DetFic 7: il paradigma indiziario

In definitiva, l’anima della classica detective fiction è il connubio di un mistero (come un furto o un fatto di sangue) e di uno svelamento, differito a lungo, ma destinato inevitabilmente a far trionfare la razionalità e la giustizia. In genere, accade che lo spazio più ampio del racconto viene riservato alla detection, mentre il crimine avviene spesso dietro le quinte, per essere ricostruito e spiegato solo alla fine.

Come ha scritto Carlo Ginzburg in un saggio apparso nel volume Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce (Bompiani 1983), l’abilità del detective discende dagli atavici inseguimenti in cui l’uomo, cacciatore da millenni, era costretto a ricostruire «le forme e i movimenti di prede invisibili da orme nel fango, rami spezzati, pallottole di sterco, ciuffi di peli, odori stagnanti».


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Per millenni l’uomo è stato cacciatore. Nel corso di inseguimenti innumerevoli ha imparato a ricostruire le forme e i movimenti di prede invisibili da orme nel fango, rami spezzati, pallottole di sterco, ciuffi di peli, piume impigliate, odori stagnanti. Ha imparato a fiutare, registrare, interpretare e classificare tracce infinitesimali come fili di bava. Ha imparato a compiere operazioni mentali complesse con rapidità fulminea, nel fitto di una boscaglia o in una radura piena d’insidie.
Generazioni e generazioni di cacciatori hanno arricchito e trasmesso questo patrimonio conoscitivo. In mancanza di una documentazione verbale da affiancare alle pitture rupestri e ai manufatti, possiamo ricorrere ai racconti di fiabe, che del sapere di quei remoti cacciatori ci trasmettono talvolta un’eco, anche se tardiva e deformata. Tre fratelli (racconta una fiaba orientale, diffusa tra chirghisi, tatari, ebrei, turchi…) incontrano un uomo che ha perso un cammello – o, in altre varianti, un cavallo. Senza esitare glielo descrivono: è bianco, cieco da un occhio, ha due otri sulla schiena, uno pieno di vino, l’altro pieno d’olio. Dunque l’hanno visto? No, non l’hanno visto. Allora vengono accusati di furto e sottoposti a giudizio. È, per i fratelli, il trionfo: in un lampo dimostrano come, attraverso indizi minimi, abbiano potuto ricostruire l’aspetto di un animale che non avevano mai avuto sotto gli occhi.
I tre fratelli sono evidentemente depositari di un sapere di tipo venatorio (anche se non vengono descritti come cacciatori). Ciò che caratterizza questo sapere è la capacità di risalire da dati sperimentali apparentemente trascurabili a una realtà complessa non sperimentabile direttamente. Si può aggiungere che questi dati vengono sempre disposti dall’osservatore in modo tale da dar luogo a una sequenza narrativa, la cui formulazione più semplice potrebbe essere “qualcuno è passato di là”. Forse l’idea stessa di narrazione (distinta dall’incantesimo, dallo scongiuro o dall’invocazione) nacque per la prima volta in una società di cacciatori, dall’esperienza di decifrazione delle tracce.

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“Decifrare” o “leggere” le tracce degli animali sono metafore. Si è tentati però di prenderle alla lettera, come la condensazione verbale di un processo storico che portò, in un arco temporale forse lunghissimo, all’invenzione della scrittura. La stessa connessione è formulata, sotto forma di mito aitiologico, dalla tradizione cinese che attribuiva la scrittura a un alto funzionario che aveva osservato le orme di un uccello stampate sulla riva sabbiosa di un fiume. D’altra parte, se si abbandona l’ambito dei miti e delle ipotesi per quello della storia documentata, si è colpiti dalle innegabili analogie tra il paradigma venatorio che abbiamo delineato e il paradigma implicito nei testi divinatori mesopotamici, redatti dal III millennio a.C. in poi. Entrambi presuppongono la minuziosa ricognizione di una realtà magari infima, per scoprire le tracce di eventi non direttamente esperibili dall’osservatore. Sterco, orme, peli, piume da un lato; interiora di animali, gocce d’olio nell’acqua, astri, movimenti involontari del corpo e così via, dall’altro. È vero che la seconda serie, a differenza della prima, era praticamente illimitata, nel senso che tutto, o quasi, poteva per gli indovini mesopotamici diventare oggetto di divinazione. Ma la divergenza principale ai nostri occhi è un’altra: il fatto che la divinazione fosse rivolta al futuro e la decifrazione venatoria al passato (magari un passato vecchio di attimi). Eppure l’atteggiamento conoscitivo era, nei due casi, molto simile; le operazioni intellettuali implicate – analisi, confronti, classificazioni – formalmente identiche. Solo formalmente, certo: il contesto sociale era del tutto diverso.


Carlo Ginzburg, “Spie. Radici di un paradigma indiziario”, in Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce, a cura di U. Eco e T.A. Sebeok, Bompiani, Milano 1983, pp. 106-107

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