Goethe vs/Hesse

«Come tutti i grandi spiriti lei, signor Goethe, ha visto e sentito esattamente quanto sia problematica e disperata la vita umana: ha visto la magnificenza dell’istante e il suo misero appassire, l’impossibilità di pagare l’altezza del sentimento altrimenti che con la prigionia della vita quotidiana, la quale è in lotta perpetua e mortale col sacro amore per la smarrita innocenza della natura, questa terribile sospensione nel vuoto e nell’incerto, la condanna a subire ogni cosa come transitoria, sempre priva di valore universale, sempre tentativo da dilettanti: insomma tutta la bruciante disperazione, l’esaltazione, la mancanza di prospettive dell’esistenza umana. Lei ha visto tutto ciò, lo ha sempre ammesso, eppure in tutta la vita ha predicato il contrario, ha espresso la fede e l’ottimismo, ha dato a sé stesso e agli altri un senso illusorio di tutti i nostri sforzi intellettuali. Lei ha respinto e represso gli apostoli dell’abisso, le voci della verità disperata, tanto in sé stesso quanto in Kleist e in Beethoben. Per decenni lei è vissuto come se accumulare nozioni, fare collezioni, scrivere e raccogliere lettere, come se tutta la sua esistenza a Weimar fosse effettivamente un mezzo per eternare l’istante che lei poteva soltanto mummificare, per spiritualizzare la natura che invece lei poteva soltanto stilizzare in una maschera. Questa è la mancanza di sincerità che le rinfacciamo».
Il vecchio ministro, la bocca sempre sorridente, mi guardò negli occhi pensieroso. Poi domandò con mia grande sorpresa: «Allora il Flauto magico di Mozart le deve essere molto antipatico, vero?». E prima che io potessi protestare aggiunse: «Il Flauto magico rappresenta la vita come un canto delizioso, esalta i nostri sentimenti che pur sono passeggeri come qualche cosa di eterno e di divino, non si accorda né con il signor Kleist né col signor Beethoven, ma predica l’ottimismo e la fede».
«Lo so, lo so!» esclamai infuriato. «Ci sa perché le è venuto in mente proprio il Flauto magico che è quanto di più caro io abbia al mondo? Ma Mozart non è arrivato a ottantadue anni e non ha avuto nella vita personale le pretese di durata, di ordine, di rigida dignità che ha lei! Lui non si dava tante arie d’importanza. Ha cantato le sue melodie divine e fu povero e morì presto, in povertà, senza riconoscimenti…»

  • Il lupo della steppa, trad. di Ervino Pocar, pagg. 134-135

Maeve Brennan

La videro, l’ultima volta, nella redazione del “New Yorker”, di cui era stata regina, quarant’anni fa, era il 1981. Vagava, imbruttita, ossessa, preda di paure, abulica da quel mondo che le pareva pieno di chiodi, di serrature. Da quasi dieci anni non scriveva più, il libro che l’aveva resa leggendaria – quel repertorio di sketch sagaci, leggeri, spesso crudeli, che svelavano la sotterranea violenza della società newyorchese –, The Long-Winded Lady era stato pubblicato nel 1969. John Updike adorava quella scrittrice dalla “vista acuta di un passero, attenta alle briciole della realtà, a quanto udito per caso, visto di sfuggita”; Edward Albee, l’autore di Chi ha paura di Virginia Woolf?, semplicemente, la idolatrava, credeva fosse la reincarnazione, femmina, di Anton Čechov. Morì sola, dimenticata, come una briciola, come chi vive di sfuggita, in fuga, nel 1993, in una casa di cura del Queens; a William Maxwell, mentore e amico, mandava alcuni biglietti, in uno è scritto “tutto quanto è una favola”; si chiamava Maeve, come la mitica regina irlandese del Connacht, di cui ereditò la forza, ma non la fortuna.

