Furbizie vintage 2

In quell’occasione, nel newsgroup, subito dopo intervenne un altro scrittore — più importante del primo — per promuovere il libro dell’amica:
«A me i suoi libri piacciono molto e non è un mistero. Non è una difesa d’ufficio, ho trovato “D…” un romanzo che riesce ad essere lirico e tremendo allo stesso tempo e ho trovato i racconti di “I…” scritti con grandissima cura e profondità.»

Ma questo solerte tentativo di “manipolazione delle coscienze” (in seguito si seppe che la scrittrice in questione era stata sua fidanzata) ebbe vita breve. Il mattino dopo, un animatore del newsgroup — un tale scultore di Pistoia — che non l’aveva presa bene, sparò a zero:

Cmq piglio l’occasione per dire che invece, secondo me, questo pezzetto di recensione mette il dito proprio nelle piaghe peggiori dei tuoi lavori (il che spiega la reazione). Che i tuoi libri non mi dicano granché l’ho già detto più volte (e non per moralismo; anzi, mi pare di averli difesi da quel tipo di accusa qualche volta). Cmq ho letto – vaiassapettuperché – “D…” e “I…” (ehm, quest’ultimo non ce l’ho fatta a finirlo-irlo-irlo proprio tutto, confesso! -yawn-). La cosa peggiore che ci ho trovato, imho, è la pretenziosità, il mostrare continuamente, drammaticamente, enfaticamente di voler dire chissà che, senza poi riuscirci mai. Questo limite, questa montagna che partorisce topolini ciechi uno dopo l’altro, è tragicamente sottolineato dalla scelta stilistica: esprimersi con quello stile asciutto, essenziale, fatto di frasi brevi e lapidarie, senza maieppoimaicascasseilmondo un filo d’ironia o di leggerezza o di umiltà, questo crea un’intelaiatura dentro la quale non si può non aspettarsi di trovare fatti, cose, vicende o considerazioni un minimo non superficiali, un po’ intense; un arrosto degno di tanto fumo retorico, insomma. Cosa che disgraziatamente in questi libri non succede mai. Anzi, là dove potrebbero annidiarsi dei contenuti (nelle pieghe delle vicende, nei caratteri, nella scarnezza delle trame), proprio da là finiscono per saltar fuori solo banalità, retorica, luoghi comuni generazionali e non. E poi c’è l’altra caratteristica negativa (che, combinata con la suddetta, genera una miscela micidiale, ancorché talvolta soporifera): il voler sempre toccare fatti estremi, situazioni dolorosamente drammatiche e tragiche – con la ciliegina dell’immancabile descrizione splatter da B-horror di quart’ordine (ehm, da D-horror, quindi… ;-)) – senza riuscire a farlo in modo non artificioso e non falso.

Da qui ebbe inizio un vero e proprio scambio di mazzate — con le repliche risentite della scrittrice in questione e altri contro-interventi più o meno velenosi — in cui si arrivò a contestare il diritto stesso degli scrittori di intrufolarsi nei gruppi di discussione letterari per interloquire con i propri lettori. Fu uno scontro epico, rimasto nella storia di usenet.

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