Ma cos’è questa crisi? (II)

Vediamo la produzione.
Negli ultimi due anni, solo i paesi emergenti sono riusciti a tornare ai ritmi produttivi precedenti. Le economie occidentali, invece, sono riuscite a ottenere solo una debole ripresa, che si è arenata la scorsa estate, quando s’è presentato il problema del finanziamento dei debiti pubblici europei. La debolezza della ripresa economica, insieme alla lievitazione dei debiti dei Paesi principali, ha spinto i mercati finanziari — chiamati a sottoscrivere una mole sempre più grossa di titoli di stato — a chiedersi se la situazione fosse sostenibile o se invece fosse meglio tagliare la corda e sposare i soldi altrove. È normale che i finanziatori si chiedano se i debitori potranno onorare i propri impegni, perché ogni sistema finanziario — su cui necessariamente poggiano i sistemi economici — si regge sulla fiducia nel futuro.
I primi a dovere aver fiducia nel futuro sono gli imprenditori, che investono per accrescere e migliorare la propria capacità produttiva e che quindi si rivolgono al mercato finanziario per ottenere i finanziamenti. Poi devono aver fiducia i finanziatori, per accettare di prestare le loro risorse a chi s’indebita per investire nella crescita. Questo è il meccanismo che s’è inceppato nel 2008, per il venir meno della fiducia nel mercato immobiliare americano, e che poi è tornato a incepparsi nei mesi scorsi, quando è sorto il problema dell’enormità dei finanziamenti che gli Stati drenano sui mercati finanziari.
Il meccanismo è logico: se viene meno la disponibilità di finanziamenti a basso costo per tutti, il mercato che deve fornire i capitali comincia a fare una selezione naturale fra i soggetti che chiedono finanziamenti. Chi è ritenuto più affidabile può ancora ottenere credito a tassi convenienti, mentre per i soggetti meno virtuosi il costo cresce inesorabilmente. Così si accentua il fenomeno dello spread, che dalla scorsa estate ci somministra il suo tormentone: cresce sempre più la differenza di rendimento che il mercato pretende per prestare soldi ai paesi meno affidabili. È la legge della giungla, dove i più forti sopravvivono e i più deboli soccombono.
Questo fenomeno della “selezione dei debitori”, poi, è stato manipolato dalle politiche delle varie Banche Centrali. Alcune hanno deciso d’intervenire sul mercato per difendere le loro valute, diventando compratori e finanziatori dei propri debiti pubblici, acquistando con moneta stampata di fresco i titoli pubblici emessi dai rispettivi governi e contribuendo così a mantenere bassi i tassi d’interesse pagati. Come la Federal Reserve americana (FED) e la Bank of England (BOE), che in questo modo hanno monetizzato il debito pubblico americano e britannico. Ma non ha fatto così la Banca Centrale Europea (BCE), che — sia per le rigide norme statutarie che impediscono di finanziare direttamente gli Stati, sia per la politica pregressa — ha assistito per mesi senza muovere un dito al deterioramento dei rendimenti sui titoli di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. All’inerzia della BCE si sono poi aggiunti la farraginosità e lentezza burocratica dei regolamenti europei, e gli egoismi nazionali dei principali Paesi (Francia e Germania in primis). Da qui viene la sostanziale incapacità, a livello europeo, di decidere strategie rapide ed efficaci per difendere gli anelli più deboli della catena.