Umberto

Ieri aspettavo Umberto che doveva tagliarmi due alberi secchi nel rivale: due robinie, una delle quali molto alta e massiccia, un lavoro non da poco. Doveva arrivare alle due, ma all’una e quaranta era già qui a prender le misure alle due bestie da abbattere e a tirar fuori gli attrezzi dalla sua Panda verdina. Per fare l’albero grosso ha usato una tecnica “a tocchi”: segava un segmento di tronco alla base, poi spingeva l’albero (che restava più o meno ritto, poggiandosi a quelli vicini) e lo faceva piombare a terra, poi segava un altro segmento e l’albero lo faceva ripiantare giù, finché non si arrivava ai rami e li si moncava tutti. S’è fatta via via una quantità di legna che m’ha fatto sentir male ancor prima di metterci mano: sapevo cosa m’aspettava, una sfacchinata spezza-braccia. Lui lavorava di motosega e di colpi d’ascia a manico lungo; i pezzi più grossi (diametro 50/60, per intenderci) li apriva piantandoci un cuneo di ferro e martellandolo con la mitica mazza da 10 chili (uguale a quella che ho usato io per piantare i pali coi cartelli “divieto di caccia”), così il ceppo crepitava separandosi, e poi di nuovo con l’ascia per farne i quarti.
Ho fatto una fatica bestia: a sera ero più di là che di qua, e stamane non mi sento molto bene, con un discreto dolore alle braccia. E ora questi mucchietti di legna son da portare in legnaia, ma oggi forse non me la sento. Però anche lui, ieri, dopo le prime due ore ha cominciato ad ansimare; a un certo punto, mentre ruotava l’accettona lunga, ho immaginato sul ceppo la sua testa crespa (niente di personale, solo perché in quel momento vedevo lui) e mi son chiesto quanto sarebbe saltata lontano dopo il colpo: mamma mia, che impressione.