Il malanno di Madama Letteratura


L’impareggiabile amico — quello che mi fa visita in sogno — anni fa pubblicò sul suo blog una serie di post in cui narrava la grave malattia da cui era stato colpito il manoscritto del suo romanzo Mia nonna Emilia: era una specie di peste fulminante che provocava un improvviso marasma seguito da decomposizione.
Nella puntata “Diagnosi della malattia di mia nonna emilia” era spiegata l’origine di questo flagello:

“Maria Strofa non dica stronzate! Non c’è preservativo che tenga per scongiurare il contagio con un simile puttanone. Un tempo la clientela di Madama Letteratura era colta e selezionata: oggi la mignotta si concede a tutti.
Fra i suoi clienti ci sono minorenni che pubblicano il diario scolastico, accalappiacani che scrivono l’autobiografia, pescatori di pescigatti che scrivono di una vita da cani, casalinghe e pensionati convinti che la loro vita è un romanzo, personaggi televisivi e comici: tutti scrivono, tutti fottono con la letteratura. Tutto il mondo scrive, Dio stoevskij [imprecazione infernale], scrivono tutti e non legge più nessuno!
Questa massa di fornicatori letterari, bramosa di godere anch’essa le grazie della fama, a forza di rapporti continui e promiscui, ha trasformato la sublime cortigiana in una baldracca vecchia e malata.
Un tempo creatura forte e sana, si è fatta vieppiù fragile, perdendo gli anticorpi organici e diventando vulnerabile all’attacco di qualsiasi virus. E’ stato il mio titolare, il demonio, a mandare il flagello: ma a farlo attecchire ci ha pensato la stoltezza dell’umanità scribacchina che intasa le case editrici…”


È facile immaginare che, avendo colpito un romanzo, la malattia raccontata da Maria Strofa sia opera di finzione.
E invece pare di no. La malattia esiste, anche se le vengono attribuiti nomi diversi: lo attesta la prefazione a un opuscolo pubblicato nel 1991, in cui un Grosso Esponente della cultura italiana, forse il più noto a livello mondiale, traccia con criteri scientifici il quadro da cui origina questa patologia.
Leggiamone un passo:

Se è vero, come è vero, quello che F. dice, e cioè che in Italia la statistica non ha incertezze e coloro che hanno un manoscritto nel cassetto sono semplicemente tutti, proviamo a fare un calcolo in base alla popolazione attuale della penisola – specie dopo che i talk show televisivi hanno dimostrato che non deve esistere timidezza alcuna, e chiunque è candidato alla gloria.
Escludiamo dai produttori di testi i bambini di età inferiore a quella scolare, ma in ogni caso dopo Io speriamo che me la cavo, sei anni sono sufficienti per aspirare a un grande editore. Non commettiamo la leggerezza di escludere gli analfabeti (vista l’esistenza di etnologi e registratori), né i portatori di handicap gravissimi (Hawking insegni). Non tentiamo di essere ottimisti su vegliardi, moribondi, afasici, schizofrenici, pazzi criminali, catatonici e depressi cronici (altrimenti dovremmo cancellare con un colpo di spugna due terzi della letteratura mondiale). A questo punto si può legittimamente ipotizzare che 50 milioni di italiani producano almeno un manoscritto nel corso della loro vita terrena. Non calcolo i grafomani, ma sono pur sempre 50 milioni per generazione e cioè ogni venticinque anni.
Quante sono le case editrici italiane? Le maggiori si contano sulla punta delle dita, ma mettiamo nel numero quelle di provincia, gli editoriali degli ordini religiosi e dei partiti, le tipografie comunali, le cooperative universitarie, le case specializzate in autori a proprie spese… Azzardiamo che siano un centinaio.
Dunque ogni venticinque anni una casa editrice riceve in media 500.000 manoscritti, che fanno 41.666 all’anno, 3.472 al mese e 115 al giorno, circa.
È vero che i redattori editoriali pretendono di capire se un libro è da prendere in considerazione dopo le prime quattro pagine, ma anche se così fosse è facile comprendere che (a tre minuti a pagina), più le operazioni di prelievo e posa del manoscritto, siamo a 20 minuti per autore, il che fa 38 ore giornaliere. Si osservi poi che, se un manoscritto non inizia direttamente con «Il mio quore sofriva cuela matina», quattro pagine non bastano, e con un libro di saggistica, per accorgersi che dice delle banalità, occorre leggere diversi capitoli. Infine per giudicare che un libro (anche se scritto con qualche arte) è tragicamente e irrimediabilmente noioso bisognerebbe essersi annoiati leggendolo tutto.

Tema caldo, dunque, da sempre dibattuto (perfino Leopardi si lamentava che ai suoi tempi si pubblicava troppo), a cui la compianta Maria Strofa ha dato concretezza autoriale. Descrivendo l’orribile squagliamento che dovette subire il suo manoscritto e poi suggerendo la via per la guarigione, sembra indicarci una via di “salvezza” difficilmente praticabile.