DISCORSI CRITICI

— La questione è semplice: bisogna costruire un punto d’osservazione che permetta di cogliere le modalità con cui il significato dei fatti è stato amputato, veicolato e infine promosso a strumento del consenso attraverso cui rendere accettabile uno stato di cose di per sé inaccettabile. Vogliamo che realtà e memoria s’incontrino, per poi fondersi nelle forme di un discorso letterario che assurge a un valore testimoniale esplicitando nel presente ciò che il passato contiene per aprirlo al futuro. Giusto?

— Giusto.

— Un’apertura al futuro che scalza e dimette le strategie retoriche impiegate dagli apparati preposti a stabilire oggettivamente ciò che è vero e ciò che è falso. È qui che la storia ritorna all’elemento da cui proviene, al linguaggio. E sappiamo che anche l’anti-rappresentazione è una forma di rappresentazione: è la pratica teorica di sfidare le leggi della rappresentazione, proponendosi di rappresentare l’irrappresentabile e dire l’indicibile.

— Sì, ma bisogna intendersi sul concetto di rappresentazione.

— Si tratta di stile: uno stile che si realizza attraverso un uso artificiale del linguaggio. È una teoria della significazione che ci indica i propri paradossi e ci sfida al loro superamento; e all’interno del linguaggio si cercano i mezzi per arrivare a quel quid, ma lo si fa per approssimazioni successive, in  modo da costruire l’evocazione di tale irrappresentabilità come un effetto estetico.

— Sono pratiche che derivano da un sostrato filosofico, ma mi piacerebbe vederle più attinenti alla realtà, alla pratica…

— Non hai capito: si tratta di esplicitare la quasi–rappresentazione, che vede come punto d’arrivo anche la resa dell’irrapresentabile. Questa è realtà: e il confine fra opera e realtà articola e gradualizza le relazioni fra interno ed esterno, fra apertura e chiusura. Senza dimenticare il lavoro cognitivo, che sta soprattutto in un’incessante interlettura dei materiali d’archivio: non solo dei documenti fra loro, ma anche fra questi e le strategie discorsive che li sottendono. Siamo lontani da quell’intertestualità  gratuita che oggi i critici del postmodernismo vanno cercando ovunque. Tu sai che rifuggo da ogni heideggerismo e prurito ontologico, no?

— Certo, ci mancherebbe.

— E io so che sei lontano dalle tentazioni del postmodernismo. Quindi, vediamo profilarsi un doppio binario del racconto: il primo è  anamnestico, perché collega gli eventi attraverso una ricostruzione indiziaria sui documenti che riporta a una realtà verificabile solo nel tempo della storia e dell’esperienza, il secondo ha carattere diagnostico, perché induce a guardare ai modi di costruzione di tale realtà da dentro il testo, scoprendo le ideologie e le strategie retoriche che presiedono alla veicolazione del significato degli eventi e alla loro contenzione e gestione sociale. Capisci?

— Sì. Però…

— Insomma, se il racconto si sdoppia c’è un motivo, no? Si sdoppia per riunificarsi in una lettura del mondo storico in grado di testimoniare le stratificazioni discorsive rintracciabili nel passato, ma soprattutto la loro capacità di agire sul presente indirizzandolo e statuendo la rilevanza di certi eventi. È questo il momento di sintesi, è qui che l’imbricazione della dimensione anamnestica e di quella diagnostica porta l’atto stesso di raccontare i fatti ad attualizzarne le potenzialità di senso, significati che neppure chi li aveva vissuti direttamente poteva aver colto. No?