La forza del dettaglio


La nostra vita è ordinaria e al tempo stesso mitica. Si vive e si muore, s’invecchia meravigliosamente o ci si riempie di rughe. Ci si sveglia la mattina, si compra del formaggio e si spera di avere nel borsellino abbastanza per pagarlo. E nello stesso momento il cuore, macchina perfetta, continua a battere attraverso tutti i dolori e tutti gli inverni che viviamo su questa terra. Noi siamo importanti, e le nostre vite sono importanti, anzi magnifiche, e vale la pena di registrarne i dettagli. Ecco come deve pensare chi scrive, ecco come bisogna mettersi a sedere con la penna fra le dita. Siamo qui; siamo esseri umani; ecco come abbiamo vissuto. Che tutti lo sappiano; il mondo è passato davanti  a noi. I nostri dettagli sono importanti. Altrimenti, se non lo fossero, potremmo lasciar cadere una bomba, e non cambierebbe assolutamente nulla.
A Gerusalemme c’è un complesso edificato in memoria dell’Olocausto, chiamato Yad Vashem. Vi si trova una biblioteca che conserva i nomi dei sei milioni di martiri. E in quella biblioteca non ci sono soltanto i nomi, ma anche tutti i dati che è stato possibile reperire su di  loro: dove sono vissuti, dove sono nati, tutto. Quella gente è esistita, e questo è ciò che importa. Yad Vashem, in effetti, significa “monumento al nome”. A essere state massacrate non sono masse senza un nome: ciascuno di loro era un essere umano.
Anche a Washington c’è un monumento ai caduti nel Vietnam. Vi sono elencati cinquantamila nomi di soldati americani morti in Vietnam. Esseri umani reali, ciascuno dei quali aveva un nome, che sono stati uccisi e non camminano più fra noi su questa terra. C’è anche il nome di Donald Miller, un mio compagno di classe della seconda elementare, che in margine ai compiti in classe di aritmetica disegnava carri armati, soldati e navi. Vedendo i nomi, ricordiamo. Il nome è ciò che ci tiriamo dietro per tutta la vita, e ad esso rispondiamo, che si tratti di un appello in classe, della cerimonia della laurea o di un sussurro nella notte.
È importante dire come ci chiamiamo, fare il nome dei luoghi in cui abbiamo vissuto, e descrivere i dettagli della nostra esistenza. […] Abbiamo vissuto; sono stati  momenti importanti. Ecco cosa significa essere scrittori: essere latori di quei dettagli che fanno la storia, interessarsi ai separé arancione del caffè di Owatonna.
Registrare i dettagli della nostra vita significa prender posizione contro le bombe, contro le stragi indiscriminate, contro la velocità eccessiva, la troppa efficienza. Lo scrittore deve dire sì alla vita, a ogni aspetto della vita: all’acqua nei bicchieri, al bricchetto del latte, al ketchup sul bancone. […] Il nostro compito consiste nel dire un sacrosanto sì alle cose vere della nostra vita così come esse esistono: alla verità vera di ciò che siamo: noi con qualche chilo di troppo, la strada grigia e ventosa là fuori, le decorazioni natalizie nelle vetrine, la scrittrice ebrea seduta nel separé color arancio di fronte alla sua amica bionda dai bambini neri. Dobbiamo diventare scrittori che accettano le cose come sono, che riescono ad amare il dettaglio, e a farsi avanti con un sì sulle labbra, in modo che intorno a noi non ci siano più no, no che tolgono valore alla vita e cancellano quei dettagli dal nostro mondo.

da: Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini Editore, Roma 1987, pp. 50-51