Venezia

«Venezia per molti aspetti somiglia a San Pietroburgo, la mia città natale. Ma più di tutto è un posto così bello che puoi viverci anche senza essere innamorato. È una città la cui bellezza ti fa subito capire che qualsiasi cosa riuscirai a escogitare o a produrre nella tua vita – in particolare a livello di pura esistenza – non sarà mai altrettanto bella. Venezia è inarrivabile. Se mi fosse concesso di reincarnarmi sotto un’altra forma, sceglierei di essere un gatto a Venezia, o qualsiasi altra cosa, purché sia a Venezia. Persino un ratto andrebbe bene. Questa idea fissa di andare a Venezia a tutti i costi, l’avevo già maturata intorno al 1970. Il mio progetto era di trasferirmi lì e di prendere in affitto un appartamento al piano terreno di un palazzo, uno qualsiasi, purché affacciato su un canale, e sedermi lì a scrivere, gettando i mozziconi dalla finestra per sentirli sfrigolare a contatto con l’acqua. Una volta finiti i soldi, sarei andato a comprare un revolver e mi sarei fatto saltare le cervella.»

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Semantica della felicità 4

Per i filosofi greci il problema della felicità non si poneva quasi: dipende tutto da noi. Senza rendercene conto deleghiamo la nostra felicità, lasciamo che altri decidano cosa valga e cosa no. Ossessionati dalla pressione sociale, dalle attese altrui, dai luoghi comuni, perdiamo il controllo su noi stessi, sempre in cerca di qualcosa e sempre insoddisfatti. Ma se sapremo liberarci di tutto questo, potremo riappropriarci delle nostre giornate, riscoprire cosa veramente vogliamo e diventare ciò che siamo, come diceva Nietsche, uno che i pregiudizi li combatteva con il martello. Non è facile, ci vuole coraggio. Ma ne vale la pena. Libero dalla servitù delle paure e delle passioni «vivrai come un dio tra gli uomini», scriveva Epicuro.

Mauro Bonazzi in La Lettura #242, p. 2

#59

Will Dielenberg, from The International Landscape Photographer of the Year

Finiamola di pensare alla fantasiosa, irrealizzabile possibilità di andare indietro nel tempo — anche solo di poco — per adottare i comportamenti giusti e ritornare a oggi con i vantaggi conseguenti. Facile, sarebbe, come viaggiare nei secoli con la Macchina del Tempo. Ma secondo le ultime teorie il tempo non scorre all’interno dell’universo: passato, presente e futuro sono rappresentati in un unico blocco. E all’interno di questo universo-blocco non è il tempo a scorrere, ma sono le forme di vita ad arrampicarsi per una linea che ne costituisce il tracciato. La cognizione del tempo, quindi, sarebbe una pura costruzione umana, cognitiva, concettuale e culturale.

Tutto è natura

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Scrive Vito Mancuso, in L’anima e il suo destino, che tutto è natura. Tutto, quindi anche il fenomeno umano, con i suoi portati culturali, spirituali, etici. Il dualismo natura-cultura, dunque, è un paradigma non accettabile. Se tutto è natura, e se Dio esiste, anche Dio va pensato come Natura, nella forma più alta. La natura è un processo, un continuo divenire. In questo continuo divenire è ricorrente la presenza dell’errore. Se all’origine dell’evoluzione c’è l’inizio di una sequenza di mutazioni, le quali tendono a conformarsi a un ordine superiore, a un “accrescimento” dell’organizzazione del sistema vivente, quando compare l’errore che crea qualcosa di disumano (come la malattia genetica che condanna un essere umano alla degenerazione, alla sofferenza e alla morte), quella singola mutazione non conforme all’ordine superiore non viene accettata all’interno del sistema e dunque non viene riprodotta. Quelle mutazioni, invece, che sono destinate a contribuire a un’organizzazione maggiore non vengono eliminate, ma riprodotte. Questo fa pensare all’esistenza di un sistema che configura un ordine superiore, concettualmente riconducibile all’idea di Dio. Un’idea che porta con sé l’idea di costruzione, di associazione, di altruismo, di inclusione.

