Il malanno di Madama Letteratura III

Continuando a ragionare sulla malattia di Madama Letteratura — di cui ho parlato qui e qui — torniamo a leggere un altro passo della prefazione del Grosso Esponente della cultura italiana — il più noto a livello mondiale — al graffiante opuscolo I 21 modi di non pubblicare un libro di Fabio Mauri, edito nel 1991 da Il mulino.
In questo passo della prefazione, nella quale il quadro patologico viene tracciato con criteri scientifici, si considera da dove generalmente provengono i libri pubblicati dagli editori.

Da dove vengono allora i libri che gli editori pubblicano? Da autori noti, anche se sono alla loro opera prima. Una casa editrice ti prende in considerazione solo se ti conosce già. Anche se ti raccomanda l’Autore Eccelso, gli dà ascolto solo se ti conosce già.
La letteratura, e l’attività culturale in genere, è una attività sociale. Non esiste l’autore solitario e ignoto (esiste l’autore postumo, come Tomasi di Lampedusa, ma quando era in vita frequentava scrittori e tutti sapevano che era un letterato finissimo). Uno scrittore capisce che cosa fa se si misura con chi ha già fatto e ne ascolta i giudizi. Se qualcuno aveva qualcosa da dire si sarà messo alla prova su una rivista minore, avrà partecipato a qualche convegno, discussione, conferenza, riunione cenacolare, avrà degli amici con cui avrà discusso, polemizzato, fatto baruffa. E piano piano il suo nome avrà iniziato a circolare, e il redattore editoriale avrà iniziato a conoscerlo. A tal punto che (questa è la mia storia, ma non voglio offrirla come modello universale, semplicemente è la mia storia) l’autore destinato al successo non ha mai mandato — neppure da giovane — manoscritti alla casa editrice. Attende che un redattore gli telefoni e gli dica: «Ma sai che quelle cosine che hai scritto su quella rivistina sono interessanti? Perché non provi a farne un libro?».
Questo richiede tempo, umiltà e pazienza. Cosa che il manoscritto d’assalto non ha. Non accetta l’idea che Kant abbia pubblicato la Critica della Ragion Pura quando si approssimava alla sessantina. Perché non sa quanto Kant avesse scritto prima, dapprima in sordina, poi per circoli di lettori specializzati sempre più ampi, umilmente, senza pretendere subito di essere l’autore della rivoluzione copernicana della filosofia moderna.

Queste considerazioni del Grosso Esponente sono condivisibili, ma secondo me non rispecchiano completamente lo stato delle cose. Anzi.
Prima di tutto, viene giustamente precisato: «questa è la mia storia, ma non voglio offrirla come modello universale, semplicemente è la mia storia». Infatti: perché dubito fortemente che un aspirante scrittore — o scrittore che aspiri alla pubblicazione — possa limitarsi ad andare per circoli e dibattiti letterari, e a pubblicare piccole cose su riviste, senza proporsi direttamente agli editori. Mettersi in mostra e basta, e magari fare baruffe, sperando di essere notati dal redattore che poi ti telefona, mi sembra abbastanza velleitario. Non solo: se tutti seguissero questa strategia, i dibattiti, le conventicole e i blog diverrebbero canee infernali piene di gente che si agita per mettersi in mostra ed essere notata. E questo in molti blog già avviene, purtroppo.