esitazioni elegiache?

Pare invece che la rappresentabilità dell’universo del lavoro post-fordista abbia trovato nella prolifica macchina del romanzesco nazionale una nicchia di mercato favorevole, disposto a scommettere sulle prospettive di impatto “mediatico” di una letteratura tempestivamente definita “post-industriale”, divisa tra forme di fiction più o meno ibride e i modelli vulgati dell’inchiesta o del reportage a tenuta narrativa. Rimuovendo o “medicalizzando” il conflitto sociale (la materialità del reale) con dosi massicce di un’affabulazione sin troppo lineare e elegiaca, si tratta di romanzi o pseudo-romanzi che contribuiscono a dilapidare il patrimonio antagonista, utopistico e libertario lasciato in eredità dalla migliore letteratura industriale (e post-industriale) del secolo passato. Sono esperienze intellettuali che non si sottraggono, ma partecipano all’inerzia nella quale vivacchiano l’inconscio e l’immaginario collettivo, il mainstream che collega le condizioni reali e i riflessi sociali della nuova fase di organizzazione del lavoro ora alle retoriche vittimarie e al volontarismo moraleggiante, ora alle esitazioni elegiache degne di una nuova Arcadia; ora infine a idealtipi o a frame del tutto inespressivi come “precariato”, “emigrazione intellettuale”, “nuovi schiavi”, “morti bianche”.

(da: www.nazioneindiana.com/2011/07/28/la-verifica-dei-saperi)