Postille a Mistero etrusco. La Farsaglia (I)

La Farsaglia, o Bellum Civile, è il più grande poema epico latino dopo l’Eneide.
L’autore, Marco Anneo Lucano (39-65 d.C.), era un poeta e scrittore fecondo e precocissimo, che dapprima venne favorito dall’imperatore Nerone, ma in seguito, caduto in disgrazia perché s’era unito alla fallimentare congiura di Pisone, fu costretto dallo stesso Nerone a suicidarsi. È impressionante pensare che aveva solo 26 anni.

Il poema, che prende il nome dalla pianura della città greca di Farsalo e racconta la sanguinosa guerra civile fra Pompeo e Giulio Cesare, consiste in dieci libri di esametri che si interrompono bruscamente, con Cesare che sta portando avanti la guerra in Egitto. È un’opera ricca di digressioni, molto improntata alla retorica, ma soprattutto al grottesco e al paradossale: il racconto si svolge con grande vigore ed è costellato da innumerevoli scene drammatiche, truculente e orrifiche, con personaggi pieni di pathos. In certi punti mi ha fatto pensare a un genere horror ante litteram: Lucano quasi come precursore di Stephen King.

Mi aveva tanto appassionato questo poema, che lo inserii nel romanzo Mistero etrusco dandogli un posto di preminenza: non solo per le citazioni che il protagonista Lester Howe trovava affini a certe misteriose iscrizioni in greco, ma soprattutto perché ne avevo inseriti diversi estratti – intervenendo personalmente nelle traduzioni di cui mi avvalevo – per fare omaggio a questo autore giovanissimo e straordinario.

Ma, si sa: le piccole passioni dell’autore, soprattutto se antiquate, difficilmente piacciono ai lettori, e l’editore che sa fare il suo mestiere non può non tenerne conto. Quindi, gli estratti che avevo amorevolmente inseriti nel romanzo sono stati, molto semplicemente, eliminati.
Così ora li pubblico qui, per fare il mio omaggio a Marco Anneo Lucano, come avrei voluto.


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[In questa prima parte c’è il brano che figura ufficialmente in Mistero etrusco: vi si introduce il poema spiegando perché Howe lo recupera e lo esamina.]


Howe andò a cercare il volume negli scaffali del corridoio che raccoglievano i classici greci e latini. La Farsaglia, o Bellum Civile, il racconto della guerra fra Cesare e Pompeo del 49 avanti Cristo, era una delle letture macabre che avevano movimentato la sua adolescenza di studente curioso e impressionabile. Lucano, il grande poeta epico romano del primo secolo, era formidabile nel costellare la narrazione con spettacoli di morte, di orrore e di tenebra. I suoi versi avevano una potenza espressiva che dava i brividi: i fenomeni soprannaturali erano violenti e irreversibili, i personaggi demoniaci spaventosi e crudeli, e le battaglie erano descritte come omicidi di massa, con le morti cruente raccontate in modo variegato e paradossale.
Howe rintracciò il volume nella terza sezione, rilegato in similpelle verde, con impressioni un po’ sghimbesce sul dorso. Le pagine erano state sottolineate a matita da una mano poco rispettosa, che non aveva risparmiato i margini con annotazioni e parafrasi. Gli fu sufficiente scorrere il sommario per trovare, verso la fine del primo libro, l’episodio del sacrificio propiziatorio in cui gli dèi si mostrano ostili.
Quando stava per scoppiare la guerra civile tra Cesare e Pompeo, destinata a inondare di sangue il mondo romano, i presagi più funesti si moltiplicavano. Il cielo veniva tagliato da meteore fiammeggianti e da una cometa foriera di sconvolgimenti politici, fulmini e fuochi divampavano nell’aria, l’Etna esplodeva e la terra abbassava il suo asse, scrollando le nevi dai picchi alpini. A Roma le donne partorivano mostri, gli animali si mettevano a parlare e le offerte cadevano dai templi.
Per leggere il significato di quei segni e tentare di scongiurarli, il senato aveva deciso di convocare gli aruspici etruschi. Il più anziano e il più saggio, Arunte, ordinò una serie di riti e sacrifici e iniziò a interrogare gli dèi facendo sventrare una vittima sacrificale.
Così recitava il testo:

Arunte raccoglie i fuochi dispersi dal fulmine e li sotterra con lugubri mormorii, evocando sui luoghi la protezione del dio, poi conduce ai sacri altari la nuca superba d’un maschio. Aveva già cominciato a versare il vino e a spargere le farine con la lama del coltello; e la vittima, a lungo recalcitrante al temuto sacrificio, mentre i ministri dalle corte vesti le abbassavano le corna ribelli, piegate le ginocchia, offriva il collo vinto.

Eccole, le parole. Iam fundere Bacchum coeperat: cominciò a versare il vino; obliquoque molas inducere cultro: e a spargere la farina col coltello. E infine, deposito victum praebebat poplite collum: poggiate le ginocchia, porgeva il collo vinto.

[…]

Dalla vittima sventrata, invece del rosso del sangue era sprizzato un liquido insano e funesto. Arunte, pallido di spavento di fronte a presagi tanto foschi, afferrò le viscere per leggervi altri segni della collera degli dèi:

Già il loro colore atterrì l’aruspice: le pallide interiora erano chiazzate di macchie tetre, un sangue gelido le impregnava e placche sanguinolente ne screziavano il livore. Scrutò il fegato stillante marciume e scorse le venature minacciose dalla parte ostile. La fibra del polmone ansimante era invisibile, e un piccolo solco attraversa le parti vitali. Il cuore è inerte, le viscere lasciano trasudare umore infetto dagli squarci aperti, gli intestini mostrano le pieghe nascoste.

A un tratto, l’aruspice vide crescere sulla testa del fegato la massa di un’altra testa, chiara prefigurazione dell’imminente guerra civile: Ecce videt capiti fibrarum increscere molem alterius capitis
Cercando nelle iscrizioni greche, Howe trovò un’altra corrispondenza: epi tas to epatos koryphas meion korypha epaeiretai, cioè “sulla testa del fegato cresce altra testa più piccola”. Sorprendente davvero. I caratteri etruschi allineati in alto recitavano: maznei peqarni tercne nac alpqai mazna
Nel racconto di Lucano, mentre una parte del fegato pendeva marcia e avvizzita, l’altra pulsava con guizzi violenti. L’aruspice, riconosciuti i presagi del conflitto civile, gridò la portata dei mali che si preannunciavano:

O dèi del cielo, a stento posso svelare agli uomini quel che muovete; non a te infatti, o grande Giove, ho sacrificato; furono gli dèi infernali a penetrare nelle viscere del toro sgozzato. Ciò che temiamo è indicibile, ma gli eventi saranno più orrendi di ogni timore.

Gli dèi infernali… Howe era sicuro d’aver visto anche queste parole. Non tardò a ritrovarle, in una pagina contrassegnata da due cerchietti concentrici: ton kato daimonon hekati, cioè “per volere degli dèi infernali”.
(continua)

© 2007 Paolo Ferrucci

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