vive la France (déclassé)

Ecco qua: è successo. Moody’s ha declassato di un gradino il rating “tripla A” della Francia, portandolo ad “Aa1“. Il cosiddetto outlook (la visione prospettica sull’andamento dell’economia) rimane negativo. La decisione arriva dopo che il 23 luglio scorso la stessa Moody’s aveva cambiato l’outlook a negativo sulla tripla A di Germania, Lussemburgo e Olanda: lì l’agenzia aveva annunciato che avrebbe riconsiderato la tripla A francese e il suo outlook, che era stato giudicato negativo il 13 febbraio 2012.

I motivi sono i seguenti. Le prospettive di crescita economica a lungo termine della Francia “sono negativamente influenzate da diverse sfide strutturali”, dalla “graduale e sostenuta perdita di competitività” e “dalle rigidità del mercato del lavoro, dei beni e dei servizi”. Rigidità del mercato del lavoro: non suona familiare questa espressione? Inoltre, lo scenario fiscale del Paese sarebbe “incerto” per il deteriorarsi delle prospettive economiche sia nel breve termine – a causa della debole domanda interna ed estera – sia nel lungo termine. Moody’s rimarca che l’esposizione della Francia alle zone periferiche dell’area Euro (quelle malate) attraverso i rapporti commerciali e il sistema bancario è “sproporzionatamente ampia”. Anche se va ricordato che la Francia resta con un “rating estremamente elevato”, perché è caratterizzata da “una vasta e diversificata economia che sostiene la resistenza” del Paese e da “un forte impegno verso il consolidamento fiscale e le riforme strutturali”. Impegno che, sottolinea l’agenzia, si riflette negli ultimi annunci del Governo che potrebbero, nel medio periodo, “mitigare alcune delle rigidità strutturali e migliorare la dinamica del debito”.

Tre sono i cosiddeti “driver” che avrebbero giustificato il downgrade. Il primo è il rischio che grava sulla crescita economica e sulle finanze pubbliche di Parigi, a causa delle “persistenti sfide economiche strutturali”, come la rigidita’ del mercato del lavoro e dei servizi e il basso livello di innovazione. Il mercato del lavoro francese sarebbe caratterizzato da “un alto livello di segmentazione come risultato di una significativa rigidità della legislazione verso la protezione dei contratti permanenti” che, osserva Moody’s, aumenta “il costo implicito del lavoro e disincentiva le assunzioni” (in altre parole: caro lavoro a tempo indeterminato, la festa è finita!). Inoltre, la regolamentazione del mercato dei servizi resta “maggiormente restrittiva rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’Ocse” a causa della “moderata competizione nel comparto che impatta negativamente anche sul potere di acquisto delle famiglie e sui costi di produzione delle imprese” (in altre parole: basta coi monopoli e gli oligopoli, ci vuole concorrenza, avanti le liberalizzazioni!).

Riguardo “all’elevata incertezza sull’outlook fiscale della Francia”, Moody’s osserva che gli obiettivi di bilancio del Governo – riduzione del deficit allo 0,3% del Pil entro il 2017 e bilanciamento degli squilibri strutturali del budget entro il 2016, nonché crescita allo 0,8% per il 2013 e al 2% per il 2014 – si basano (ça va sans dire) su assunti “troppo ottimistici”. Questi assunti non terrebbero adeguatamente conto dell’aumento della disoccupazione, del livello dei consumi, su cui “pesa l’incremento delle tasse”, della scarsa crescita nei redditi disponibili. Inoltre, prevede Moody’s, le esportazioni nette probabilmente non saranno in grado di sostenere l’attività economica “alla luce della riduzione della domanda estera, in particolare in partner commerciali dell’area Euro come Italia e Spagna”. In pratica, se noi siamo poveri, difficilmente compreremo roba da loro. Il terzo punto analizzato dall’agenzia è che le banche francesi “hanno una considerevole esposizione ad alcuni Paesi deboli dell’Eurozona e rimangono vulnerabili a un ulteriore peggioramento della crisi dell’area”. Da qui potrebbe accadere che “sostanziali shock economici e finanziari derivanti dalla crisi del debito dell’area Euro potrebbero ulteriormente mettere pressioni al ribasso sul rating della Francia”.

Secondo il ministro delle Finanze francese, il downgrade della Francia “è un invito a continuare e ampliare la velocita’ e risolutezza delle riforme iniziate dal Governo”, e – naturalmente – il sistema bancario è solido:  “la salute del comparto è migliore rispetto a un anno fa, in quanto ha ridotto la propria dipendenza dal mercato dei finanziamenti, ha migliorato la propria esposizione verso certi Paesi e incrementato il livello di capitale”.
Sarà: ma per ora la festa è finita.