Serapius, Zurbarán

Francisco de Zurbarán, Martirio di San Serapio, 1628

Frate mercedario che si era dato in ostaggio per liberare i prigionieri cristiani, Serapio subì un martirio feroce: le membra fratturate, poi fatte a pezzi. Niente sangue nel quadro di Zurbarán, ma l’evidenza scultorea di quel saio incontaminato che va incontro alla morte nell’imitazione di Cristo. Vivo e parlante, a un passo da noi. Eppure illusivo e dipinto, come ci tiene a ricordare il pittore che, sul nero di tenebra, infilza uno spillo con una scritta in trompe-l’oeil: «Serapius – Zurbarán». Questa icona del misticismo spagnolo è anche l’emblema di un’ambiguità sotto traccia, arcana e moderna. Perché l’immagine-specchio della realtà, un’immagine che si vorrebbe neutrale, lascia intuire il substrato visionario e indicibile che sta sotto la pelle. Oltre le forme, logiche e razionali, delle apparenze.

Anna Ottani Cavina, Una panchina a Manhattan, Adelphi, Milano 2019

1970

Lauren Hutton and Robert Redford in Little Fauss and Big Halsy. Steve Schapiro, 1970

4. profilo del medico traditore

Giovanni Boldini, Madame X (la cognata di Helleu) 1885-90

quel che dirò potrà anche sembrare l’esito di una frustrazione, di uno scopo non raggiunto, chessò, di una chiacchierata davanti a un caffè al bar dell’angolo. eppure mi proverò a darvi il profilo di lui lo stesso, anche senza averlo visto e benché la documentazione visiva sia estremamente rarefatta: parliamo di sei o sette foto a uso domestico, viste da amici sui social, foto in cui l’unico discrimine cronologico è quella barba più o meno lunga, ma sempre lasciata non tinta mentre i capelli, a poco meno di quarant’anni, si sono bruciati di bianco. questo è il profilo di un medico del lavoro, credo fosse di sinistra, la sua amante non me l’ha mai detto, solo che le dedicava le canzoni di pino daniele che gli partivano dal telefono invece, io credo opportuno segnalarlo en passant, per risvegliarlo dai suoi sonni comatosi o meglio, postcoitali anche se lei ha sempre asserito che non si è trattata di una sveltina e via, perché altrimenti non sarebbe durata due anni. a me interessa sapere come è iniziata, vale a dire lo sguardo che preannuncia l’ecatombe o la catastrofe, come preferite, quando lei stava per essere lasciata e lui forse aveva trovato finalmente l’amante giusta: dodici anni di scarto, come se io ora andassi con una diciottenne anche se poi la società degli uguali direbbe che non è proprio la stessa cosa perché la donna matura prima ese…se…se questo vi pare offensivo o comunque non consenziente col vero, tirate avanti a saltare il testo. a me interessa quel che può nascere in una clinica, quel senso di frustrazione che si può provare nel rivalersi su una più piccola e nel configurare l’amore come dato puramente fisico, a segno che mi parrebbe di sprecare la parola ‘eros’ se dovessi impiegarla per loro. quando la conobbi, lei aveva questa storia ma decisamente non potevo saperlo, solo in uno studio fotografico sentii che diceva a un’amica che lui divorzierebbe per lei, e simili, poi l’anno dopo, sugli scogli e superata la pandemia con quella primavera del 2020, lei disse che riceveva proposte in ginocchio da uomini e quando faceva loro (si intende che era un plurale di maestà) notare che erano sposati, loro di nuovo rimanevano ginocchioni a terra. dimentico di dire che era del napoletano. che aveva due figli. che studiava, diceva a lei, il profilo del minore per capire se fosse figlio suo. quale degna escogitazione davanti a una mente femminile che si vuol sedurre, dire che anche la moglie è stata traditrice, al punto da far baluginare il detto latino della mater semper certa, per il resto oblio! mi rendo conto di non riuscire a metterlo a fuoco. è un uomo teatrale, se anche vi dicessi dove è il suo studio e dove la clinica non mi credereste, e fareste giustizia ai suoi modi da contrabbandiere, come di quella volta in cui tornando tardi dalla moglie giustificò il rientro serotino dicendo che non trovava più la strada di casa. che è la stessa precisa ragione per cui hawthorne scrisse il suo raccontino dell’uomo che si allontana da casa senza accorgersene e vi ritorna vent’anni dopo, solo che hawthorne era un uomo sereno e il nostro medico un inquieto, presumo, altrimenti si sarebbe accorto che l’escamotage era troppo fine per essere rifilato dal vivo e non in un racconto per iscritto. questo è quanto, si accontentino lor signori, della storia del mio medico traditore che se avesse un po’ di coraggio e andasse da lei con le carte del divorzio, potrebbe anche tenerla mentre ora è stato allontanato come capita agli amanti che vogliono le esclusive.

