Cara Amica

Mia cara amica,

ho dibattuto a lungo tutti i punti della nostra conversazione, che mi ha colmato di ricordi e di idee. Le sono grato di avermi fornito lumi per riandare al mio passato di soldato, dove tanti eventi sono rimasti in sospeso, carichi di un’esperienza che aspettava tutto dalla vita. Le citerò soltanto un esempio:
Prima dell’attacco del 16 aprile 1917 a cui mi apprestavo a prender parte in qualità di aspirante ufficiale di fanteria, fui lungamente istruito dal mio comandante di compagnia. Mi ero reso conto che quel gesuita tenente (Louis Houdard) era l’ufficiale più valoroso e più santo della divisione di attacco di cui facevo parte (39a D.I., 196° reggimento di fanteria, 20° corpo). Mi aveva appena dato ordini minuziosi per l’esecuzione di un colpo di mano che dovevo tentare a fine attacco. Ordini duri, saggi, dove tutto doveva essere previsto. Gli uomini che dovevano prendervi parte con me non erano esonerati per nulla dall’attacco e dovevano esser scelti dalla  loro stessa sorte, poiché erano preventivamente elencati come i superstiti del plotone che avrebbe saltato il parapetto con me. Houdard si rende improvvisamente conto che sono al mio primo attacco; e, con molto ardore: «Una raccomandazione! Divieto categorico ai combattenti di fermarsi presso i feriti. Nulla autorizza un soldato che si batte a raccogliere i lamenti o le raccomandazioni di un soldato che muore».
Quel contatto con la legge della guerra mi parve più terribile della battaglia stessa. La battaglia, infatti, non si disvela mai in tutta la sua ampiezza, la regola che essa ha reso indispensabile ne mette a nudo di un colpo tutto l’orrore. Interrogai il tenente Houdard. Quell’eccellente Gesuita si dava cura di formare in me un uomo e contemporaneamente un ufficiale: «Il soldato che attacca» mi disse «appartiene alla sua missione, al suo dovere, appartiene alla grande battaglia che con stupore vede formarsi, è preda della sua immaginazione e del suo dovere, non può disporre di sé. Parlare con un moribondo lo restituisce a se stesso e decompone la volontà che l’evento aveva generato in lui. Non è più l’uomo di quell’impresa gigantesca. La pietà, la paura, fanno nascere in lui una coscienza e questa coscienza è totalmente dolore. A un uomo che ha da temere solo la morte, non si deve imporre la visione dell’agonia…».
L’attacco ebbe luogo. Terribile! È in quell’occasione che ho ottenuto la medaglia al valor militare e che il tenente Houdard è diventato capitano. Avevo eseguito i suoi ordini, senza difficoltà. I soldati, probabilmente preoccupati di conservare intatte le loro forze, evitavano il contatto con i feriti. In seguito, molte volte, in Belgio, in Lorena, a Verdun, ho osservato lo stesso fenomeno.

(da una lettera di Joë Bousquet a Simone Weil, 2 maggio 1942)