Combattere il nulla

Tra i molti modi di combattere il nulla, uno dei migliori è quello di scattare fotografie, attività che dovrebbe essere insegnata ai bambini fin da piccoli, in quanto richiede disciplina, educazione estetica, buon occhio e dita ferme. Non si tratta di tendere una trappola alla menzogna, come un reporter qualsiasi, e catturare la stupida silhouette del personaggio che esce dal numero 10 di Downing Street, ma comunque quando si va in giro con la macchina fotografica si ha quasi il dovere di stare attenti, di non perdere quell’improvviso e piacevole riflesso di un raggio di sole su una vecchia pietra, o la corsa trecce al vento di una bambina che torna con una forma di pane o una bottiglia di latte.

Julio Cortàzar, Le bave del Diavolo (in Le armi segrete, 1959)

Maestri

Ho sognato che, girovagando in bicicletta, incrociavo a più riprese il mio maestro. Io ho usato molto la bicicletta, e anche il mio maestro la usava: aveva una Legnano snella col cambio, color giallo metallizzato. Così c’incrociavamo spesso per strada. Lui mi ha fatto scuola dalla terza alla quinta elementare, ed era un uomo già anziano, visto che era nato nel 1913 (due anni prima di mio padre, che come genitore era vecchio anche lui). Va da sé che era un uomo all’antica, quindi aveva una concezione rigida della disciplina: usava le bacchettate, gli schiaffi, e poi non tollerava le inevitabili debolezze del bambino, la sua insufficienza. Si accaniva soprattutto su due miei compagni, che vivevano lungo la sua strada, uno addirittura di fronte a casa sua. Erano figli di operai, con madre casalinga e pochi soldi: forse il fatto che gli vivessero accanto era un’aggravante, lui che aveva una villa bifamiliare con giardino, costruita negli anni Cinquanta. Picchiava di più Andrea, quello che gli abitava di fronte: a volte gli mollava ceffoni caricati e ripetuti, e il bambino resisteva ai primi colpi, poi al terzo o al quarto liberava il pianto, che però si calmava quando tornava a posto. Non mi sembra che commettesse grandi trasgressioni, a volte la punizione gli arrivava solo per un compito fatto male o per una risposta non data.
Ricordo di averne presi anch’io, di tirate d’orecchie e scappellotti: ma non così tanti, e non così caricati. A volte mi colpiva di striscio, e quando capitava forse me li meritavo. Come quella volta che in ricreazione mi misi a correre per l’aula sollevando le gonne alle bambine: una, Elisabetta, la scoprii tutta, e ricordo ancora le sue mutande in canettato grigio. Quella volta il ceffone me lo diede, eccome, ma non mi fece male. Sembrava impostato anche quello per colpire di striscio, come si fa nei film. Poi chiamò subito mia madre. Sì, perché – mentre mio padre era il più importante dirigente del Comune – mia madre insegnava nell’aula accanto, quindi bastava darle una voce e arrivava. Comunque, posso dire che il mio spirito trasgressivo era abbastanza contenuto; anzi, l’inclinazione all’obbedienza prevaleva, e a volte davo addirittura delle soddisfazioni.

Il senso

Non basta rivolgersi a un destinatario ideale per chiedere il senso della vita. Il senso della vita va costruito, e per costruire servono progetti, e per progettare serve coscienza applicata, assistita dalle competenze e dalle abilità, e per esprimere le abilità serve fiducia in se stessi, e per avere fiducia in se stessi è necessario amarsi almeno quel tanto che basta, e per amarsi bisogna superare una vita di condizionamenti negativi, e per superare tutto questo bisogna esorcizzare definitivamente gli errori e le lotte finite male, e per riuscire nell’esorcismo le ferite devono essere guarite. Poi, anche se restano le cicatrici, potrò essere amato lo stesso.