L’ENERGIA DELLE OSSESSIONI

Noi siamo dominati dalle nostre coazioni. O forse succede solo a me. Ma mi sembra che le ossessioni possiedano una grande energia. Quell’energia può essere imbrigliata. So che la maggior parte dei miei amici scrittori sono ossessionati dallo scrivere. Funziona esattamente come per la cioccolata.  Si pensa in continuazione che si dovrebbe scrivere, anche se si sta facendo qualcos’altro. Non è molto divertente. Quella  dell’artista non è una vita facile. Non è mai libero, a meno che non si stia dedicando alla propria arte. Ma credo che produrre arte sia sempre meglio che bere smodatamente o ingozzarsi di cioccolata. Mi chiedo spesso se tutti gli scrittori dediti all’alcol bevano tanto perché non stanno scrivendo, o perché hanno difficoltà a scrivere. Non è che bevano perché sono scrittori; lo fanno perché sono scrittori che non stanno scrivendo.
Essere scrittori e scrivere significa sentirsi  liberi. Significa adempiere la propria funzione. Una volta pensavo che la libertà consistesse nel fare tutto quello che uno voleva. Ma la libertà consiste nel capire chi siamo, capire cosa dovremmo fare su questa terra, e infine, semplicemente, farlo. Non consiste nel lasciarsi sviare, nel pensare che una non dovrebbe più scrivere della propria famiglia ebrea, se il suo ruolo nella vita è proprio questo: registrare la sua storia, raccontare chi erano questi Goldberg, immigrati della prima generazione, a Brooklyn, a Long Island, a Miami, prima che tutto questo passi e sia cancellato dal tempo.
«Poveri artisti», dice Katagiri Roshi. «Quanto soffrono. Finiscono un capolavoro, e non sono soddisfatti. Vogliono subito mettersi a scriverne un altro». Sì,  ma se si prova questo bisogno impellente, è meglio mettersi a scriverne un altro piuttosto che cominciare a bere e finire alcolizzati, oppure mangiare chili di cioccolatini  e diventare dei bidoni.
Dunque non tutte le ossessioni, forse, sono un male. Avere l’ossessione della pace è un bene. Ma allora bisogna praticarla, la pace, non pensarci e basta. Avere l’ossessione di scrivere è un bene. Ma allora scriviamo. Non lasciamo che quell’ossessione venga distorta e diventi alcolismo.

Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini Editore, Roma 1987, pp. 47-48

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