DECADENZA (1)

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«Basta con la Rete, è solo una perdita di tempo», mi ha detto un giorno un amico. Aveva tenuto un blog per un paio d’anni ed era stato in Facebook per un paio di mesi: quanto bastava per mandare tutto a quel paese. Uscire dalla Rete e sparire: è quello che ha fatto. Non so se dargli ragione: probabilmente sì, se il suo intento di fondo era quello di ottenere visibilità. Perché sappiamo che in realtà sulla Rete — salvo casi eccezionali — non si riesce a ottenere una visibilità di un certo tipo, quella che abbia i requisiti minimi per trovare senso.
Dato il declino generale del fenomeno blog in favore dei social network, sono pochi (oggi più che mai) quelli che passano a visitarti, se non hai alle spalle una minima storia che ti ha dato un piccolo pubblico di lettori, o se non hai scritto qualcosa anche in altri ambiti, che siano giornalistici, critici o letterari, ovvero se non sei un/una trasgressivo/a che si è fatto/a notare e ha fatto parlare di sé. Ormai sappiamo che se qualcuno viene nel blog a lasciare un commento, senza una ragione argomentativa o consuetudinaria, è solo per vedere se abbocchi e vai a visitarlo a tua volta: in pratica, è un “lanciare l’amo” per catturare visitatori e attenzione. Perché quasi tutti quelli che fanno blog aspirano ad avere attenzione, cioè lettori, e raramente sono in cerca di altri blog da leggere.

In questa fase di decadenza dei blog — secondo me irreversibile — possono essere solo i siti-feticcio (e le blogstar, ammesso che esistano ancora) ad attirare visitatori, i quali ci vanno soprattutto per essere visti e poter dire: «Esisto!». È certamente così per i cosiddetti lit-blog o blog letterari, come può essere Nazione Indiana (per citare quello che mi è più noto), forse uno dei più visibili e rissosi, dove esser presenti — se non come autori almeno come commentatori sgomitanti — può continuare ad avere un’attrattiva. Un’attrattiva sempre calante, però, perché la decadenza investe in primis i blog letterari e quelli personal-diaristici, che richiamano sempre meno frequentatori — che in genere sono gli stessi, una specie di zoccolo duro di habitué-forzati di un gioco intellettuale via via più sterile. Gente irriducibile, che mi fa venire in mente quei soldati (giapponesi, mi sembra) che a guerra finita continuavano a nascondersi in certe isole del Pacifico, convinti di dover combattere ancora.

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