Grinder

Michael Taylor, Grinder, oil on canvas, 2015

Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte.

Edgar Allan Poe, Eleonora

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Stramonio

Georgia O’Keeffe, Jimson Weed/White Flower No. 1, 1932.
Sold by Sotheby’s in November 2014 for $44.4 million, roughly tripling the high estimate of $15 million and becoming the most expensive painting by a female artist ever.

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Come cambia la vita di Archie? In modo radicale, a volte, per le conseguenze di scelte minuscole: d’altronde Auster, da bambino, durante un temporale, vide morire a pochi centimetri da lui un amico colpito dal fulmine — una di quelle esperienze che non possono non farti pensare ogni giorno a quella che in un suo libro ha chiamato La musica del caso. Le radici della famiglia di Archie restano le stesse: il patriarca che sbarcò in America all’alba del Novecento, partito a piedi da Minsk con cento rubli cuciti nella fodera della giacca, passato da Varsavia a Berlino per prendere finalmente una nave verso l’America. Isaac Reznikoff che voleva una nuova vita in un nuovo continente e che, su consiglio di un compagno di viaggio, si liberò di quel nome ebraico che poteva creare solo guai con gli antisemiti. Gli era stato suggerito di dire alle guardie dell’immigrazione di chiamarsi Rockfeller «perché in America tutti amano i Rockfeller» e, chissà, qualcuno l’avrebbe scambiato per un lontano parente — con inspiegabile accento yiddish — di quella dinastia miliardaria.
Ma Isaac dimenticò quel cognome e, messo alle strette dall’immigrazione americana esclamò «Ikh hob fargessen», «ho dimenticato». E quello, fraintendendo, scrisse sul registro: «Ichabod Ferguson». Un nome melvilliano, da protestante scozzese, per un ebreo bielorusso destinato a una vita di lavoro e a una fine prematura nel Nuovo Mondo, Ichabod nonno di Archie la cui storia, raccontata a pagina 1, tornerà come in un gioco di prestigio nelle ultime pagine del romanzo quando Auster si diverte, finalmente, come un illusionista generoso che decide di raccontare al pubblico i suoi trucchi alla fine dello show.

Matteo Persivale in la Lettura #266, pag. 18-19

Herta Müller

All’epoca lavoravo in una fabbrica traducendo le istruzioni d’uso dei macchinari d’importazione tedesca. Da quel momento, ogni paio di giorni, un comandante della Securitate cominciò a venire anche in ufficio. Voleva reclutarmi come informatore. Dapprima con delle lusinghe ma, quando rifiutai, scagliò il vaso da fiori contro il muro, minacciandomi. Si congedò con la frase: finirai per pentirtene. Ti butteremo nell’acqua.
Iniziarono buttandomi fuori dalla fabbrica. Adesso ero un nemico dello Stato, oltre che disoccupata. Negli interrogatori che seguirono, il membro dei servizi segreti mi chiamò «elemento parassitario». Ti dava l’idea di insetto nocivo. Gli stessi servizi segreti, che avevano indotto  il mio licenziamento, mi accusavano ora proprio di quello e mi ricordavano che per quello sarei potuta finire in prigione. Funzionava così con i posti di lavoro. Era come essere nell’esercito. Ogni mattino ognuno di noi doveva presentarsi dinanzi allo Stato. Quando alle 7 e mezzo arrivavi al lavoro, la marcia risuonava per tutto il cortile della fabbrica fin su nel cielo. Andavamo a tempo, che lo volessimo o no. Raggiungevamo le nostre postazioni: gli operai le catene di montaggio e noi impiegati d’ufficio le scrivanie. Poi andavamo a farci la doccia e a lavarci i capelli. Passavamo così al caffè e lo smalto sulle unghie. Di tanto in tanto lavoricchiavamo e poi era già l’ora della pausa pranzo con la marcia che riecheggiava dagli altoparlanti. Molto più importante della nostra produttività era la nostra presenza. In cambio di quell’ubbidienza ti davano uno stipendio, dal primo giorno di lavoro fino alla pensione. Che producessimo qualcosa o meno, non aveva alcuna importanza. In fabbrica il nostro motto era: non fare oggi quello che hai mancato di fare ieri, perché forse domani non servirà più.

