Tempi di record

Interpretare l’andamento dell’economia mondiale è diventato molto difficile, visto che fra gli analisti economici c’è un sostanziale equilibrio fra gli ottimisti e i pessimisti. Di certo, i mesi estivi hanno contribuito ad aumentare l’incertezza: dopo l’ottimismo d’inizio anno, in cui si parlava di uscita dal tunnel e di recessione ormai dietro le spalle, ci si è resi conto che l’economia statunitense (quella che condiziona il mondo intero) non è affatto facile da stimolare, e che farla tornare ai ritmi di crescita necessari per recuperare in fretta il crollo produttivo del 2008-2009 sarà un’impresa difficilissima e incerta. I dati produttivi e soprattutto quelli occupazionali parlano chiaro: nonostante il Pil degli USA sia in ripresa da quasi cinque trimestri, l’economia americana non riesce a creare lavoro.
Se si considerano tutte le recessioni avvenute in USA nel dopoguerra, si vede che le crisi posteriori al 1980 hanno perso meno occupati delle precedenti, ma in compenso hanno impiegato più anni a recuperare i livelli di occupazione preesistenti. Questo, innanzitutto, indica la perdita di dinamismo e la sopraggiunta maturità del sistema economico. Ma l’ultima recessione, quella iniziata a fine 2007 ed esplosa l’anno successivo, sembra battere tutte le altre: oltre ad aver distrutto più del 6% dei posti di lavoro, sembra voler superare il record di vuoto occupazionale (di ben quarantasei mesi) segnato dalla recessione del 2001, visto che son già passati trentacinque mesi e il livello della “erosione” occupazionale è ancora al 5%.
Il fatto è che le imprese americane, a quanto pare, per cautela ritardano ancora l’assunzione di nuovi lavoratori e, se hanno incrementi di domanda, preferiscono produrre all’estero. Così, gran parte degli stimoli fiscali e monetari elargiti dal governo di Washington e dalla sua Banca centrale finiscono per creare lavoro nei paesi emergenti, che si vedono arrivare ingenti capitali e devono governare la crescita per evitare le conseguenti spinte inflazionistiche e speculative. Va da sé che, se non si creano posti di lavoro in USA, andando di questo passo può accadere che i profitti delle multinazionali crescano grazie agli utili fatti all’estero, mentre la spinta produttiva interna va a spegnersi creando stagnazione.
Quando si dicono i paradossi.