Andrea Bianchi

Impegno civile/Stile

George Tooker, The Waiting Room, 1959 

E devo anche confessare d’aver partecipato, nel ’71 o ’72, su «Quaderni Piacentini», a quella bordata di attacchi “da sinistra” che si abbatté su Sciascia per uno dei suoi romanzi politicamente più provocanti, Il contesto, attacchi che qualcuno avrebbe poi bollato come «clerico-marxiani».
Un po’ me ne pento, a ripensarci: non tuttavia, perché mi sia nel frattempo convinto che il libro fosse invece da elogiare, ma perchè altri erano forse gli argomenti con i quali avrei dovuto motivare il mio giudizio. D’altra parte, i libri di Sciascia sono così tipicamente e univocamente “a tesi” (soprattutto da quando, verso la metà degli anni Sessanta, cominciano ad essere costruiti sulla combinazione fra intreccio poliziesco e impegno civile) che, per dirla un po’ brutalmente, se non si parlava di quella, di che si poteva parlare? La tanto decantata limpidità “illuministica” del suo stile narrativo, la tanto vantata trasparenza della sua prosa, a me sono sempre sembrate, infatti, qualcosa di assai meno positivo: secchezza, aridità, pedanteria, mancanza di spessore fantastico, di profondità verbale, di pluralità di senso. È per questo, penso, che alle sue opere d’invenzione si era in qualche modo costretti a reagire nello stesso modo, sullo stesso piano, che ai suoi scritti saggistici o ai suoi pamphlet; non essendoci altre dimensioni da esplorare, non essendoci metafore, (né narrative né stilistiche) da interpretare, l’unica risposta davvero possibile era, ahimé, una risposta “ideologica”.
In altre parole, e per essere ancora più espliciti: ogni volta che Sciascia prendeva posizione, non importa se con un intervento o con una parabola, o si era con lui, o si era contro di lui, che è esattamente ciò che non deve, anzi che non può succedere con gli scrittori veri, con gli scrittori grandi, di fronte ai quali consenso e rifiuto, esaltazione e distacco, persino ammirazione e disgusto, hanno tutto lo spazio per combattersi e, alla fine, per convivere… (Il caso Céline – le cui opere successive a Bagatelles il probo Sciascia, non a caso si rifiutava di leggere – insegna.)
(…) A sopravvivere, a turbare e nutrire nel tempo, sono le emozioni estetiche, non la contabilità dei consensi e dei dissensi politici. Se citiamo ancora tanto spesso, se ancora possiamo proficuamente interrogare e utilizzare le grandi metafore civili di Pier Paolo Pasolini – l’Omologazione, il Palazzo, la Scomparsa delle lucciole, ecc. – è perché sono, appunto, delle metafore, perché significano al di là del loro significato occasionale, perché sono vere al di là della loro verità contingente. Niente di tutto questo, secondo me, nelle provocazioni di Sciascia, che erano – e rimangono – provocazioni di pronto uso e di rapido consumo, ingegnosamente e nobilmente avvocatesche, fatalmente destinate ad essere soppiantate da provocazioni analoghe e successive, non importa se dello stesso segno o di segno contrario.

Giovanni Raboni, Sulla produzione narrativa di Leonardo Sciascia, «Corriere della Sera», 20 novembre 1999, p. 35

Artisti e arrivisti

Giorgio Morandi, Natura Morta, 1929

Vado sempre meglio persuadendomi che fra i tanti presunti artisti e arrivisti che ci circondano, tu sei l’unico artista vero, serio e disinteressato, amante solo dell’arte e delle belle cose.

da una lettera di Ardengo Soffici a Giorgio Morandi, 9 agosto 1930.

