TIPI D’ACCUSO

Dunque, i disoccupati. A novembre la disoccupazione in Italia ha raggiunto l’8,3%, quindi è cresciuta del 1,3% rispetto a novembre 2008. Pare che sia il livello più alto dall’aprile del 2004: significa che prima  di quella data il tasso di disoccupazione è stato anche superiore. Ma questo è il dato generale: vediamo quello riferito ai giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 26,5%, cresciuto del 2,9% rispetto a un anno fa. Dunque, a patire gli effetti della crisi sono soprattutto loro, visto che il valore è triplo rispetto a quello generale. Che vogliamo fare? Vogliamo aiutarli, ‘sti giovani? E allora comincino a mollare la presa quei vecchi che, dopo aver avuto tanto, restano artigliati al loro posto: potrebbe comunque essere un inizio, mi sembra.

E il tasso di occupazione? A novembre risulta del 57,1% (-1,1 rispetto a novembre 2008): le persone che lavorano sono poco meno di 23 milioni. Quelle senza lavoro (che lo stanno cercando) hanno superato i 2 milioni, mentre le persone inattive fra i 15 e i 64 anni sono cresciute del 1,8% (di quasi 300.000 unità) rispetto a un anno fa. In realtà, le persone che lavorano — comprese quelle in regime di semi-schiavitù — sono molte di più, ma l’Istat non le vede. E come potrebbe? Ognuno nascosto nella sua piccola realtà, bella o brutta o terribile che sia, lontano da ogni osservazione.

La disoccupazione nella cosiddetta Eurozona, se vogliamo ampliare lo sguardo, è salita al 10%, il peggior risultato dall’agosto 1998. E al 10% si attesta anche quella degli Stati Uniti, ma con oscillazioni mensili più significative, perché lì la flessibilità è maggiore in tutti i sensi: ad esempio, nel mese di novembre il numero degli occupati è addirittura cresciuto di 4.000 unità rispetto al mese precedente, mentre a dicembre è calato di 85.000. Va da sé che queste oscillazioni influenzano puntualmente la Borsa americana e — per la nostra dipendenza storica, accentuatasi con la globalizzazione — da Piazza Affari. Ogni giorno, infatti, qui si aspettano le 15,30 per vedere come apre Wall Street (9,30 ora locale) e per comportarsi di conseguenza, da veri pecoroni. Non solo: spesso si  reagisce alla diffusione di certi dati Usa — l’andamento della disoccupazione, le vendite al dettaglio o all’ingrosso, le vendite di auto e di case, il prezzo del petrolio — ancor prima che la Borsa di NY abbia aperto le contrattazioni. Una volta ho visto il titolo Unicredit crollare dell’1% in meno di un minuto, solo perché in Usa avevano diffuso un dato negativo che non ricordo (e poi, nel corso della giornata, tornare al livello di prima). Dicono che dietro casi come questo si nascondano manovre speculative dei grossi operatori (banche, fondi d’investimento) che approfittano della paura strisciante per spaventare i traders e farli scappare lasciando lì i soldi, così se li prendono loro. Molto verosimile, visto che la manipolazione è all’ordine del giorno: soprattutto quando ci sono in ballo il denaro e il potere.