Utopia postmoderna

«Bisogna fare una grossa differenza tra il tempo moderno e ciò che è emerso successivamente, la postmodernità. Nella modernità è prevalsa l’idea del futuro, l’idea di una società perfetta. Le due grandi caratteristiche dell’utopia moderna sono la lontananza nel tempo e la negazione dello spazio, o meglio, la de-negazione dello spazio. Una sorta di spazio sradicalizzato. Nel postmoderno, invece, l’utopia non è più estensiva, ma intensiva. Un accomodamento nello spazio. Le giovani generazioni non sono più politiche ma tribù che praticano un’utopia quotidiana, in gruppi musicali, artistici, sportivi, religiosi, col passaggio dall’utopia lontana a una vicina. La postmodernità come sinergia tra arcaismo (archè) e sviluppo tecnologico. Le tribù e Internet.
È l’utopia dell’hic et nunc, un’utopia di nicchia. La definisco interstiziale perché appartiene al presente, non riguarda un futuro lontano, ma s’insinua nei piccoli spazi che restano liberi. Una sorta di “einsteinizzazione” del tempo, cioè una contrazione e una concentrazione nello spazio. Quasi un radicamento dinamico, quindi l’utopia come radicamento nel presente».

Michel Maffesoli intervistato da Carlo Bordoni, la Lettura #252, pag. 9

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The 100 greatest novels. #7

 

Avrei desiderato che mio padre o mia madre, o meglio tutti e due, giacché entrambi vi erano egualmente tenuti, avessero badato a quello che facevano, quando mi generarono. Se avessero debitamente considerato tutto quanto dipendeva da ciò che stavano facendo in quel momento: — che non solo stavano per dar la vita ad un essere ragionevole, ma che per avventura la felice costituzione e temperie del suo corpo, forse il suo genio e la forma stessa del suo spirito, e, checché ne sapessero in contrario, fin le fortune di tutta la sua casa avrebbero potuto subir l’influsso degli umori e delle disposizioni prevalenti in quell’istante; — se essi avessero debitamente soppesato e valutato tutto ciò, ed agito in conseguenza, sono fermamente persuaso che io avrei fatto al mondo una ben diversa figura da quella in cui forse apparirò al lettore.
Credetemi, brava gente, non è cosa di sì poi poco conto, come molti di voi potrebbero essere indotti a credere.
Avete tutti, suppongo, sentito parlare degli spiriti animali, di come essi siano trasfusi di padre in figlio, e chissà quanto altro mai sull’argomento.
— Ebbene, potete fidarvi di quel che vi dico: nove parti su dieci dell’intelligenza o stupidità di un uomo, i suoi successi e insuccessi in questo mondo dipendono dai movimenti e dall’energia di codesti spiriti, dai tratti e congiunture in cui li ponete. Perché, una volta messi in moto, per il verso giusto o no — e non è affar da poco — via! essi partono in gran trambusto come pazzi sfrenati. E a furia di battere e ribattere lo stesso cammino, in poco tempo se ne fanno una strada piana e liscia come un viale di giardino, dalla quale, avvezzi che vi siano, nemmeno il diavolo in persona ce la farà più a staccarli. “Scusa, caro”, disse mia madre sul più bello, “non hai dimenticato di caricar l’orologio?” “Buon Dio!” esclamò mio padre, sbottando, ma sforzandosi nello stesso tempo di moderare il tono della voce: “Quando mai una donna, da Eva in poi, ha interrotto un uomo con una domanda così sciocca?”

Lawrence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, traduzione di Antonio Meo, Mondadori Editore.

Gli anni

Annie Ernaux narra di come i suoi tempi di madre con due bambini piccoli fossero sommersi dal rimpianto di non poter scrivere, dalla maledizione verso se stessa, da una rabbia che l’amore filiale non attutiva minimamente e che solo più tardi, finalmente libera dalle incombenze familiari e lavorative, si era risolto con sgomento: aveva capito di quanto le difficoltà passate erano state la sua scrittura futura. Il brusio di allora l’aveva aiutata nella quiete di adesso. Il lavoro anche. Aver convissuto con la mancanza l’aveva portata a servirsi della mancanza, negandosi storie facili per riconoscere storie naturali. Ecco la parola: naturale. Quanto tempo aveva impiegato la Ernaux per Il posto? Un decennio. E per Gli anni? Un ventennio. Quanto tempo è servito a Carrére per realizzare L’avversario? Sette anni. Sono due opere che assorbono il mondo di chi le ha tracciate grazie al metabolismo accorto, mai forzato, e che per questa assimilazione stimolano rivoluzioni in chi le ha narrate e in chi le legge.

