Ma cos’è questa crisi? (III)

napolitano-monti

Mentre Valter Binaghi ricorda che oggi è la «festa dei lavoratori, con le aziende che chiudono, i cinquantenni che restano senza lavoro, i trentenni che di lavoro non ne trovano, e abbiamo un (vergognoso) presidente della repubblica che, anzichè mettere i lavoratori al centro di tutto, dice proprio oggi ai lavoratori di “non abbarbicarsi alle nostalgie del passato” ma di ballare di buon grado sul filo come i diktat della finanza internazionale impongono e il “governo dei tecnici” prontamente esegue, io trovo importante cominciare a dire ad alta voce che…»

noi proviamo dire qualcosa sulla famigerata Speculazione.
La grande speculazione internazionale, rappresentata soprattutto dai fondi cosiddetti Hedge e dalle grandi banche d’affari americane, ha colto grandi opportunità di guadagno nell’attaccare le prede più fragili dell’Euro-zona, puntando proprio sull’assenza di difese efficaci e coordinate.
Per i traders americani dei fondi hedge è stato facile generare impulsi ribassisti sui prezzi dei titoli pubblici dei Paesi cosiddetti “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), e questa manovra ha spinto anche i gestori di fondi non speculativi (quelli più tradizionali) e le tesorerie delle banche di tutto il mondo a vendere questi titoli per proteggere i loro patrimoni. Si è creato così un vero e proprio vortice ribassista che ha condotto “sull’orlo del baratro” Stati come l’Italia , che tecnicamente si è trovata a rischiare l’insolvenza a causa degli interessi sul debito che crescevano a livelli insostenibili.

Così, anche il sistema bancario è finito nella crisi di liquidità, perché gli attivi dei bilanci bancari includono grandi masse di titoli pubblici che, col mercato che crollava, arrivavano a valere molto meno del loro valore nominale. Nelle banche, la regola vuole che le perdite teoriche che si riflettono sul bilancio devono venir coperte da incrementi patrimoniali, per non deteriorare i cosiddetti indici di solvibilità (core tier 1 ratio). Ma se sono impossibilitate a fare aumenti di capitale (perché mancano i soldi), le banche reagiscono diminuendo gli attivi ove possibile, cioè limitando il credito all’economia sana, quella che lavora. Ecco dunque il circolo vizioso: le banche bloccano la loro naturale attività, non prestandosi più i soldi nemmeno tra loro, per paura che i debitori falliscano, e non prestando più all’economia, per ridurre gli attivi (cioè i soldi elargiti) e migliorare gli indici patrimoniali della loro solidità. Intanto, prevedibilmente, i prezzi delle loro azioni crollano insieme agli indici di Borsa.

Riassumendo: il sistema produttivo viene strozzato, il credito si prosciuga, molte imprese falliscono per motivi finanziari, i consumi rallentano perché la gente ha meno soldi ed è meno propensa a spendere, e così l’economia cade in recessione.
Le autorità europee, condizionate dal potere della Germania, che s’è affermata come nazione-guida dell’Unione Europea, reagiscono alla crisi imponendo agli stati più indebitati delle manovre di risanamento sempre più pesanti. Stiamo vedendo la durezza degli interventi “richiesti dall’Europa” per azzerare il deficit di bilancio e fermare l’ingigantirsi del debito: ma questi interventi, a loro volta, avranno un effetto recessivo che si ripercuoterà su tutta la situazione e peggiorerà la situazione dei Paesi in difficoltà.
Dunque, oggi il mondo ha di fronte problemi ancora peggiori di quelli che dovette affrontare all’esplodere della crisi nel 2008: oltre alle banche da salvare e alle economie da stimolare, oggi si aggiungono gli Stati nazionali da salvare, in un momento in cui non è più possibile attingere ai bilanci pubblici.
Un bel disastro.