Feedback

Michele Mari

 

Le questioni sono anzi due: se ci sia una specie di feedback sull’attività dell’autore, e se questo effetto sia da valutare positivamente o negativamente. Alla prima domanda rispondo senz’altro di si, perché consciamente o inconsciamente gli scrittori tendono ad andare verso quello che il pubblico si aspetta da loro. È un meccanismo fin troppo umano: quando ci si vede premiati, si tende ad investire di più in quella direzione per continuare a sentirsi riconosciuti. Quindi non è necessariamente una questione di calcolo o di interesse. Se a lezione mi accorgo che un certo tipo di battuta fa più ridere, che un tipo di metafora o di similitudine illumina gli studenti e un altro tipo no, in modo quasi pavloviano la volta dopo tornerò sulla battuta o sulla figura retorica che ho visto dare risultati migliori, secondo un meccanismo di selezione naturale interno all’identità del soggetto. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che esiste un aspetto completamente diverso: quello che riguarda un vero e proprio condizionamento dall’esterno. Se questo processo portasse a un’offerta molto variegata e diversificata, se cioè gli autori seguissero la loro vocazione e gli editori la sollecitassero, non ci sarebbe da allarmarsi. Purtroppo però molti autori, e pressoché tutti gli editors e tutti gli editori tendono a privilegiare il main stream. Oggi un editore, qualunque sia il tuo nome e il tuo prestigio, vuole da te un libro alla Ammanniti, anche se tu ti chiami Consolo o Pontiggia e si presupponga quindi che tu scriva in tutt’altro modo.
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Purtroppo è un circolo vizioso. Nel 2000 ho smesso per motivi personali di collaborare al “Corriere della Sera”, però negli ultimi anni mi sono accorto che quando proponevo di recensire qualche libro, rispetto a dieci anni prima, il clima era peggiorato, nel senso che non mi chiedevano più se fosse un buon libro, se fosse ben curato, se fosse un’edizione filologica innovativa: mi chiedevano se c’era qualcosa di piccante, se se ne potesse ricavare “uno scoop” (a proposito delle Opere scelte di Conrad!), oppure se l’autore fosse “un personaggio” (dove con personaggio si poteva intendere un opinionista, un travestito, un ex venditore di pentole in televisione, un terrorista; se invece lo scrittore era un colto e discreto letterato, la cosa non interessava). In ogni caso l’aspetto che più mi spaventa è la velocizzazione della fruizione, per cui come da un anno all’altro certi tipi di blue jeans non sono più di moda e quindi non li trovi più da nessuna parte (mentre l’anno prima ti dovevano vendere per forza solo quelli), così un libro dopo nemmeno un anno scompare, perché l’editore tende a mandarlo al macero rendendolo introvabile. Le librerie sono sempre più spesso grosse edicole di novità; le librerie di una volta erano anche archivi permanenti dove c’era tutta la Medusa o tutto lo Specchio della Mondadori, tutta la Scala della Rizzoli, tutta l’Universale Economica della Feltrinelli: al massimo ne mancavano due o tre volumi e il librario te li ordinava. Adesso oltre alle novità c’è soltanto qualche parete tematica, dove comunque si trovano prevalentemente, ancora, le novità…

(Da un’intervista a Michele Mari, novembre 2005)