Ancora su “La grande sera”

Torno a parlare de La grande sera di Giuseppe Pontiggia perché sento l’esigenza di riportare un passo della postfazione di Daniela Marcheschi. Un piccolo saggio acuto e illuminante, che mi ha risvegliato un’intensa partecipazione.
È da un po’ che i miei nodi irrisolti cominciano a prendere forma, e leggere buona letteratura può aiutare a focalizzare e a comprendere. «Cogliere e abitare davvero la vita», questo è ciò che ho sempre vagheggiato di poter fare, costantemente frustrato dagli ostacoli sordi ed elastici del vivere quotidiano; i miei sforzi «di intimo slancio, di volontà gioiosa», la mia «sollecitudine degli affetti» erano annullati dal vuoto creato da quell’ingannevole «apparenza dell’operosità e del movimento incessante», che ci condiziona, ci snatura, ci acceca, rendendoci asserviti all’Apparato che quotidianamente ci macina.
Prendere coscienza che, nonostante tutto, una possibilità di salvezza esiste mi ha come risvegliato, mi ha spinto a guardare «quel deserto esistenziale» e a tentare di riempirlo «con una rinnovata e libera coscienza di sé e con uno slancio affettivo ancora più saldo e compiuto».

Ecco così che una specie tutta italiana di “anime morte” gogoliane, smascherate tramite una galleria di biografie interiori (dove non a caso, a farne risaltare l’esemplarità, compare spesso il modo infinito dei verbi), sono i personaggi che affollano una società industriale e urbana per lo più inerte, sotto l’apparenza dell’operosità e del movimento incessante: dunque frivola, frustrata e impotente sul piano spirituale, incapace com’è di cogliere e abitare davvero la vita, la sua realtà autentica di pena, di sconfitta e di perdita, ma anche di intimo slancio, di volontà gioiosa. Oppure, quando anche sia lucidamente senza illusioni – come il finanziere Terragni o l’investigatore Borghi, per esempio –, troppo cinica e inaridita per alimentare la sollecitudine degli affetti, intesi nel senso più lato del termine, quel filo sempre esile che lega ciascuno di noi al vivere comune. […]
Quello della Grande sera è un mondo di falliti (ma non solo) che confondono l’adesione al nocciolo più profondo dell’esistenza con la passività, con la stanca rassegnazione alla morte della mente e dello spirito – quella di Mario, fratello dello scomparso –, o con forme di vitalismo estetizzante e falso, adeguate al nostro tempo grazie ai meccanismi pubblicitari: come invece, per esempio, fa il manager, e mentitore per vocazione, Campisi. Davanti al lettore, in breve, si susseguono esseri spenti che non sopportano o non comprendono come vivere sia spesso veder fallire molte delle proprie attese. Eppure, fra essi ci sono alcuni personaggi femminili (la moglie e le amanti dell’uomo sparito) e il giovane Andrea (suo nipote) che si dimostrano autenticamente vivi e umani, pur fra sbandamenti e incertezze: perché capaci, come già abbiamo accennato, di affermare la propria dignità, sia accettando il dolore e la deprivazione fisica ed emotiva, sia guardando quel deserto esistenziale e riempiendolo con una rinnovata e libera coscienza di sé e con uno slancio affettivo ancora più saldo e compiuto. Come dire: se la meta è comunque una sconfitta, che l’essere umano non inizi almeno il suo viaggio già battuto. È questo un motivo caro da sempre a Pontiggia, nei cui romanzi – dall’Arte della fuga in poi – la donna, pur nell’universale soccombere al destino, ha talvolta la forza di radicarsi nella vita con maggior coraggio e minore ipocrisia dell’uomo: non una piaggeria alla moda, ma la capacità di percepire un dato sociale e culturale che contrassegna il mondo di oggi.

Dalla postfazione a: Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, Milano, edizione riveduta 1995.