3. Bovary oggi

È venuta alla luce una nuova traduzione di “Madame Bovary” per merito della BUR, e l’occasione è stata propizia alla Rizzoli – di nuovo – per satinare le pagine del domenicale del “Corriere”, dedito all’inclita “La lettura”, con l’introduzione premessa al capolavoro di Flaubert dalla scrittrice di riferimento del giornale e dell’editore appena menzionati. Non è a dire che ci si ritrovi nuovamente davanti ai paradossi dell’industria culturale: questo è quanto, prendere o lasciare. E prendiamo per buona la premessa apposta dalla Avallone. Brava scrittrice, chiaramente col tono lezioso di chi è “di principi”, “principled”, quasi tutte le donne debbano essere come lei a sentenziare sulla povera malcapitata Madame Bovary.

Perché questo capita nell’introduzione della Avallone al libro secolare di Flaubert. Ne scapita il sale critico, il senso della ricostruzione storica: ma tant’è, la scrittrice si è laureata in lettere e non in storia e a volte la fruizione dei capolavori da parte degli scrittori posteriori, stavo per dire “posteri”, genera mostri di deformazione. È esattamente quel che accade nell’amore a tutte le latitudini esso si presenti, come dato di comportamento a coordinate sociali prestabilite su cui si innesta, si ingrana, il paradosso esclusivo di chi ritiene di doverne spiegare qualcosa di nuovo, ancora. Questo per dire che è tanto l’amore della Avallone per la creatura fedifraga di Flaubert – poverella, cresciuta in una società maschilista com’è chiaramente ancora la nostra, argutamente e a ragione sostiene la Avallone – che le sfugge il senso complessivo del libro.
“Madame Bovary” è infatti un romanzo caritatevolmente, esplicitamente ottocentesco e la sua fortuna si bruciò nel raggio della metà del secolo, poi fu già la volta di altre tristezze periferiche scese direttamente dai condotti di Flaubert: Maupassant, si intende linearmente, e Cecov, in via di sbieco, di parafrasi paesaggistica e sentimentale, con altro contesto e altra contestazione.

“Bovary” è quindi per nostra fortuna un libro datato e pare finita l’epoca delle prescrizioni classiche o classiciste dei libri letterari, quindi ben venga un falò commemorativo di “Madame Bovary” in questo 2021 che segna il bicentenario della nascita di Flaubert. Ne sarebbe stato più che lieto, il maestro dell’ironia, il tagliagole della morale che avrebbe riso di come oggi imbalsamiamo il suo cosiddetto capolavoro.
Di capolavoro si può parlare finché non si prescinda dall’ironia dell’opera. Flaubert la semina a piene mani. La pagina più alta del libro è la dichiarazione a Bovary sposata del lampionaro, peracottaro vitellone di turno a mezzo di un’asta pubblica, in piazza: il banditore rende noto il prezzo di un cumulo di letame e lì, proprio lì Flaubert piazza la dichiarazione d’amore fedifrago.
Credo sia il punto più alto della vicenda, se non mi fanno velo gli anni e le diottrie perse da quando lo lessi. L’ironia è tutta lì, la Avallone fa fatica a dirlo. Meglio rimestare nel torbido, nello sciabordio sentimentale allineato con l’ipotesi faticosamente guadagnata dalla nostra società letteraria per la quale la provincia è triste, ma quanto è bella, quanto ci divertiamo – più dei gazzettieri – a raccontarla nei romanzi.
Fate attenzione invece a Flaubert, leggetelo senza le pretermissioni messe in voga dagli scrittori del momento attuale, andatevi a rileggere se proprio volete le pagine esauste e seducenti di Vargas Llosa in merito, riscoprite i peripli infatuati di Henry James – uno dei pochi a rilanciare Flaubert ad altezze cronologiche impensabili – oppure, chessò, se proprio volete rimanere attaccati alla lettera del testo, prendete in mano “Il pappagallo di Flaubert” di un ingegnoso contemporaneo inglese e vedrete come Flaubert facesse a pugni coi suoi tempi, con gli editori che volevano rifilargli le immagini illustrative nel romanzo, cosa che lo fece impuntare e disse da vero genio ribelle che no, non le voleva, non era mica un romanzetto osceno alla De Kock: il lettore doveva rimanere incollato al testo, al segno scritto e non a quello grafico per ricreare da lì la strumentazione delle passioni, il fondale provinciale e tutto il resto. Quasi un verghismo incipiente, abbozzato, oserei dire.

