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In realtà quel tuo lato “infantile” mi piace moltissimo. Lo adoro, se vuoi saperlo. Poi sono andato a leggere le tue vecchie cose che non conoscevo: se le avessi lette allora, t’avrei conosciuta e avrei capito subito, ma sono arrivato più tardi. Mi sono commosso molto. Da bambino, anch’io piangevo quando mi davano o mi facevano cose belle: non me ne sentivo degno e mi sentivo in colpa per averle ricevute. Che strana natura! Aver letto quelle cose potrebbe farmi soffrire, se non sapessi che ora stai meglio: ora hai un Amico che ti tende la mano e ti stringe a sé, e ti ascolta, e ti crede. Curioso essersi “riconosciuti” nel vuoto elettronico, con tutti questi schermi e queste parole e queste interferenze in mezzo. Quand’è stato? Io me ne sono accorto quando ho sentito quella comprensione sotterranea che scorreva oltre le parole, e ti sentivo protesa verso di me: un po’ sembravi soffrire, così non potevo lasciarti lì nel vuoto, era naturale che ti avrei raggiunta. Chiamarti coi vezzeggiativi era un gioco, ma sotto c’era il desiderio di proteggerti, e tu lo sentivi. Oggi il momento più bello è stato quando hai detto che con me ti accade una cosa mai successa con nessuno: che riesci a essere te stessa senza preoccuparti. A volte è bellissimo non sentirsi sbagliati, proprio così.