il cipresso

Ieri sera s’è messo a nevicare, e stamane mi son alzato con sessanta centimetri di neve. Completamente sommerso: gli alberi piegati, in giro molti rami spezzati, ma soprattutto il cipresso, quello che sta dalla parte di sotto, all’ingresso secondario, un giovane cipresso che s’era già rotto in parte nella nevicata di un anno fa, stavolta si è spezzato di netto, lasciando un moncone che sporge di poco dalla neve. Aveva due punte, quel cipresso, cresceva vigoroso, poi la terribile nevicata dell’anno scorso ne aveva spezzata una; ora, assottigliato, l’albero continuava a puntare in alto, ma stanotte la neve pesante e bagnata l’ha schiantato del tutto. Prima di nevicare aveva piovuto a lungo, così la neve s’è incollata alle superfici bagnate, e ora che cerco di scrollarla da certe piante fa fatica ad andarsene tutta, in parte rimane attaccata in piccoli blocchi che mantengono il loro peso. Per poter scendere a rifornire la mangiatoia degli uccellini che tengo giù, sotto la tettoia altissima che un tempo si usava per ricoverare le balle di fieno, mi son messo gli stivali di gomma alti fino al ginocchio, ma la neve è così alta che ci si è infilata dentro andandomi a bagnare i talloni. Gli uccelli erano a secco, ho dovuto riempir la mangiatoia di semi di girasole, e un’avvisaglia l’avevo già avuta mentre ero ancora a letto: sentivo picchiettare, non sapevo se in cucina o alla porta d’ingresso, m’ero anche un po’ allarmato perché è una cosa insolita, se non strana, poi quando mi sono alzato ho visto sul davanzale della cucina un manipolo di uccellini — cinciarelle colorate di verde e grigio con la strisciolina nera intorno al capo — riuniti come a reclamare, che appena m’han visto si sono dispersi. Per questo sono uscito a rifornirli prima ancora di lavarmi la faccia e far colazione — ma non prima d’aver nutrito il cane e i gatti, si capisce. E’ stato allora che ho visto il cipresso schiantato. Prometteva bene quell’albero, immaginavo quando un giorno sarebbe diventato gigante come quelli che torreggiano sul crinale della mia collina, così caratteristici contro il blu del cielo nella bella stagione. Sono cipressi italiani, è questo il loro nome, quelli lunghi a punta che popolano anche molti cimiteri, chissà perché; detto per inciso, fu a un cipresso italiano che mio padre s’impiccò, dentro un cimitero, ma questa è un’altra storia. Molti altri tipi di cipresso, soprattutto americani, hanno forme completamente diverse, non sembrano neanche parenti. Adesso, mentre in casa la luce salta e poi ritorna, e poi ancora salta e ritorna di nuovo, e la linea telefonica resiste ma non si sa ancora per quanto, mi domando che ne sarà di questo moncone di cipresso.