DetFic 8: il proto-detective


Il prototipo di investigatore più celebre risale al 1748: nientemeno che al racconto filosofico Zadig di Voltaire (Francois-Marie Arouet, 1694-1778), che era stato ripreso dalla tradizione persiana.

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Zadig è un giovane cittadino di Babilonia, virtuoso e saggio, contro cui la sorte si accanisce con ogni sorta di traversie, togliendogli tutto ciò che egli ottiene coi suoi meriti, e costringendolo a fughe e peregrinazioni continue.

La sua fidanzata – che egli ha difeso valorosamente con le armi – decide di concedere la sua mano a un altro, non appena le giunge la falsa notizia che egli è diventato guercio in seguito alle ferite riportate.
Dal canto suo Zadig, dopo aver contratto il più saggio dei matrimoni, deve patire le più gravi delusioni. Divorziato, si dà alla scienza, ma non ne ricava che danno; poi fa una poesia in lode del re, ma un invidioso riesce con questa a farlo condannare a morte per lesa maestà. Solo il caso lo salva e gli procura il favore del re, di cui poi diviene ministro. Ma, piano piano, tra lui e la regina Astarte sorge l’amore, che – per quanto nessuno dei due osi confessarlo nemmeno a se stesso – desta la terribile gelosia del re.

Così, Zadig prende la via dell’esilio, dove la mala sorte lo segue. Per aver difeso una donna percossa dall’amante, perde la libertà; portato schiavo in Arabia, combatte – in nome dell’illuministica ragione – le più crudeli superstizioni, e solo con l’astuzia e la fuga riesce a sottrarsi al furore dei sacerdoti. Dopodiché ritrova l’amata Astarte, rimasta vedova e divenuta schiava in seguito alle più drammatiche avventure, e naturalmente riesce a liberarla. Così, tornata Astarte sul suo trono, si bandisce un concorso per farle sposare l’uomo più prode e più saggio: Zadig vince la prova delle armi, ma è truffato dalla furfanteria di un rivale. A quel punto, preso dallo scoramento, Zadig comincia a convincersi che il mondo sia governato da un destino crudele che aiuta i malvagi a spese dei buoni. Ma poi incontra un eremita, il quale gli dimostra che nel nostro mondo il caso non esiste, ma tutto è prova, o punizione, o ricompensa, o prevenzione, e – trasformatosi in un angelo luminoso – lo ammonisce: «Misero mortale, cessa di discutere là dove conviene adorare!».
Così, superate anche le ultime prove, Zadig raggiunge finalmente la felicità e l’amore.

Ebbene, fra le tante esperienze e cimenti, dunque, l’eclettico Zadig può vantare anche quello di detective.

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IL CANE E IL CAVALLO

Zadig provò che il primo mese di matrimonio, come è scritto nel libro dello Zend, è la luna di miele, e che il secondo è la luna di assenzio. Qualche tempo dopo fu costretto a ripudiare Azora che era diventata insopportabile, e cercò la felicità nello studio della natura. «Nessuno è più felice,» diceva, «di un filosofo che legge questo gran libro che Dio ci ha messo sotto gli occhi. Le verità che scopre sono sue; alimenta ed eleva la sua anima; vive tranquillo; non teme niente dagli uomini, e non corre il rischio che la sua tenera sposa venga a tagliargli il naso.»
Pieno di simili idee, si ritirò in una casa di campagna sulle sponde dell’Eufrate. Là egli non si occupava di calcolare quanti pollici d’acqua scorrono in un secondo sotto le arcate di un ponte, o se cadeva un metro cubo di pioggia in più nel mese del sorcio che in quello della pecora. Non immaginava di fare seta dalla tela dei ragni, né porcellana dalle bottiglie rotte; ma studiò soprattutto le proprietà degli animali e delle piante e acquistò ben presto una sagacia che gli faceva scoprire mille differenze là dove gli altri uomini vedevano solo uniformità.

Un giorno, mentre passeggiava vicino ad un boschetto, vide correre verso di lui un eunuco della regina, seguito da molti ufficiali che sembravano in preda alla più viva inquietudine, e che correvano qua e là come uomini smarriti che cercano ciò che hanno perduto di più prezioso. «Quel giovane,» lo abbordò il primo eunuco, «avete visto per caso il cane della regina?» Zadig rispose con modestia: «Era una cagna, non un cane.» «Avete ragione,» rispose il primo eunuco. «E una spagnola molto piccola,» aggiunse Zadig, «e ha avuto da poco i canini; zoppica dal piede sinistro anteriore e ha le orecchie molto lunghe.» «L’avete dunque vista?» disse il primo eunuco tutto trafelato. «No,» rispose Zadig, «non l’ho mai vista, e non ho mai saputo se la regina avesse o no una cagna.»
Proprio in quel momento, per una delle frequenti stranezze della sorte, il più bel cavallo della scuderia del re era scappato dalle mani di un palafreniere nelle pianure di Babilonia. Il capocaccia e tutti gli altri ufficiali gli correvano dietro con altrettanta inquietudine del primo eunuco alla ricerca della cagna. Il capocaccia si rivolse a Zadig e gli domandò se per caso avesse visto passare il cavallo del re. «È il cavallo che galoppa meglio,» rispose Zadig, «è alto cinque piedi, ha lo zoccolo molto piccolo; ha una coda di tre piedi e mezzo; le borchie del suo morso sono d’oro a ventitré carati; i suoi ferri sono d’argento a undici denari.» «Che cammino ha preso? dov’è?» domandò il capocaccia. «Ma io non l’ho visto,» rispose Zadig, «e non ne ho mai sentito parlare prima d’ora.»

