Quattro mani


Mi è piaciuta molto questa tua incursione nelle scritture “a quattro mani”. È un argomento che ancora non avevo visto affrontare così. Condivido in pieno ciò che dici: quasi tutte le scritture in collaborazione s’inquadrano negli schemi del “genere”. Credo che il motivo sia la sostanziale laboriosità del processo creativo: laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto — spesso per blocchi –, discuterlo, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. In definitiva, credo sia un processo creativo che implica necessariamente una laboriosità artigianale, che non può evitare d’inquadrarsi in schemi codificati. Ma l’estro artistico è individuale, non si potrà mai ridurre a un esercizio che, per quanto virtuosistico e ispirato, dovrà sempre esser governato da pragmatiche regole operative. Come giustamente dici, la necessità è quella d’imbrigliare all’interno di strutture fisse una fantasia altrimenti incontrollata. Ma non solo. Se le teste pensanti e creativamente “partorienti” sono due, sono necessari anche altri esercizi: di generosità; di capacità di rinunciare — in tutto o in parte — ai propri impulsi creativi e ideologici per avvicinarsi a quelli dell’altro; di “abdicare” al proprio statuto (illusorio o reale) di artista creatore, per misurarsi in un’altra dimensione, che prevede una comunione d’idee, d’intenti, di visione, di metodologie, di sensibilità.
Ci sono poi le coppie che scrivono per puro esercizio dettato da ragioni commerciali: come certi “noiristi” — della prima o dell’ultima ora — che, stimolati dai propri editori o agenti, si dividono i compiti creando ciascuno la sua parte e poi cucendo i blocchi. In quei casi ci si accontenta di rimediare (ma non sempre) le disomogeneità facendo un lavoro finale sulla cifra stilistica. Ma questa è un’altra storia, che qui non credo c’interessi. Insomma, scrivere in due non è facile, e difficilmente lo si può conciliare con le sublimi categorie dell’Arte.

Annunci