L’eccezione alla regola

lichtenberg

Secondo il fisico e scrittore tedesco Georg Christoph Lichtenberg (1742-1799), «Il solo difetto che hanno gli scritti eccellenti è che di solito sono la causa di molti altri scritti cattivi e mediocri».
Se questa è una regola, ha avuto la sua bella eccezione: in almeno un caso il fenomeno s’è invertito, nel senso che un pessimo romanzo ha dato il via a un genere letterario fortunatissimo.

Nel giugno del 1764 accadde che Horace Walpole (1717-1797), il figlio di un grande statista inglese, incappò, suo malgrado, in un sogno inquietante:

Un mattino (…) mi svegliai da un sogno di cui riuscivo soltanto a ricordare che m’era parso di trovarmi in un antico castello (sogno naturalissimo per uno spirito come il mio, pieno di storie gotiche), e che sul pianerottolo più elevato d’un grande scalone avevo vista una mano gigantesca, rivestita di un’armatura. La sera stessa sedetti a tavolino e cominciai a scrivere, senza la minima idea di ciò che intendessi dire o raccontare.


Galeotto fu quel sogno: Walpole, messosi a tavolino in preda a una fantastica fiamma creativa, arrivò a comporre Il castello di Otranto (The Castle of Otranto, pubblicato nel 1764). Fu il primo esempio di un nuovo genere, il romanzo gotico, che, con le sue storie di castelli, meraviglie, persecuzioni e spettri avrebbe avuto una fortuna inimmaginabile. Non solo: Walpole, fervido visionario, arrivò a trasformare la sua casa di Strawberry Hill in una specie di maniero medievale, divenendo anche il precursore della moda neogotica in architettura.

L’affermazione di Walpole — di aver scritto il libro «senza la minima idea» di ciò che voleva raccontare — può essere presa alla lettera. Il castello di Otranto, infatti, è un romanzo sgangherato e plateale, una miscellanea di suggestioni letterarie e fantasie preromantiche non meditate, che poco hanno a che fare con lo spirito artistico.



La storia viene presentata come una vicenda medievale tratta da un manoscritto italiano del Cinquecento, che, in sostanza, racconta il compimento di una maledizione. Un antenato di Manfred, che è insediato come tiranno nella città di Otranto, aveva usurpato il titolo uccidendo il legittimo signore, Alfonso, mentre questi andava alle crociate. Lo spirito di Alfonso lanciò una maledizione: quando il suo corpo sarà diventato troppo grande per essere contenuto nel castello di Otranto, il dominio della famiglia dell’usurpatore avrà fine.

Il romanzo, di fatto, si apre con il figlio di Manfred che resta ucciso da un enorme elmo che gli piomba sulla testa, proprio nel giorno in cui il padre aveva progettato di unirlo in matrimonio con Isabella, l’ultima lontana parente di Alfonso. Naufragato il suo intento, Manfred decide allora d’insidiare Isabella sposandola di persona, dopo aver divorziato dalla moglie Hippolita. Ma Isabella, per sottrarsi, fugge aiutata dall’autorevole frate Jerome e da un contadino di nome Theodore — che presto si scopre essere il figlio di Jerome (!). Ma, a un certo punto, ecco il colpo di scena: ritorna Frederic, il padre di Isabella, che tutti credevano morto in Terrasanta, e qui i giochi si complicano.

Manfred, deciso a non rinunciare alle sue mire, cerca di aggiustare tutto dando in sposa a Frederic sua figlia Matilda, mentre lui sposerà Isabella. Ma c’è un particolare non trascurabile: Mathilda e Theodore si amano. Manfred, invece, sospetta che Theodore ami Isabella e, quando lo sorprende con una ragazza, accecato dalla gelosia la uccide pensando che sia Isabella. Ma, sciaguratamente, scopre che si tratta proprio della figlia Matilda (!!).

Eccoci alla fine. Lo scioglimento della vicenda è teatrale: appare un gigantesco cavaliere in armatura — lo spettro di Alfonso — che fa la grande rivelazione: Theodore è suo discendente. Com’è possibile, se è figlio del frate? Jerome, allora, s’incarica di spiegare che effettivamente la sua perduta moglie era figlia di Alfonso. Tutto torna, dunque. Theodore, infine, rassegnandosi a piangere la morte di Matilda, sposa Isabella.

Sembra evidente che questo “romanzaccio” condensa diverse tendenze e suggestioni — che molti definiscono preromantiche — tipiche del Settecento. Ed è il primo esempio della grande corrente romanzesca, il “gotico”, che ha prodotto alcuni capolavori e che ancora oggi solletica l’immaginario.
Ne Il castello di Otranto sono presenti tutti gli elementi tipici del gotico: l’eroe satanico, la fanciulla perseguitata, il castello misterioso e labirintico, pieno di ritratti degli antenati che, in qualche modo, influenzano il corso dei vivi. La maggior parte del romanzo è fatta di dialoghi, con una mescolanza di sublime, quotidiano e sovrannaturale che pesca a piene mani da Shakespeare.

Poi c’è un altro aspetto sorprendente: quando Alessandro Manzoni scrive I promessi sposi, sembra avere tra i suoi riferimenti anche quello della narrativa gotica, in particolare Il castello di Otranto. La figura emblematica dell’Innominato, nella sua livida grandezza iniziale, sembra uno dei discendenti letterari di Manfred:

Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto.

Per non parlare di Frate Cristoforo: una figura d’aiutante in tutto simile a frate Jerome.