La scrittura (di Valter Binaghi)

self-publishing

Nella lingua nasciamo, ci muoviamo, abitiamo, apprendiamo a nominare il mondo e le cose, essa ci rassicura di vivere in un universo stabile e senza misteri, e ci fornisce storie praticabili, maschere sociali tra cui scegliere il nostro copione. Tuttavia, c’è qualcosa di noi che nella lingua comune rimane inespresso. A volte, nel bel mezzo di un banchetto o di un’assemblea, ma anche cercando tra comuni parole d’amore quella che sveli compiutamente il nostro sentire, ci verrebbe voglia di prorompere in un grido disarticolato e folle, qualcosa che il mondo non ha mai udito, perchè non ci importa niente di essere stati qualcosa o qualcuno che somiglia a qualcun altro, ma di manifestare una particolare qualità del vivere che a noi, e solo a noi singolarmente si svela.
A chi riesce questa parola nuova, questa narrazione esonerata dalle ipoteche della comunicazione e dei mestieri, spetta la nomea di artista, se ciò cui ha dato forma risulterà presto o tardi una rivelazione dell’essere e del vivere anche per altri – in caso contrario, il suo gesto non varrà niente più del gemito di un morente o del balbettio di un mentecatto. Ecco perchè non c’è arte senza pubblico, e chiamiamo meraviglia quell’intima risonanza con cui accogliamo nella forma artistica un sapore ancora inespresso e fino a ieri sconosciuto o meglio inconsapevole (“conoscere è ricordare”, è sempre il vecchio Platone che ritorna!).
Tutto questo non ha niente a che fare con istituzioni del giudizio o del gusto come scuole, accademie, premi, galleristi ed editori. Essi infatti hanno anche un altro padrone da servire e spesso finiscono coll’obbedire a questo solo: il comune senso del linguaggio, la facile condivisione, la rassicurante prospettiva, dunque il mercato.
Tutto questo non ha niente a che vedere nemmeno con la ricerca dell’originalità ad ogni costo: storcere e strizzare la lingua corrente, scombinarne le posizioni e i percorsi consueti per trarne con arguzia tutta cerebrale qualcosa d”impressionante” per palati estenuati. La rivelazione non ha niente a che fare con lo “stile” o l’emozione a buon mercato, tranne che in epoche corrotte di basso impero.
Mai come oggi è stato difficile inventarsi la vita a prescindere dall’unico linguaggio planetario che ha irretito ogni cosa in merce, ogni vaga aspirazione in bisogno, ogni presunzione in diritto. Eppure mai come oggi è stata viva, nell’uomo terminale che noi siamo, l’aspirazione artistica a una scrittura che sia vergine e insieme universalmente amabile, aspirazione che spinge ogni uomo a ritenersi autore e a cercare uno spazio per editarsi o quanto meno per esibire la propria singolare pantomima.
Ma se tutti sono autori e attori, ecco che scompare il pubblico, e quella scrittura che proclama la propria fecondità è condannata ad agitarsi come un satiro col membro perennemente eretto, inseguendo ombre evanescenti di ninfe che lo irridono, senza possibilità di sfogo tranne quelle astutamente fornite dal mercato, che infatti ha già pronta la soluzione del “self publishing” (stampiamo il tuo libro di cui sarai presumibilmente l’unico lettore).

Valter Binaghi

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http://valterbinaghi.wordpress.com/2012/02/27/la-scrittura-il-self-publishing-il-tumore-di-valter-binaghi

 

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