Questa pratica folle


Quando si accetta di essere destinati a scrivere, dopo aver provato di tutto — il matrimonio, la vita da hippie, i viaggi, la meditazione zen, vivere nel Minnesota o a New York, insegnare — ci si trova di fronte a un cammino obbligato. E allora, per quanto siano forti le resistenze che s’incontrano oggi, domani sarà un altro giorno, con altre cose da scrivere. Non si può far conto sul fatto che tutto vada liscio un giorno dopo l’altro. Non sarà così, un giorno magari tutto va meravigliosamente, e il giorno dopo pur di non rimettersi a scrivere ci si  imbarcherebbe come mozzo su una nave diretta in Arabia Saudita. Non ci sono garanzie. Uno scrive per tre giorni di fila, s’illude di aver finalmente trovato un ritmo, e poi di colpo la puntina graffia il disco e uno lo attraversa stridendo con tutti i capelli ritti in testa.
Bisogna cercare di vedere le cose in prospettiva. Ci si è impegnati a scrivere, o almeno a capire di che si tratta. E allora bisogna continuare, qualsiasi cosa succeda. Ma senza essere rigidi. Se il giorno in cui avevamo deciso di scrivere dobbiamo portare i ragazzi dal dentista, scriviamo nella sala d’aspetto del dentista, oppure non scriviamo. L’importante è restare in contatto dentro di noi con il nostro impegno verso la scrittura, questa pratica folle, sciocca e meravigliosa. Cercate di mantenere nei suoi confronti un rapporto di amicizia. È più facile tornare da un amico che da un nemico.

Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini Editore, Roma 1987, pag. 137-138.

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