Su Baricco

Se trent’anni fa Il nome della rosa divenne un best seller mondiale, mi spiegano gli addetti ai lavori, oggi non sarebbe più possibile. Questo perché il livello culturale, ovvero di ricezione dell’esteticità e di comprensione della realtà e della sottostante rete di riferimenti culturali, si è molto impoverito. Proprio trent’anni fa, infatti, le Tv commerciali berlusconiane iniziavano a “riformare” il Paese. E circa a metà di questo processo non poteva non inserirsi una figura come Alessandro Baricco, scrittore con appeal ad ampio raggio, che ha cominciato a rileggere la cultura per noi, osando spingersi fino alle sue radici più remote.
Oggi è stato lui a spiegarci chi sono i barbari e come ci stanno cambiando il mondo, perché è lui l’intellettuale forse più organico e funzionale a questo inesorabile percorso di degrado. Con questo, non voglio dare colpe a Baricco. Voglio anzi constatare che ha fatto onestamente quello che doveva fare: lo scrittore, innanzitutto, poi l’intellettuale, infine il businessman.
I suoi primi libri mi piacquero (anche se c’è chi dice che sarebbero riscritture, soprattutto di Conrad), e le puntate televisive di Pickwick anche. Tuttavia, penso che abbia ragione chi oggi mette in dubbio la sua statura di artista (e di intellettuale): con un clima culturale tanto impoverito, credo sia lui il soggetto più adatto al ruolo che si è scelto. In questo senso è forse il più funzionale all’odierno stato delle cose. La sua vera colpa, forse, è quella di esser stato telegenico e attraente; e ancora oggi, muovendosi nella realtà degradata che vediamo, lo fa con lo stile, con i metodi e i contenuti più consoni. Proprio questo lo rende popolare, secondo me, e questa popolarità suscita l’astio che si percepisce in molti suoi detrattori.