LA PRATICA

lettere

Coltivavo la pratica di scrivere lettere fin da ragazzino: mi piacevano da matti le carte, magari colorate, le buste, l’attesa del postino. Ebbi molti “amici di penna” (soprattutto amiche), pen-friends con cui si corrispondeva in inglese. Indirizzi complicati, da scrivere sulle buste: i codici di avviamento collocati diversamente rispetto alla località, e poi i francobolli alieni che suggerivano la diversa cultura, e poi i ritratti in foto che talvolta si allegavano alla lettera. Le calligrafie disegnate diversamente, i corsivi esotici. Spesso erano bionde, le mie pen-friends o pen-pals, nordiche o d’impronta irrimediabilmente anglosassone o germanica o finnica.
Tutte cose perdute che ancora rimpiango. So che può suonare sdolcinato, ma la mancanza la sento davvero. Credo che mi manchi l’oggetto-lettera, da custodire in senso fisico, “che ci porta le impronte autentiche, le vere connotazioni dell’amico assente”, per citare una vecchia compagna di blog. Mi manca la “traccia della sua mano impressa nella scrittura”, un connotato che continuo a sentire quasi come “sacro”. E chissà se sarà mai recuperabile.

 

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