Petrolio


Vediamo di chiarire una cosa. Nei giorni scorsi, a Piazza Affari, il titolo Eni è stato la vittima principale dello sconquasso che sta devastando la Libia, visto che ha perso più del 5%. Ma questo effetto immediato non deve far dimenticare che, storicamente, quando scoppiano guerre o disordini nei Paesi produttori di petrolio, i titoli del settore finiscono per trarne beneficio. Questo tipo di conflitti, infatti, se comporta una drastica riduzione della produzione di greggio, a causa del blocco o del sabotaggio degli impianti, di conseguenza fa aumentare i prezzi. Così, i produttori vedono crescere i ricavi pur vendendo la stessa quantità di barili, e per la Borsa questo è importante.

Ad esempio, quando le truppe americane invasero l’Iraq nel marzo 2003, la produzione del Paese si azzerò, ma dopo sei mesi ritornò al livello precedente la guerra, ovvero 2 milioni di barili al giorno (pari al 3% della produzione mondiale). In quei sei mesi i titoli petroliferi registrarono in Borsa ottimi rialzi: Eni +21,6%, Saipem +40%, Tenaris +31%. Così anche le oil companies straniere: Bp +19%, Total +14%, Repsol +31%, Royal Dutch Shell +13%. E, dopo quei sei mesi critici, il prezzo del greggio continuò a salire, arrivando al livello assurdo di 150 dollari al barile nell’estate del 2008. Complessivamente, nei cinque anni dal 2003 al 2008 i titoli del petrolio guadagnarono molto di più rispetto alla crescita generale delle Borse mondiali.