LA PAROLA PERFORMATIVA

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L’idea umanistica che nella Commedia di Dante, o nelle tragedie di Eschilo, fosse riposto un insegnamento, una bellezza, un godimento riservato a noi, venuti secoli o millenni più tardi, quella era senz’altro un‘idea del passato e l’idea di un passato. Ma era anche un’idea del futuro. Ogni libro, in fondo, come disse una volta Jean Paul, è una lettera scritta a un amico lontano. Una lettera d’amore. Una comunicazione a distanza attraverso il medium della scrittura che confida in una filia da parte del ricevente, chiunque esso sia e in qualunque momento della storia egli ne venga raggiunto. L’amicizia, la consentaneità, la comprensione appassionata, la fraternità intellettuale con il lettore sconosciuto, questa era la posta in gioco e il presupposto dell’umanesimo inteso come comunità di lettori di medesimi libri a cavallo dei secoli, società letteraria di uomini e donne che avrebbero amato le stesse parole in epoche e luoghi remoti. […] L’umanesimo è stato questa comunità immaginaria tra i vivi, i morti e i non ancora nati, è stato questo patetico, grandioso amore non tanto, o non soltanto, per il proprio prossimo, ma addirittura per la vita sconosciuta, la vita lontana, soprattutto per la vita a venire. Ama l’umanità remota come ami il prossimo tuo. Questo fu l’insegnamento con cui l’umanesimo letterario venne a completare quello cristiano. Un insegnamento oggi misconosciuto.
Oggi, la retorica delle comunità di racconto, di una supposta nuova tradizione orale – retorica che fiorisce soprattutto in internet per bocca dei supposti nuovi aedi di una supposta nuova narrazione collettiva – è, nella migliore delle ipotesi, espressione di un bisogno, il bisogno di comunità. Ma il bisogno indica una mancanza. In questo caso, la mancanza è talmente radicale da non trovare nemmeno la forza di simbolizzare, di costituirsi in desiderio. Il bisogno crudelmente insoddisfatto preferisce, allora, fingere la propria soddisfazione. Ma tutto si esaurisce nel beneficio del locatore. In questo tipo di perversione, a godere è soltanto chi proclama da internet l’esistenza in internet di nuove comunità, poiché assurge immediatamente al prestigio del guru facendo leva sulla mentalità magica, sulla superstizione arcaica di una parola-amuleto, una parola performativa, uno scongiuro che per il solo fatto di essere pronunciato fa accadere ciò che enuncia: ti dico che non sarai più un individuo isolato, te lo dico e non lo sei più. Ora sei il membro di una comunità virtuale, una comunità che non c’è. La comunità virtuale, come già si disse della psicoanalisi, è la malattia che pretende di curar se stessa.

Antonio Scurati, La letteratura dell’inesperienza, Tascabili Bompiani, Milano 2006, pp. 16-19