La formula dell’Arcanum

«Gruppo con dama e cagnolino aggiudicato al signore in giacca rossa per novantacinque ducati!»
Dalla folla salì un mormorio di disappunto, e un’onda di teste si girò verso il palco invocando una reazione che s’era già accesa, a suo modo: «Ma chi cazz’ è ‘stu guaglione?».
Così, con grazia tutta regale, Carlo di Borbone  interrogò i cortigiani, e il refolo di dispetto che intorbidiva la cesellata frase li fece mutissimi, in attesa.
«Allora?» fece il re scostando la poltrona e alzandosi, dando le spalle al Largo di Palazzo dove una leggera brezza estiva muoveva i tendoni della fiera e gli orli degli ombrellini delle signore che curiosavano fra i banchi: «Principe, ne sapete qualcosa?».
Il principe Dentice, ministro della Real Casa, percepì il proprio disagio in forma di un rossore che gli saliva al viso. Per vincerlo cercò di dire qualcosa di sensato, visto che del ragazzo non sapeva proprio niente, farcendo le parole con un sorriso che voleva essere charmant: «Altezza, ma la fiera la facciamo proprio perché la gente acquisti le vostre porcellane…».
«Sì, ma quello se le sta comprando tutte!» scattò il re, e subito scovò alle spalle del ministro l’intendente della Real Fabbrica che si faceva piccolo piccolo: «Signor Bonicelli, avete mai visto quel ragazzo, voi?».
Prima che il disgraziato, intendente da nemmeno un mese, già in un vortice di tensione e di sudore per essere su quel palco fra duchi e baroni, riuscisse a far affluire la saliva necessaria a una risposta la voce stridula della regina lo gelò, e con lui l’intero palco, tutti immobili, il sangue pastoso e caolino, denso come quello di san Gennaro prima del miracolo.
«Fate qualcosa!» gridò Maria Amelia al marito, scuotendo sulla poltrona di broccato il suo gran corpo sassone fabbrica di principini mentre si faceva aria con un ventaglio la cui velocità era, a corte, infallibile indicatore del bello e del cattivo tempo: ora frullava velocissimo, rinfrescando il suo devastato dal vaiolo e solcato dalle rughe di un perenne, pessimo umore. Poi si voltò verso la contessa di Castropignano e le  due donne presero a bisbigliare fitto, rivolgendo di tanto in tanto un’occhiata sdegnata al re, che alla terza si sentì un coglione, stato d’animo delle due donne, dopo molto esercizio, erano diventate maestre nel generare in lui.


E’ il 1754 e Napoli è splendidamente distesa all’ombra del Vesuvio. Qui si nasconde la formula dell’Arcanum, la chiave alchemica capace di dar vita a piccoli capolavori di grande valore: le porcellane della Real Fabbrica di Capodimonte.
Un tesoro che fa così gola da giustificare il tessersi di una complicata trama di furti e rapimenti, che varcherà i confini partenopei per giungere fino a San Pietroburgo. Un romanzo storico arguto e raffinato, dalla decisa impronta mistery, in cui il capitano Ferrante Chilivesto si troverà a indagare su una specie di intrigo internazionale.

Livio Macchi, La formula dell’Arcanum, Edizioni Piemme 2005