Lungo l’intestino di corridoi

Lungo l’intestino di corridoi che si snodava nel museo archeologico, le scaffalature incupite dalla polvere s’arrampicavano fino al soffitto. Agli ultimi ripiani ci si arrivava con una vecchia scala d’alluminio agganciata a un corrimano fissato a due metri e mezzo d’altezza. John Tevis l’assestò sulle mattonelle del pavimento, un po’ instabili, e salì per estrarre un repertorio bibliografico legato in mezza pelle. Lo compulsò appollaiato sul predellino, impaziente di esplorarne le pagine. La solita smania di vedere le cose subito, che lo accompagnava da quand’era studente. Scese con cautela e rifece il percorso fino alla stanza che gli avevano assegnata, un lungo ambiente con le pareti coperte da librerie a vetrina zeppe di volumi. Tre grossi tavoli scuri campeggiavano al centro, con un fotocopiatore accanto alla porta d’ingresso.
Tevis poggiò il repertorio sul tavolo di lavoro e si lasciò cadere sulla sedia. La trasferta alla biblioteca del museo archeologico l’aveva colto alla sprovvista, obbligandolo a lasciare la casa di Penarth. E ora avvertiva strane, sgradevoli avvisaglie. Forse erano gli strascichi della sindrome ansioso-depressiva che l’aveva spinto a offrirsi per incarichi di ricerca all’estero. Quando il professor Crowley dell’università di Cardiff gli aveva detto di prepararsi alla partenza era stato sul punto di rinunciare: non immaginava che sarebbe finito di nuovo in Italia. E dopo i primi mesi s’era ormai abituato alla stabile, media infelicità che lo proteggeva dal vuoto lasciatogli da Laura. Lei, dalla casa dei genitori, non s’era fatta viva, nemmeno per salutarlo.
I tomi che ingombravano i piani di lavoro servivano alla ricerca sul fondo Antinori, una raccolta di manoscritti la cui mole si rivelava sempre più cospicua. Un lavoro che minacciava d’impegnarlo per molto, se non fosse riuscito a concentrarsi. Ma le distrazioni, nel suo stato, erano inevitabili. Tornò a guardare la porta a doppio battente incorniciata fra le librerie, sempre socchiusa, che lasciava trapelare un frusciare di carte. La dottoressa Lazzeri, direttrice del museo, non sembrava condizionata dalla presenza di Tevis, mentre a lui era accaduto il contrario: i postumi della crisi l’avevano lasciato vulnerabile, e ogni volta che la Lazzeri passava nei vestiti attillati il suo sguardo s’alzava a cercarle gli occhi. Lei lo ricambiava con una sbirciata sorridente, sempre troppo fugace, con le fossette a incorniciarle la bocca. Formosa, giovanile, i fianchi larghi, la pelle chiara, il viso tondo illuminato da occhi grandi e da un sorriso apparentemente disarmato. Le labbra carnose potevano avere un velo di rossetto, ma non ci avrebbe giurato, quel carminio poteva essere naturale.
Nelle ultime settimane la Lazzeri s’era vista poco in ufficio. Molto tempo lo passava nelle sale, ad allestire la mostra degli ultimi reperti trovati intorno alla città. E Tevis s’era trovato a trascorrere le giornate in modo disordinato e capriccioso, scartabellando vecchi libri e frugando tra scaffali impolverati, distraendosi a ogni suono di passi lungo il corridoio. Aveva addirittura preso l’abitudine di andare a far fotocopie dall’altra parte, con la scusa che quelle della sua macchina erano orribili, o a chiedere informazioni pretestuose al dottor Bellini, uno dei curatori della mostra, solo per poterla vedere.
Tevis diede una scorsa al repertorio che aveva davanti e lo richiuse con cura. Gettò lo sguardo fuori della finestra, nella fetta di cielo tagliata dai muri gialli del palazzo, e decise di andarsene in anticipo. Ripose gli appunti nel cassetto, lo chiuse a chiave e percorse il corridoio silenzioso. Uscì dal cancelletto che delimitava l’ala della biblioteca e raggiunse lo scalone del palazzo. Indugiò di fronte alle sale al primo piano, appena rimodernate, scrutando attraverso le porte di vetro, poi scese.
Il sole scaldava ancora il fermento della città. Si tolse la giacca leggera con gli spacchetti, imboccò via Stucchi e s’incamminò tra la gente. Costeggiò i muri della Santissima Annunziata, lungo la strada che portava all’appartamento dov’era alloggiato, una settantina di metri quadri bene arredati, concessi da una squisita signora della vecchia borghesia, al secondo piano del suo stabile dalla facciata scurita. Quando fu davanti al portone frugò nelle tasche in cerca delle chiavi. «Damn…» bofonchiò. Le aveva scordate di nuovo. Si vide costretto a suonare dalla padrona di casa. Premette il pulsante d’ottone con la scritta Gabriella Benedetti e attese.
«Sono Tevis, signora. Ho dimenticato le chiavi» si giustificò al citofono.
Come fu nell’atrio l’avvolse dalla frescura odorosa delle case antiche. La penombra s’allungava fino a una porta a vetri che dava nella corte popolata di piante. Fece per avviarsi verso le scale, quando uno scalpiccio proveniente dallo scantinato lo distrasse. La porta s’aprì con un cigolio e dalla stretta gradinata emerse Sergio Fanelli, il suo vicino di pianerottolo.
«Buona sera, Fanelli» lo salutò Tevis, cordiale.
Il vicino trasalì. «Ah… buonasera, non l’avevo vista.» Lo guardò attraverso le lenti spesse, imbarazzato. «Come va?»
«Direi bene, grazie.»
Alle spalle di Fanelli spuntò un uomo grassoccio dall’aria trasandata, che si grattava la zazzera di capelli grigi.
«Be’, ci si vede, allora». Tevis decise di sciogliere il vicino dall’impasse, mentre l’uomo grassoccio indugiava in fondo all’atrio.
«Ci vediamo» si sforzò di sorridere Fanelli, e s’affrettò verso il cortile.
Dall’alto giungevano delle voci, Tevis salì e trovò la signora Gabriella sulla soglia di casa.
«Mi scusi, so di essere imperdonabile…»
«Non cominci, John» l’interruppe lei, affettuosa. «Stavo dicendo alle amiche quanto lei sia gentleman…» Affacciate al portone, una mora col viso grinzoso e un’altra signora dalla criniera leonina lo guardavano amabilmente. «Sa che è giunto a fagiolo? Volevamo fare una partita di mah-jong e ci mancava il quarto.»
«Oh… Sorry. Temo che…»
«Su, su, non faccia il difficile» si fece avanti la mora, mettendo in evidenza le curve. Lo prese per un braccio e lo tirò dentro, scortata dai sorrisi complici delle altre.