Il capocaccia e il primo eunuco non ebbero alcun dubbio che Zadig avesse rubato il cavallo del re e la cagna della regina; lo fecero condurre davanti all’assemblea del gran desterham, che lo condannò al knut e a passare il resto dei suoi giorni in Siberia. Era appena stata pronunciata la sentenza che furono ritrovati il cavallo e la cagna. I giudici si trovarono nella dolorosa necessità dì correggere la loro sentenza; ma condannarono Zadig a pagare quattrocento once d’oro per aver detto che non aveva visto ciò che invece aveva visto. Fu giocoforza pagare questa multa; dopodiché fu permesso a Zadig di difendere la propria causa davanti al consiglio del gran desterham; egli parlò in questi termini:

«Stelle di giustizia, abissi di scienza, specchi di virtù, che avete la pesantezza del piombo, la durezza del ferro, lo splendore del diamante e molte affinità con l’oro! Poiché mi è permesso parlare davanti a quest’augusta assemblea, vi giuro per Orosmad che non ho mai visto la rispettabile cagna della regina, né il sacro cavallo del re dei re. Ecco quanto mi è accaduto. Passeggiavo nei pressi di un boschetto dove ho poi incontrato il venerabile eunuco e l’illustrissimo capocaccia. Ho visto sulla sabbia le tracce di un animale, e ho giudicato facilmente che si trattava delle tracce di un piccolo cane. Dei solchi leggeri e lunghi, impressi sopra piccoli mucchi di sabbia, tra le tracce delle zampe, mi hanno fatto capire che si trattava di una cagna le cui mammelle erano pendule e che pertanto aveva avuto dei piccoli pochi giorni prima. Altre tracce, in un senso differente, che sembravano ugualmente aver rasentato la superficie della sabbia vicino alle zampe anteriori, mi hanno fatto comprendere che aveva le orecchie molto lunghe; e, poiché ho notato che la sabbia era sempre meno scavata da una zampa che dalle altre tre, ho capito che la cagna della nostra augusta regina era un po’ zoppicante, se mi è lecito osare esprimermi in questo modo.
«Quanto al cavallo del re dei re, sappiate che, passeggiando per i sentieri di questo bosco, ho scorto le tracce dei ferri di un cavallo; esse erano tutte ad eguale distanza. “Ecco,” mi son detto, “un cavallo dal galoppo perfetto.” In una strada stretta, che non misura più di sette piedi di larghezza, la polvere era un po’ spazzata via dagli alberi a sinistra e a destra, a tre piedi e mezzo dal centro della strada. “Questo cavallo,” mi son detto, “ha una coda di tre piedi e mezzo, che con i suoi movimenti a sinistra e a destra ha spazzato via la polvere.” Ho visto sotto gli alberi, che formavano un pergolato dell’altezza di cinque piedi, le foglie da poco staccate dai rami, e ho capito che quel cavallo era arrivato fin lì, e che dunque doveva avere un’altezza di cinque piedi. Quanto al suo morso, deve essere d’oro a ventitré carati: infatti ha strofinato le borchie contro una pietra, che ho riconosciuto essere una pietra di paragone e che ho voluto provare. Ho giudicato infine dai segni che i suoi ferri hanno lasciato su alcuni sassi di un’altra specie, che era ferrato in argento della purezza di undici denari.»

Tutti i giudici ammirarono il profondo e sottile discernimento di Zadig; la notizia giunse fino al re e alla regina. Nelle anticamere del palazzo si parlava soltanto di Zadig, e così nella camera e nello studio; e benché maghi fossero dell’opinione che lo si dovesse bruciare come stregone, il re ordinò che gli fosse resa l’ammenda di quattrocento once d’oro alla quale era stato condannato. Il cancelliere, gli uscieri, i procuratori, vennero da lui in gran pompa per riportargli le quattrocento once; ne trattennero per sé soltanto trecentonovantotto per spese giudiziarie, e i loro valletti domandarono un onorario.
Zadig vide quanto fosse pericoloso talvolta l’essere troppo sapiente, e promise a se stesso, alla prossima occasione, di non dire affatto ciò che aveva visto.
Questa occasione si presentò ben presto. Un prigioniero di Stato scappò; passò sotto le finestre della sua casa. Zadig fu interrogato, non rispose nulla; ma fu provato contro di lui che aveva effettivamente guardato dalla finestra. Per questo crimine fu condannato a cinquecento once d’oro, e ringraziò i giudici della loro indulgenza, secondo il costume di Babilonia. «Gran Dio!» disse dentro di sé, «che disgrazia passeggiare in un boschetto per il quale sono passati la cagna della regina e il cavallo del re! come è pericoloso stare affacciati alla finestra! e quanto è difficile essere felici in questa vita!»

“Il cane e il cavallo”, in Zadig, 3., Universale Economica Feltrinelli, Milano 1952

 

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