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Voglio vederti camminare sicura e sorridente, guardando il mondo con fiducia. Sai, mia madre ha fatto la maestra elementare da quando aveva diciott’anni, ed è stata anche lei un’educatrice formidabile, con un’intelligenza e un carattere straordinari, e pure con doti artistiche, come sai. Certi suoi alunni, già adulti, la riconoscevano per strada e andavano a farle festa; tutti quelli che l’hanno conosciuta ne lodano le grandi qualità. E non usciva mai di casa, non frequentava quasi nessuno, solo qualche persona affezionata l’andava a trovare. Io sono quello che più le somiglia: il bimbo che le affondava il viso nel petto per consolarsi dalle ingiustizie e dalle piccole crudeltà che i compagni gli infliggevano a causa del suo incomprensibile candore. Ero fragile, piangevo spesso, e non avevo la forza di impormi con nessuno, così mi sono rifugiato spesso nell’abbraccio di mamma. Lei aveva tanti libri, e per questo amavo i libri come oggetti, mi piaceva averli intorno, anche se non li  leggevo. Così, mia madre mi ha fatto quello che sono. Lei possiede un’onestà irriducibile, un’onestà che io ho sempre mantenuto con tenacia, finché le durezze della vita m’hanno costretto a infrangerla, ripetutamente e sistematicamente, per sopravvivere e sopraffare quelli che volevano sopraffarmi, per conquistare e mantenere quello a cui avevo diritto. È stato questo “sporcarmi” che ancora mi fa male, capisci? Forse è anche questo che mi provoca brutti sogni.