Marco Missiroli in la Lettura #244, pag. 3

To create a narrative

It really doesn’t take too many different components to create a narrative. There are three basic elements: person, place, emotion. Sometimes I’ll supply actions or the aftermath of actions in my work.
You can do almost anything with these few fundamental components. You can tell a really complicated story, and that’s what I’m after. I’ve loaded the deck for meaning to occur.

Todd Hido

Vizi

Se avessi l’ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall’imitazione de’ cavalieri erranti, così io l’Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine dei costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de’ tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana. E non è scherzo ma verità il dire, che per lui le conoscenze sono sospette e le amicizie pericolose, e che non v’è ora né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non più sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che già lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni, ma solo ed espressamente per dar piacere all’autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. In buona coscienza io credo che in pochissime cose apparisca più, da un lato, la puerilità della natura umana, ed a quale estremo di cecità, anzi di stolidità, sia condotto l’uomo dall’amor proprio; da altro lato, quanto innanzi possa l’animo nostro fare illusione a se medesimo; di quello che ciò si dimostri in questo negozio del recitare gli scritti propri. Perché, essendo ciascuno consapevole a se stesso della molestia ineffabile che è a lui sempre l’udire le cose d’altri; vedendo sbigottire e divenire smorte le persone invitate ad ascoltare le cose sue, allegare ogni sorte d’impedimenti per iscusarsi, ed anche fuggire da esso e nascondersi a più potere, nondimeno con fronte metallica, con perseveranza meravigliosa, come un orso affamato, cerca ed insegue la sua preda per tutta la città, e sopraggiunta, la tira dove ha destinato. E durando la recitazione, accorgendosi, prima allo sbadigliare, poi al distendersi, allo scontorcersi, e a cento altri segni, delle angosce mortali che prova l’infelice uditore, non per questo si rimane né gli dà posa; anzi sempre più fiero e accanito, continua aringando e gridando per ore, anzi quasi per giorni e per notti intere, fino a diventarne roco, e finché, lungo tempo dopo tramortito l’uditore, non si sente rifinito di forze egli stesso, benché non sazio.

Giacomo Leopardi, Pensieri, XX

masserizie

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Rivedere il passato lo si fa sempre con nuovi bagagli, masserizie mentali che occupano lo spazio cerebrale e i moti cognitivi. Così si coltiva un’idea che cresce come una pianta, modificandosi via via e ingrandendosi – o allargandosi per tappezzare il terreno – e andando a creare l’idea di un passato. Che spesso non combacia con quello che è stato veramente, e va a interferire in modo importante con l’idea del futuro che, volenti o nolenti, dobbiamo maneggiare. O per coltivarla, o per vederla vuota e non saper che farci, o per rifiutarla.

Repetition

I keep this list of rules for art students in my office, the same list that John Cage kept in his studio. They’re by Sister Corita Kent, and the first rule is, ‘Find a place you trust and then try trusting it for a while.’ It’s okay to stay in the same place for a while and to trust the desire to do so. I’d go to the same suburbs and make pictures of houses at night with lights on. I’d see that a picture was really good and then make another one to see what happened. I’d go back again and again, making pictures in the same places. Slowly but surely the work evolved. I don’t think our human nature lets us truly repeat ourselves. Repetition is just part of the creative process.

Todd Hido

The 100 greatest novels. #6

 

I am extremely concerned, my dearest friend, for the disturbances that have happened in your family. I know how it must hurt you to become the subject of the public talk: and yet, upon an occasion so generally known, it is impossible but that whatever relates to a young lady, whose distinguished merits have made her the public care, should engage every body’s attention. I long to have the particulars from yourself; and of the usage I am told you receive upon an accident you could not help; and in which, as far as I can learn, the sufferer was the aggressor.
Mr. Diggs, the surgeon, whom I sent for at the first hearing of the rencounter, to inquire, for your sake, how your brother was, told me, that there was no danger from the wound, if there were none from the fever; which it seems has been increased by the perturbation of his spirits.
Mr. Wyerley drank tea with us yesterday; and though he is far from being partial to Mr. Lovelace, as it may well be supposed, yet both he and Mr. Symmes blame your family for the treatment they gave him when he went in person to inquire after your brother’s health, and to express his concern for what had happened.
They say, that Mr. Lovelace could not avoid drawing his sword: and that either your brother’s unskilfulness or passion left him from the very first pass entirely in his power.

Samuel Richardson, Clarissa (1748). Project Gutenberg’s Clarissa, Volume 1 (of 9), August 1, 2009