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Caro amico, il tuo è sicuramente un bel libro. Mi ha emozionato, quindi ha centrato lo scopo (la missione) dell’espressione letteraria, che per definizione deve trasmettere emozioni. Innanzitutto, lo stile a frasi brevi è molto moderno e azzeccato. Dunque mi hai “scavalcato a sinistra”: perché quello stile narrativo io puntavo a raggiungerlo, in una fase di “maturazione” a cui purtroppo non sono ancora arrivato. Poi, nella tua narrazione sento un’anima, un’anima che ha la dolcezza della pietas. Un’anima simile, nel narrare, l’ho sentita ad esempio (per usare un paragone rozzo) nel film La sottile linea rossa di Terrence Malick.
Come sai, in diversi passi del romanzo ho visto te: ti ho proprio visualizzato. Quando tua madre salì in macchina e guardava tuo padre seduto davanti, e pensò che “aveva delle belle spalle e un bel collo”, io ho visto te. Quando leggo la lettera di Giulio del 23 agosto 1945 mi sembra di leggere una tua lettera: lo stile e l’intonazione sono le tue, il linguaggio garbato e partecipe, la positività con cui lui guarda la vita. Non a caso, a sentir lui, durante la prigionia si era quasi divertito! L’impressione complessiva, insomma, è che tu sia il ritratto di tuo padre. Poi: Ester ha fatto la maestra. Anche mia madre — della stessa generazione — ha fatto la maestra, e tutti coloro che son stati a scuola da lei la ricordano con affetto e riconoscenza. E dipinge anche, mia madre, da quand’era ragazza.
Il tuo racconto della memoria mi ha coinvolto in maniera forte. Tieni conto che io, negli ultimi anni, sono tormentato dai “ritorni al passato” che assurdamente vagheggio nel desiderio di aver avuto una storia diversa da quella che ho avuto e che tanti guai mi ha creato, chiudendomi strade alternative che avrei potuto prendere. Una ruminazione corrosiva che dura da anni, con un desiderio di cambiare la mia storia che è impossibile e irrazionale, e mi tiene in un buco buio. Per riassumere: il mio primo ricordo è di quando — a tre o quattro anni — mi ritrovai in una selva di gambe di familiari che cercavano di trattenere mia madre che voleva buttarsi dalla finestra. Più di recente, il giorno in cui si rievocava la strage della stazione di Bologna, quando mi chiesero: “Tu dov’eri in quel momento?”, m’è venuto da rispondere: “Ero in prigione”, creando improvviso imbarazzo. In quella stazione c’ero passato quindici giorni prima, per sostenere l’esame di maturità. Cinque anni dopo (come sai) mi son ritrovato coi familiari in un piccolo cimitero per aiutare a ricomporre su un tavolo di marmo il cadavere di mio padre, che s’era appeso a un cipresso per protestare contro l’ingratitudine del mondo. Fu quel gesto a farmi uscire dall’eroina, senza sostanze o aiuti di nessun tipo; va da sé che i nove decimi dei miei amici di gioventù sono morti. Poi, dopo l’università, mi son trovato a gestire alcune aziende, dando e prendendo mazzate a destra e a manca, imparando a stare a galla e collezionando gente che voleva la mia testa. Naturalmente ho visto fallimenti, disperazioni e famiglie disgregate.
Dunque: in questo mio struggimento quasi patologico che m’incatena da anni, leggo nel tuo libro, a proposito di Antonio: “Se fosse tornato indietro, non avrebbe cambiato niente. Non sarebbero riusciti a togliergli la sua vita. Doveva accettare tutto. In nome della persona che amava, di quel passato che aveva fatto di lui ciò che era”. Questo è un messaggio positivo pensato per me, sembra. In realtà è un messaggio universale che può toccare moltissimi, e secondo me appartiene a quella specie di “fattori” capaci di far amare un libro da un’universalità di lettori. Come Ilaria mi ripete da tempo, tutte le porcherie che ho fatto — anche nella vita professionale, oltre che nella mia gioventù bruciata — non sono riuscite a scalfire (secondo lei) la mia purezza di fondo, in cui crede molto, più di quanto ci creda io. Nel tuo libro leggo: “Era uscito da quella gabbia del corpo e dell’anima, e solo ora capiva — sapeva per certo — che sotto quell’involucro magro e sofferto aveva portato con sé un tesoro nascosto. Non erano riusciti ad arrivare fino all’anima”. Se questo libro parla a me, nel profondo, significa che è in grado di parlare a un’enormità di persone. La storia che hai scritto è una storia esemplare, paradigmatica, ed è scritta in uno stile impeccabile.
Che altro dire? Non mi resta che tornare alle mie ruminazioni dolorose. Se avessi avuto te come amico d’infanzia e di adolescenza, e se avessimo studiato insieme, e se Ilaria fosse stata della mia generazione e ci fossimo conosciuti ragazzi, quanto sarei stato più felice e immune da sofferenze.

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