Il malanno di Madama Letteratura II


Sulla malattia di Madama Letteratura, come ho spiegato nel precedente post, si è soffermato un Grosso Esponente della cultura italiana, forse il più noto a livello mondiale, nella prefazione a un simpatico opuscolo pubblicato nel 1991.
In questa prefazione il quadro della patologia viene tracciato con criteri scientifici, ed è interessante leggerne un altro passo.

Dunque occorre dare i 115 manoscritti giornalieri in lettura. I calcoli economici fatti da F. sono oggi da correggere, ma non credete che un manoscritto di ignoto possa essere dato al Celebre Critico. Il quale, se è serio, per leggere un libro chiede una settimana, vuole essere pagato  in proporzione, e dopo che ne ha letto uno deve riposarsi, perché ha altro da fare. Quindi i manoscritti vengono dati a consulenti esterni il cui ritratto esemplare è quello di un signore che ho conosciuto, il quale viveva giorno e notte sdraiato sul letto a leggere tutti i manoscritti che gli arrivavano, dalla prima parola all’ultima, scriveva per ciascuno una recensione di tre o quattro cartelle, accurata, sarcastica e impietosa, prendeva per ciascuna lettura una somma corrispondente a un pasto in trattoria,e così viveva, lettore onesto, crudele e irritato, sempre deluso di non poter scoprire il nuovo Proust.
[…]
Dunque, dite, ci vuole la raccomandazione. Errore. Poniamo che una casa editrice abbia un Autore Eccelso in scuderia. Costui sarà sommerso da richieste di raccomandazione. Anche ammesso che riesca a evitarne l’ottanta per cento, per il venti per cento sarà costretto a passare il manoscritto alla sua casa editrice con una forte lettera di incoraggiamento. Il redattore editoriale, che sa a quali pressioni l’Autore Eccelso sia sottoposto, gli risponde con una lettera dilatoria, e poi cestina, scrivendo all’autore che nonostante la raccomandazione entusiastica dell’Autore Eccelso eccetera eccetera, i nostri programmi editoriali eccetera eccetera. È un pactum sceleris (mai esplicitato) fra tra Autore Eccelso e casa editrice.
Ma anche se non fosse così, mettetevi nei panni di un direttore editoriale. Gli aumentano lo stipendio, o lo licenziano, secondo i libri che vende. Fare un piacere all’Autore Eccelso per una volta, e rimetterci un sacco di soldi, può valere la pena per varie ragioni diplomatiche. Ma due volte no.


L’analisi prosegue, e ce ne occuperemo in un prossimo post.
Per ora, basta chiudere con una frase tratta dal primo capitolo del piccolo saggio di cui stiamo parlando:

«Si matura spontaneamente la proposizione (intuita da Franco Fortini in “Officina”, 3 settembre 1955) che nel più profondo dell’uomo è annidato un cattivo poeta. Anzi, più correttamente: l’anima “è” un cattivo poeta. Solo pochi lo snidano, lo portano alla luce, ma per decapitarlo. Gli scrittori in genere. L’universale poeta, invece, diffuso negli inediti, viene alla luce, ma mostruosamente, suggerendo appunto che scrivere sia uccidere artificialmente la disposizione naturale a farlo.»