(trans)DECADENZA

Il mio amico è tornato a visitarmi in sogno. Da buon emiliano sanguigno — pur se coltissimo — era un tifoso quasi sfegatato della figa, in un modo che a volte poteva risultare imbarazzante. Non stupisce, quindi, la sua indignazione nel constatare quanto si stia diffondendo il vizio dei commerci coi transessuali, capace di colpire a tutti i livelli. Come non stupì, a dire il vero, la vicenda Lapo Elkann, oggi stupisce non poco quella del povero Piero Marrazzo. Povero per tanti motivi: per l’angoscia che certamente l’ha attanagliato negli ultimi mesi, per il rimorso che lo sta smembrando, per l’impoverimento materiale a cui verosimilmente andrà incontro, oltre a tutto il resto.

Ma quello che più fa infuriare il mio amico — nel sogno eravamo impiegati in un’azienda editoriale talmente precaria che il pavimento di assicelle era sfondato in più punti, aprendo voragini sul piano inferiore — è la sensazione che gli esponenti politici della sinistra risultino più vulnerabili al fascino perverso dei trans — dotati di quel qualcosa in più che sembra non lasciare scampo — rispetto ai colleghi della destra, i quali ancora reggono (ma per quanto?) l’ortodossia rassicurante della tradizione, preferendo la calda, protettiva, profumata casa di tutti noi.
Figa!” continuava a ripetere il mio amico,
Figa!, ma era soprattutto un’interiezione.

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