FENOMENOLOGIA DEL RINGRAZIAMENTO

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Quasi quattro anni fa, su Il Sole 24 Ore Domenica apparve un articolo di Stefano Salis intitolato “Ho scritto un libro. Grazie tante!“, in cui si stigmatizzava un vezzo divenuto assai di moda fra gli scrittori, e più in generale fra chi pubblica un libro: la cosiddetta “sindrome da Thanksgiving”.

La malattia è arrivata dritta dritta dagli Stati Uniti: si diffonde, pare, per contatto (anche solo visivo) con le pagine dei libri, soprattutto le ultime. Pochi riescono a restarne immuni. E figurarsi in Italia, dove un po’ l’invidia e un po’ il non-siamo-certo-da-meno-di sta producendo effetti devastanti.
I sintomi si manifesterebbero con la comparsa, nelle ultime (o nelle prime) pagine di una profusione di “Ringraziamenti”. Giudicati, spesso, ridicoli.
Intanto perché i “ringraziati” sono quasi sempre gli stessi. Prima di tutti l’editor, l’agente letterario e, addirittura, l’editore. Confondendo così il ruolo professionale (costoro correggono, suggeriscono, rivedono proprio perché questo è il loro lavoro) con la vita privata. Eppure basterebbe un invito a cena, un bigliettino , una telefonata, anche solo uno sguardo.
Alla Minimumfax (che le novità le sanno fiutare, eccome), hanno poi sublimato il ringraziamento a chi il libro “lo fa” con i “Titoli di coda”. Tutti quelli che lavorano in casa editrice al momento di andare in stampa sono debitamente nominati in fondo al libro. Cosa faccia però un “Party manager” e che peso abbia nella costruzione di un romanzo, resta ancora un mistero.
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Ma oramai il delirio febbrile è incontenibile, gli effetti collaterali assolutamente comici. E va bene finché ringrazi tua moglie (o tuo marito) perché ti ha portato il caffè mentre tu sbattevi inutilmente contro la pagina (guardandoti con compassione, ma questo non lo si scrive…), ma ci sono autori che arrivano a ringraziare gli animali, i fiori, il cielo, la pioggia…
Non parliamo dei nomi. In Italia ci sarebbe da fare una vera e propria classifica delle nomination (Sergio Perroni, Elisabetta Sgarbi, Rosaria Carpinelli sbaragliano la concorrenza). O delle motivazioni. Grazie per la pazienza, grazie per l’entusiasmo, grazie perché ci sei, grazie per le acute annotazioni, grazie per le informazioni, grazie bambini perché siete bambini, grazie della passeggiata, grazie di quella mattina, grazie della partaccia, grazie del bel pranzetto, fino ai metafisici grazie… «per tutto».

Fu il giovane scrittore americano Dave Eggers, nuova stella del firmamento letterario, a fare del ringraziamento una forma di letteratura umoristica. Fra le altre cose, Eggers rivelava (ringraziandoli, ovviamente) di non aver mai saputo che Evelyn Waugh fosse un uomo e George Eliot una donna.
E qui da noi?

Alessandro Baricco ringrazia pure lui tutti: chi gli fa le copertine del libro (belle!), chi gli manda le videocassette (gratis!, grazie!), perfino gli editori che pubblicano i suoi amici! Poi, siccome si accorge di star usando troppi esclamativi, beh, e che c’è di male? È colpa di Vonnegut, che lo induce a pensare ai punti esclamativi. E dunque grazie, grazie caro vecchio Kurt, per questi esclamativi che in tuo onore spargo impunemente sulla pagina… Se non altro Baricco, e non si sa come (ma, forse, sano senso del ridicolo…) ha trovato gli anticorpi e l’antidoto giusto alla “sindrome da Thanksgiving”. Ultime righe delle sue tre pagine (solo tre, ahi ahi…) di ringraziamenti: «Ho deciso in questo istante che dal prossimo libro non scrivo più i ringraziamenti».
Meno male. Anzi: grazie, Baricco.

Da parte mia, naturalmente, nessuna intenzione di schierarmi dalla parte dell’autore dell’articolo: ciascuno è libero di ringraziare chi vuole. Ho solo segnalato un fenomeno che, come tutti i fenomeni, ha le sue dinamiche.

(da Stefano Salis su Il Sole 24 Ore Domenica, 20 novembre 2005)