Herta Müller in la Lettura #265, pag. 46

Snap the shutter

There are so many pictures that when you snap the shutter, that’s the end of their existence. It’s done. It never comes to life. You see it on a contact sheet, and you don’t even look twice. The good pictures all have a certain power or electricity to them. For a picture to have a long life it has to speak to me, have some meaning for me. And then, of course, I hope it contains enough space to hold a range of meanings for others. You might have to take 10,000 frames to produce 500 really good pictures.

Todd Hido

Comando

 

In uno dei più bei romanzi del XX secolo, Lo stendardo di Alexander Lernet-Holenia, vediamo l’esercito plurinazionale dell’impero austroungarico nel punto in cui comincia a disgregarsi, verso la fine della prima guerra mondiale. Un reggimento di ungheresi rifiuta improvvisamente di obbedire all’ordine di marcia impartito dal comandante austriaco. Il comandante, sbalordito di fronte a questa inattesa disubbidienza esita, consulta gli altri ufficiali, non sa che fare e sta quasi per abbandonare il comando, quando trova finalmente un reggimento di un’altra nazionalità che obbedisce ancora ai suoi ordini e fa fuoco sugli insorti. Ogni volta che un potere è in disfacimento, finché qualcuno dà ordini, si troverà sempre anche qualcuno, magari uno solo, che gli obbedirà: un potere cessa di esistere soltanto quando smette di dare ordini. È quello che è successo in Germania al momento della caduta del Muro e in Italia dopo l’8 settembre 1943: non era cessata l’obbedienza, era venuto meno il comando.

Giorgio Agamben, Creazione e anarchia, Neri Pozza, Vicenza 2017, pag. 96

L’artista moderno

Paul Klee, Comedy, 1921

In primo luogo, l’artista moderno crea partecipando consapevolmente alla vita cosmica: «Il dialogo con la natura», scrive Paul Klee, «rimane per l’artista una condicio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area della natura». E, precisamente, questo dialogo presuppone una comunicazione intensa con il mondo, che non si effettua soltanto attraverso la vista: «L’artista oggi è meglio di una macchina fotografica… Egli è una creatura sulla terra e una creatura nell’Universo: creatura su un astro tra gli astri». Proprio per questo motivo, secondo Klee, ci sono vie diverse da quelle degli occhi per stabilire il rapporto tra l’io e il suo oggetto, la via di un comune radicamento sulla terra, la via di una comune partecipazione cosmica. Ciò significa che il pittore deve dipingere in uno stato d’animo in cui sente la sua unione con la terra e con l’universo.
La pittura astratta appare dunque a Klee come una sorta di prolungamento dell’opera della natura: «Il suo progresso nell’osservazione e nella visione della natura gli apre a poco a poco l’accesso a una visione filosofica dell’universo che gli permette di creare liberamente forme astratte […] L’artista crea così delle opere, o partecipa alla creazione di opere, che sono immagini dell’opera di Dio». «Proprio come un bambino giocando ci imita, così nel gioco dell’arte noi imitiamo le forze che hanno creato e creano il mondo». «Al pittore interessa di più la natura naturans che la natura naturata».

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 185

Rinascimento com’era

Sandro Botticelli, La calunnia di Apelle, 1494. Galleria degli Uffizi, Firenze

Ripensiamo allora a Michelangelo, in questa prospettiva ambigua, tra il divino e il terrestre: certo, sapeva esser cortese, sensato, diplomatico e spiritoso. Ma era anche arrogante, permaloso, sprezzante e offensivo. Frequentava le osterie e non disdegnava le zuffe. Fu trasandato, disordinato, sporco, tormentato, attaccabrighe, soggetto ai capricci dei pontefici, passionale. Sensibile alle seduzioni dell’omosessualità neoplatonica, ma anche al rassicurate insegnamento della Chiesa e alle attenzioni di una colta, raffinata nobildonna, come Vittoria Colonna. E queste contraddizioni sono il patrimonio di altre grandi biografie. Ad esempio, Francesco Petrarca generò almeno due figli quando già era negli ordini minori, Leonardo da Vinci fu accusato il 9 aprile 1476 di aver sodomizzato Jacopo Saltarelli, giovane prostituto. Benvenuto Cellini fu assassino e ladro. E la musica del compositore e aristocratico Carlo Gesualdo  raggiunse le più alte vette solo dopo che egli ebbe ucciso la moglie, il suo amante e forse anche il figlio.

Amedeo Feniello, la Lettura #262, pag. 26