New York 2

A New York si vive il momento molto di più di quanto raccomandasse Socrate, cosicché, tanto a una festa quanto da soli nella propria stanza, sarà sempre difficile indovinare il valore a lungo termine di qualsiasi cosa. Incominciai a venire a New York quando frequentavo il college ad Harvard. Questo avveniva sei anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. New York allora non era la città dalle mille luci. Non c’erano edifici con pareti a specchio ma, semmai, fabbricati di pietra dai contorni rigidi e dalle finestre piuttosto piccole che catturavano i raggi del sole e luccicavano al crepuscolo: file e file di edifici che sembravano chiusi in corsetti ornati di lustrini. Scorrazzando in giro per le strade su una decappottabile che apparteneva alla ricchissima madre di un compagno di scuola, ti vedevi offrire una serie di torreggianti prospettive che svettavano verso l’alto e sfuggivano all’indietro come un’altissima scia di pietra e mattoni lasciata dal passaggio della tua testa. La pubblicità svaniva fluttuando, grandi cartelloni, insegne al neon, vetrine: un invito alla fine della solitudine. New York era una libidine di parole. Era minacciosa e adorabile, uno strascico di prospettive ortogonali lungo le ampie avenues, trasformate dalla luce azzurrina che sbiadiva sul finire del giorno di lavoro. Bellezza travolgente e trasandata, ecco cos’era allora la città – una delle meraviglie del mondo.
New York era la capitale della sessualità americana, l’unico posto in America dove potevi andare a letto con una persona di una certa raffinatezza, per questo Peggy Guggenheim e André Breton erano venuti qui durante la guerra, mentre Thomas Mann, che era timido, e Igor Stravinskij, che era pio, erano andati a Los Angeles, che è il posto migliore per i voyeurs. Io sono sempre stato pazzo di New York, dipendente e spaventato dalla città – insomma, è veramente pericolosa – ma al di là di questo c’era la pressione di essere giovani e di non aver ancora prodotto un lavoro che mi piacesse veramente, un’opera col marchio di fabbrica, di quelli che ti fanno sfondare. Il problema dell’aspetto invitante della città era che ti veniva il dubbio che forse non ce l’avresti fatta: che potevi colare a picco, perdere il treno, per usare delle metafore, prima di riuscire a fare qualcosa di interessante. Potevi rovinarti la vita. Qui o lavoravi sodo, o non lavoravi affatto, ed era una lotta far fronte alle costanti stroncature. Vedevi la gente saccheggiare espressioni dei discorsi altrui – quella caccia alle idee che a volte è come raccogliere da terra uccelli morti. Vedevi il risvolto del successo – che tutti sono invidiosi. Non è uno scherzo, il grande fragore di New York. È il rumore delle facce di bronzo alla festa, a tutte le feste, gente che si arruffiana i potenti e fa piaceri, che minaccia e fa dichiarazioni pubbliche velenose, che affetta modestia e ricatta, fa una pausa per cenare e poi continua. (È stato detto che a New York si potrebbe far passare chiunque per antipatico: basterebbe tessere le sue lodi a una persona irritabile e competitiva.) La conversazione letteraria, a New York si annuncia spesso come la miglior conversazione d’America. La gente mi diceva: «Harold, stasera ascolterai il meglio di tutta l’America». E poi si trattava di un monologo spietato, che non lasciava spazio a interventi, recitato con una certa trascuratezza in termini di onestà. Ma allora la verità non era un problema, come non lo è quasi mai a New York.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp. 161-163

 

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