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Sai, oggi stavo impazzendo dalla stanchezza di stare al computer (i personaggi di questo fumetto sono troppo chiacchieroni e questo significa che ogni pagina è zeppa di balloon, molto più del normale e quindi non si finisce mai…) e mi saliva una grande tristezza, allora ho fatto l’unica cosa che mi fa star bene: ho preso la bici e sono uscita (ho pensato che un’oretta – non di più – potevo concedermela). Giornata calda e stupenda, ho preso il primo sole di stagione. Ma soprattutto, pedalando per stradine deserte di campagna, ho provato la gioia che solo nella natura (per quanto contaminata dall’uomo) posso provare. Pensa che sono così felice in quei momenti che sorrido da sola e poi mi batte forte il cuore e penso sempre che spero che nessuno mi veda perché è un po’ imbarazzante essere così palesemente e irresistibilmente felici. E poi è una gioia fisica, che parte dal corpo, una gioia quasi pagana, la definisco sempre.
Penso sempre, perché lo sperimento, che io sto bene solo lì, quando sono sola e per esempio mi siedo sull’erba e mi sento terra, o mi sento l’aria che respiro. Solo così sto veramente bene e mi sento libera anima e corpo, non sempre ingabbiata come al solito. Allora mi sono chiesta perché ci tengo tanto alla mia cultura se io mi sento così “natura” e so che la mia felicità è lì nella natura. Cosa me ne faccio di un cervello “intellettualizzato” quando non è lì che mi sento bene? E poi, anche, cosa m’importa di stare bene con gli altri o di “integrarmi” quando io sento tutta la potenza che ho dentro me in certe circostanze, e lì sì che mi sento forte e sicura.
Bene, dopo, rigenerata, mi sono rimessa al computer come una qualunque grigia persona, ma con il sole dentro, però. Non stare a rispondermi alle domande, perderesti tempo, mi risponderai quando ci vedremo. (Secondo me ho sbagliato epoca, comunque!)