questa riunione nasce la perfezione ultima. La materia viene fermentata, moltiplicata e condotta alla realizzazione perfetta, sotto forma di tintura fissata, permanente e colorante, una polvere e una pietra insieme”.

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Il bibliotecario gli mostrò una riproduzione completa dello Speculum Veritatis, ricco di illustrazioni secentesche. Il simbolo dell’ariete corrispondeva alla materia prima misteriosa, soggetto dell’Opera, perché rappresentava il segno astrologico sotto il quale dovevano iniziarsi le operazioni alchemiche. Il lupo grigio che divora Mercurio alludeva alla purificazione della materia, mentre le tre sfere poste sopra le tre bocche del fuoco segreto rappresentavano la triplice sublimazione con cui essa veniva ridotta al suo stato primigenio. E il drago a tre teste, su cui l’alchimista poggiava i piedi, alludeva al suo dominio sui tre regni della natura.

Franz Kafka, Lettera al padre (10)

2012_04_09_010_rszSe volevo fuggire da te, dovevo fuggire anche dalla famiglia, persino dalla mamma. E vero che presso di lei si poteva sempre trovare protezione, ma solo in riferimento a te. Ti amava troppo e ti era dedita con troppa fedeltà perché alla lunga potesse costituire una forza spirituale autonoma nella battaglia di suo figlio. E l’istinto infantile vedeva giusto, perché con gli anni la mamma divenne sempre più intimamente legata a te; mentre infatti, per quel che riguardava se stessa, conservò sempre la sua autonomia, entro strettissimi limiti, in modo bello e tenero, senza mai offenderti sostanzialmente, con gli anni accettò sempre più ciecamente e completamente, più col sentimento che con la ragione, i tuoi giudizi e le tue condanne nei confronti dei figli, in particolare nel caso comunque grave di Ottla. Occorre però tenere sempre in mente come la posizione della mamma nella famiglia sia sempre stata straziante e, fino all’ultimo, snervante. Si strapazzava in negozio e a casa, soffriva doppiamente per tutte le malattie della famiglia, ma a coronamento di tutto ciò c’era quello che ha dovuto patire nella sua posizione di intermediaria tra noi e te.
Tu sei sempre stato amorevole e pieno di riguardi nei suoi confronti, ma da questo punto di vista l’hai risparmiata tanto poco quanto noi. L’abbiamo martellata senza pietà, tu dalla tua parte e noi dalla nostra.
Era una distrazione, non avevamo intenzioni cattive, si pensava solo alla lotta che conducevamo tu contro di noi e noi contro di te, e ci sfogavamo con la mamma. Non contribuiva certo positivamente all’educazione dei figli il modo in cui tu–senza colpa da parte tua, naturalmente–la tormentavi a causa nostra.
Quel che ha sofferto da noi a causa tua e da te a causa nostra, senza contare quei casi in cui avevi ragione, perché ci viziava, anche se perfino questo “viziare” talvolta poteva essere solo una tacita e inconscia affermazione di contrarietà al tuo sistema. Naturalmente la mamma non avrebbe potuto sopportare tutto questo se non avesse tratto la forza per farlo dall’amore per noi tutti e dalla felicità che qùesto amore le dava.
Le mie sorelle erano solo in parte con me. La più fortunata, nel suo rapporto con te, era Valli. Essendo la più vicina alla mamma, ti si sottometteva in modo analogo, senza troppa fatica o troppi danni. Anche tu però, sempre pensando alla mamma, la trattavi più gentilmente, per quanto in lei ci fosse poco materiale kafkiano. Ma forse proprio questo ti stava bene; dove non c’era niente di kafkiano, persino tu non potevi pretendere niente del genere; non avevi neppure, come con noialtri, la sensazione che andasse perduto qualcosa da salvarsi col ricorso alla violenza. Inoltre può anche darsi che tu non abbia mai amato particolarrnente il materiale kafkiano, quando veniva alla luce nelle donne. Il rapporto fra te e Valli sarebbe magari divenuto anche più amichevole se noialtri non l’avessimo turbato un po’.
Elli costituisce l’unico esempio di una evasione quasi completamente riuscita dalla tua cerchia. Da lei me lo sarei aspettato pochissimo, quand’era piccola.
Certo, era una bimba così maldestra, stanca, paurosa, infastidita, afflitta dai sensi di colpa, esageratamente umile, cattiva, pigra, golosa, avara, che non la potevo vedere, tanto mi ricordava me stesso, tanto era come me soggetta alla costrizione della stessa educazione. Soprattutto la sua avarizia mi faceva ribrezzo, perché la mia era se possibile anche più forte. L’avarizia è sicuramente uno dei sintomi più attendibili di una profonda infelicità; io ero così insicuro di tutto che possedevo davvero soltanto quello che avevo in mano o in bocca o che comunque si trovasse sulla strada per arrivarci; e proprio questo amava sottrarmi, lei che si trovava in una situazione simile. Ma tutto questo cambiò quando in giovane età, è questa la cosa più importante, se ne andò di casa, si sposò, ebbe figli: divenne lieta, spensierata, coraggiosa, generosa, altruista, speranzosa. E quasi incredibile che tu davvero non noti questo cambiamento o che comunque tu non l’abbia apprezzato come merita, tanto sei accecato dal rancore che da sempre porti a Elli e che in fondo è rimasto immutato, solo che questo rancore adesso è divenuto molto meno attuale, perché Elli non vive più con noi e inoltre il tuo amore per Felix e la simpatia per Karl l’hanno reso meno importante.
Solo Gerti talvolta deve scontarlo ancora un po’.

(10 – continua)