Ma cos’è questa crisi? (I)

Vediamo di fare un riassunto, partendo da cinque anni fa.
Come sappiamo, lo scenario economico che ora il mondo sta vivendo lo si può definire come il colpo di coda (o la seconda gamba, secondo il gergo finanziario) della terribile crisi che si aprì a fine 2007 con il crollo dell’illusione immobiliare americana, con le case che s’erano vendute a tutto spiano con la certezza che tutti sarebbero riusciti a pagarle. Quella prima ondata recessiva fu provocata dal fallimento di molti mutuatari cosiddetti subprime, e dal conseguente crollo dei valori di tutti quei “titoli strutturati” che le banche d’affari americane avevano creato proprio sui debiti di mutuo subprime delle famiglie, e che poi avevano venduto a piene mani sul mercato finanziario riservato ai clienti cosiddetti “istituzionali” (con la complicità delle agenzie di rating, che attribuirono a questi prodotti il massimo merito di credito, ovvero la tripla A).
Quando il mercato immobiliare si sgonfiò e molti mutui non vennero più onorati, questi titoli subprime divennero “tossici”, arrivando a quotazioni minime e distruggendo gran parte del capitale di chi li aveva comprati. La loro tossicità (data dal fatto che valevano zero: un criterio semantico “rivelatore”, che, se applicato alla vita sociale, determinerebbe la “tossicità” anche dei barboni e dei poveri in genere) provocò negli Stati Uniti il fallimento di centinaia di banche di medie dimensioni, fino ad arrivare al colosso Lehman Brothers. Così, l’intero sistema bancario euro-americano dovette esser salvato con l’iniezione di cospicui finanziamenti statali, mentre il blocco del credito che ne seguì — per la psicosi del “chi sarà il prossimo a fallire” — generò a fine 2008 la pesantissima recessione delle economie occidentali e il forte rallentamento delle economie emergenti.
L’aver impegnato una così enorme quantità di risorse pubbliche per salvare le banche e per stimolare l’economia — che s’era bloccata — provocò il forte peggioramento dei bilanci pubblici negli anni seguenti. Così, la “ripresina” che s’è vista nel 2010 e nella prima parte del 2011 è stata ottenuta al prezzo di un’impennata del debito pubblico dei principali Stati del mondo sviluppato. Il famigerato rapporto debito/PIL, che nel 2007 per USA, Germania, Francia e Gran Bretagna era a ridosso del 60% (ritenuto la soglia di equilibrio e sostenibilità), negli anni seguenti è cresciuto e ancora continua a salire, raggiungendo livelli generalizzati superiori all’80% (gli USA sono ormai al 100%). L’Italia, che partiva dal 108% nel 2007, è passata nel 2011 a un debito pari al 120% del Pil, e quest’anno dovrebbe raggiungere il 128% (secondo le stime OCSE). Se la differenza rispetto agli altri paesi occidentali s’è ridotta, è perché quelli hanno peggiorato la loro situazione, non perché noi abbiamo migliorato la nostra.
Solo il Giappone, che ha un debito pari al 200% del Pil, e la Grecia, che arriva al 160%, ci battono. Il guaio è che per l’Italia – diversamente dal Giappone — il 45% circa di questo debito è in mani straniere, che possono decidere quando vogliono di rivendere i nostri titoli per spostarsi su altri Paesi, facendone crollare i prezzi e impennare i rendimenti. Da qui il grave problema dello spread e l’esistenza di una spada di Damocle sulla nostra testa.