Ma comunque, leggete Flaubert, è dissacrante, gronda ironia distruttiva da dovunque lo prendiate. Suggerirei di fare così solo se se avete a cuore una nozione di vita in cui la sensazione è già pensiero e non avete bisogno di blandizie ulteriori, di epitaffi rammemorativi, di progettazioni alla bell’e meglio della serie che “ogni lettura è una scoperta” o magari “un’esplorazione del passato che facciamo per chi verrà dopo di noi”. Se volete invece fare così, avrete tra le mani un bel pupattolo, ma non Flaubert – e non dico di quello postremo, devastante e sbizzarrito di “Bouvard e Pecuchet” o magari della dispersione del “San Antonio” – ma proprio di questo, tragico e sentimentalmente comico, della beata, fu Bovary.

Andrea Bianchi

Architect and builder

Frank Lloyd Wright and his builder David Henken revising plans, 1952. Pedro E. Guerrero Archive

2. ritratto di lei

 Steve Mc Curry, Village girl in a rural horse festival, Tagong, eastern Tibet, 1999

quel che può significare una donna sullo scorcio dei trent’anni per chi non abbia realmente fatto i conti con la trasformazione dei sentimenti in posa, è presto detto. lei si presentava con lo charme di chi guida la mini in provincia, quel genere di veicolo che non par fatto per aggirarsi tra i palazzi di Milano centrale, e che quando bazzica da quelle parti al nord fa pur sempre magra figura: sperduto tra edifici giganti, come l’uomo di Leopardi al cospetto di Roma papale. lei invece guidava la mini in un centro quasi suburbano, direi disteso, nelle fratte della pianura padana, esattamente dall’altra parte rispetto a dove andavo in vacanza – e poi all’università. strano ma vero, la incontrai nella forma consolidata del social, la stessa fatte le debite proporzioni che i mezzi social hanno assunto nel secondo decennio del ventunesimo secolo dove ogni incontro che non sia mediato dalla rete adombra la fragranza del pane raffermo, laddove invece il social preserva intatta l’indole giovanile e danzante dell’altra figura. dovrei dire di lei. la sua composizione pettorale era della gigantessa cinematografica, accompagnata e appesantita da abiti di velluto, stoffe non particolarmente pregiate ma carezzevoli della sua indole ferina e insolente. i suoi capelli, morbidi e sottili e di color nero, assai diffusi nella sua microregione. le esperienze che vantava di continuo non avevano lasciato un marchio approfondito sulla sua carne, tant’è vero che era abituata a circondarsi di uomini più grandi, a segno della sua educazione violenta, dell’essersi sempre messa a servizio di storie di comodo in cui comunque sia lei, psicologicamente, arrivava dopo, ultima direi (pur non essendo corvo, ché per mangiare, mangiava eccome). mi innamorai di lei, fui rifiutato, mi innamorai di nuovo daccapo e fui snobbato, preferito forse a qualcun altro che ancora non conosco. cosa mi ha lasciato? una ferita. diceva che la romanzavo.
chiaramente ora non riesco a innamorarmi di chi presenti le caratteristiche di lei, dal peso all’amore per la lettura, sia pur mediato da una soggettività presuntuosa e scocciante, in fondo suppurata dalla provincia. forse conoscerla mi ha maturato, forse ancora mi ha offeso, fatto sta che tra me e lei fisicamente non c’è mai stato altro che un bacio che non riuscii a rifilarle, una sera di luglio che quasi mi stava piangendo addosso e a due metri dalla risacca del mare. non so realmente se l’ho amata o se mi sono limitato a sognarla. le altre donne, splendide e olimpiche, sono sogni meno fermi nella mia memoria rispetto a lei che si conserva col nitore di una sciagura e di un’infima sottigliezza.
si va avanti, anche in questo caso, e lei non vigila più sui miei sogni. anche se la rivedo nella bellezza delle passanti e la sensazione che lei mi diede due anni fa la prima volta che la vidi riaffiora insensibilmente, gli occhi si allargano, le orecchie si allungano, il sangue circola più caldo e la vista afferra dettagli sino a un momento prima svalutati, ogni volta che rivedo un’altra lei… stando fermo sulla panchina, nei pressi dell’arco di Augusto. e come dicono altre, non so cosa voglio. voglio, ma non so cosa. voglio

Andrea Bianchi, normalista