Autopsie: l’ultima estate


L’instancabile Gaia Conventi, dopo aver recensito a dovere il romanzo di Patrick Fogli qui sopra e aver constatato che si tratta di un libro tecnicamente defunto, l’ha inviato qui per un esame autoptico, nell’intento di precisare meglio le cause della morte.

Dunque, prima d’iniziare l’autopsia, rileviamo che il volume è un’edizione “Piemme Bestseller” del 2008, di formato cm. 19 x 12,7 e del peso di 470 grammi, che consta di 600 pagine. Quest’ultimo dato non è un buon segno: libri così lunghi, al giorno d’oggi, difficilmente possono mantenersi vitali se non possiedono adeguate qualità letterarie.

Il titolo, come si vede, è poco originale. L’ultima estate di innocenza, infatti, richiama diversi libri che hanno usato quest’espressione evocativa:
L’ ultima estate; L’ ultima estate (2); L’ ultima estate in città; L’ ultima estate di Klingsor; L’ultima estate che giocammo ai pirati; Ultima estate in suol d’amore; ecc.

In via preliminare, riguardo all’ambientazione, ricordiamo che la città di Bologna pullula di thrilleristi e noiristi da almeno vent’anni. I più vecchi ormai sono andati in pensione, mentre le nuove leve maneggiano ancora la stessa strumentazione, che alla lunga si rivela insufficiente a mantenere in vita una materia già posticcia e imitativa. Come sappiamo, solo il genio saprebbe trarre originalità anche dalle cose banali e consuete: vedi certa arte contemporanea. Invece, se queste doti non si posseggono, se ne ricava solo fuffa.

La recensione di Conventi spiega bene l’imperversare nel libro sia della ripetizione (come se esso fosse in realtà un remix di qualcos’altro), sia delle similitudini forzate. In letteratura, la similitudine deve sorprendere almeno un po’, e comunque non dev’essere incongrua: altrimenti la missione dello scrittore fallisce.
E qui, fra gli esempi più calzanti troviamo quello di pag. 285, dove una voce viene descritta “tagliente e sottile come i baffi di un gatto” [cosa c’entra la voce umana con le vibrisse feline?]; quello di pag. 67, dove “La chiesa è lunga e stretta come le dita di una mano” [che c’entra una chiesa con le dita di una mano? Ed esistono chiese tanto strette?]; e ancora quello di pag. 260, dove “La questura di Bologna è pulita come il primo sole del mattino” [la questura di Bologna? Pulita? Come il primo sole? Questo pare un ossimoro involontario].

Ma veniamo alle due pagine analizzate a campione sul tavolo autoptico, numerate 198 e 199, con specchio di stampa cm. 15×9,5.

Partiamo dalla riga 7.

“Così le sue mani si spostano. Le scivolano lentamente in grembo, rami di un albero sconfitto da un temporale troppo forte.

In questa similitudine, anch’essa fallita, le mani di una giovane donna diventano rami di un albero. Sconfitto – si badi – da una tempesta. Ma che razza di mani avrebbe questa povera ragazza? Sembra che, per cercar d’impressionare, si sia voluto pescare nell’improbabile.

Passiamo alla riga sotto:

Bevo un sorso di mojito.

Ecco: non poteva mancare l’aperitivo trendy. Questa è una trovata modaiola, modaiolissima e ampiamente sfruttata. Dunque, si ammicca al lettore: lo si vuol far immedesimare in qualcosa che richiami il rito dell’aperitivo, oggi tanto diffuso. Anche qui la letteratura, semplicemente, non c’è.

Troviamo poi:

… mi sento come dietro a un vetro

Ci risiamo: come capita spesso, si cade nella sciatteria. Proviamo a spiegare.
Se ad esempio scrivo dietro a me, può andare; ma se scrivo dietro al vetro, soprattutto in letteratura, non va. Si dovrebbe dire “dietro il vetro”. Questo a molti non entra in testa.
Anni fa, nel racconto di un noto noirista bolognese, adocchiai casualmente: “dentro alla tasca”. E invece – visto che si vorrebbe far letteratura – si dovrebbe scrivere: “dentro la tasca”. La, la, non “alla”. Capito?

E ora il pezzo forte:

Domani volevo portarla a Riccione.

Oh, perbacco. Dal dramma dell’Iraq e di una bambina che soffre, e di tutto il resto, si arriva alla vacanzetta rivierasca, quanto meno evocata. Mamma, che caduta: dopo aver tentato di mantenere un livello di soffusa drammaticità (e riuscire a farlo per 600 pagine è quasi impossibile, se non si è Dostoevskij), si va scivolare su una buccia.
E non basta. Non contenti di scivolare, si vuole andare fino in fondo con un ruzzolone:

Lo so che non è proprio il momento giusto, con il controesodo e tutto quello che ci sarà.

Fermi un attimo. Il controesodo? Abbiamo capito bene? Quella cosa a cui molti forzati delle vacanze estive devono sottoporsi, e di cui tutti i telegiornali parlano? E questo, scusate, che ci azzecca con un romanzo che vorrebbe dire qualcosa di profondo?
Spiace pensarlo, ma qui viene il sospetto che molte cose, anche le più scontate, vengano infilate solo per far crescere il numero di pagine e portarle a 600. Perché un tomo di 600 pagine, a quanto pare, fa più figo, specie se ambirebbe a offrire dei contenuti.

A un certo punto, sembra di ritrovare una voce autentica:

E nel momento in cui lo faccio penso mi sia uscita una cazzata.

Ma, poco più in là, l’espediente per far crescere il numero di pagine pare farsi scoperto:

Si volta e se ne va, all’improvviso.
La seguo con lo sguardo, mentre si allontana.
Almeno per un po’.

Il sistema è semplice: andare a capo quando non serve. Spesso viene visto come forma espressiva lievemente “sincopata”, che introduce delle micro-pause che vorrebbero emozionare. Invece, quando manca l’espressività (quella cosa in grado di far diventare un testo letteratura), ciò può ridursi a un trucco per far aumentare la carta. Come se si venisse pagati a riga.

E più avanti arriva un bel luogo comune, tanto comune da rasentare la spettacolarità:

… gli anni sono passati in modo terribilmente rapido, un temporale che spazza l’aria di fine settembre e si porta via l’estate.

Sì, proprio così: il temporale che fa finire l’estate. Quello che capita quando si è al mare, magari a Riccione, e ci fa dire: ecco, ora le vacanze finiscono…
Ricorda una delle canzoni anni Sessanta che faceva: “L’estate sta finendo…”.

Non bastasse, ai luoghi comuni – che già intristiscono – si aggiungono le forzature:

… sente i muscoli distendersi, la colonna vertebrale scricchiolare.

La colonna vertebrale che scricchiola? Oh, santo Cielo. Qui, per cercare gli effetti, sembra ci si dimentichi della realtà.

Poi, furbescamente:

Dallo stereo arriva la voce di George Michael.
Holds me in the dead of night.
Takes away that fear that I carried forever.”

Ecco, ora le furbizie si fanno scoperte. Non solo l’andare a capo per fare effetto e far crescere le pagine, ma anche gli ammiccamenti facili-facili.
È come inserire le marche nei romanzi: non ricordo chi lo faceva, forse Moccia. E pare che qui lo si stia emulando, seppure sottotraccia. Si cerca cioè di furbeggiare, ma tentando di non farsi scoprire.

Infine, concludiamo l’esame con un passo emblematico che parla da sé:

Gli occhi chiusi, le labbra che sanno di burro cacao, canta quei versi…

Evviva. Qui ogni commento è superfluo.

(data del referto, timbro e firma)

 

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