Poe & la crittografia

Nel 1839 Edgar Allan Poe compiva trent’anni ed era pressoché un fallito. Orfano, comincia come poeta, tenta la via dell’esercito, si dà al giornalismo. Nel 1836 aveva sposato la cugina: specie di bambina fatata, all’epoca del matrimonio ha tredici anni. Poligrafo, di sinistra intelligenza, rapace, Poe è un talento: il “Southern Literary Messenger”, però, lo licenzia in tronco. Il problema è il solito: beve; beve troppo; beve per acuire l’istinto visionario e dimenticare questo mondo. Nel 1839, allora, Poe fa due cose. La prima è pubblicare una delle sue raccolte di maggior successo, Tales of the Grotesque and Arabesque, dove sono organizzati alcuni dei racconti più celebri: The Duc de L’Omelette, The Fall of the House of Usher, Berenice. Il libro vende poco, le recensioni sono scarse, spesso ostili. Per far soldi, allora, Poe escogita un’altra cosa, la seconda. Fa fruttare la naturale attitudine crittografica. Già. Poe era un genio nel creare linguaggi segreti e nel decrittare simboli, cifre, lingue strambe. La collaborazione con l’“Alexander’s Weekly Messenger” dura poco più di un anno, fino al 1840 – la rivista cesserà le pubblicazioni nel 1848 –, ma gli permette un successo insperato. Nei dagherrotipi del tempo il viso di Poe pare sbilenco, segato in due e poi ricomposto in modo affrettato, senza che le parti combacino del tutto: parlano, forse, linguaggi diversi.