Autopsie: la mappa del destino

la_mappa_del_destino


Per inaugurare l’anno nuovo, l’infaticabile Gaia Conventi ha inviato all’esame autoptico un  altro romanzo-spazzatura che è  tecnicamente defunto: ovviamente dopo averlo recensito a dovere, in modo così chiaro ed esauriente da lasciare quasi sgomenti.
Il romanzo è quello raffigurato sopra, l’autore Glenn Cooper.

Prima d’iniziare l’autopsia, rileviamo che il volume è un’edizione cartonata Nord del 2011, di formato cm. 22 x 14,5 e del peso di 640 grammi, che consta di 411 pagine.
Anche in questo caso, il titolo La mappa del destino risulta poco originale e richiama diversi altri libri :
La mappa di pietra; La mappa del tempo; La mappa della vita; La mappa che cambiò il mondo; Mappa del nuovo mondo; La mappa della Terra di Mezzo; Mappa dei meridiani energetici; La mappa del linfodrenaggio ecc.

Le notazioni da fare in via preliminare sarebbero un’enormità, data l’accozzaglia di trovate escogitate dall’autore per costruire questo oggetto. Un oggetto che vorrebbe essere “narrativo”, ma che è talmente zeppo di luoghi comuni, di cose già viste, di amenità improbabili, di oscenità intenzionali che riescono solo a essere ridicole  nonché di vere prese per il naso nei riferimenti storici  da risultare più simile a un’esercitazione di una classe di scuola media.

La recensione di Gaia Conventi sciorina in modo così incalzante le volgari pagliacciate contenute in questo libro, le offese all’intelligenza del lettore, gli errori paradossali in certi punti della traduzione, da lasciare increduli e frastornati. Infatti, è stato difficile avviare un’analisi senza prima aver fatto una pausa di recupero: analisi che, vista la mole della materia inerte  praticamente nata morta , può essere solo “pizzicata” ed esemplificativa.

Tralasciamo, dunque, «un’aria da “bel tenebroso”» e i «jeans aderenti e stivali da cowboy» del protagonista, che «sembrava un giovanotto ma, a un esame meno superficiale, emergevano alcuni dettagli – per esempio gli occhiali da vista – che rivelavano la sua vera identità: quella di un professore quarantaquattrenne» [così scopriamo che portare occhiali da vista è un chiaro  e univoco  indice di due cose: essere un professore e aver superato i quarant’anni]. E lasciamo perdere altre cose, già ben evidenziate nella recensione di Conventi.

Ci limitiamo a rimarcare lo spaventoso svarione che troviamo nella traduzione, quando il protagonista della storia perde il suo amico: «La morte di Hugo aveva spazzato via il suo fascino arguto come le onde cancellano le lettere tracciate sul bagnasciuga».

Ora, sorvolando sulla triste banalità della similitudine, e sforzandoci di reprimere l’indignazione, cerchiamo di spiegare.
Com’è noto, la parola bagnasciuga è diventata celebre per il discorso di Benito Mussolini del 24 giugno 1943, in cui  riferendosi alle voci su uno sbarco alleato in Sicilia (avvenuto pochi giorni dopo)  proclamò che ogni tentativo di sbarco nemico sarebbe stato “congelato su quella linea che i marinai chiamano bagnasciuga“. Questo discorso è passato alla storia come il “discorso del bagnasciuga” proprio perché conteneva quest’errore: il bagnasciuga è in realtà la striscia di carena delle navi che segna in alto la linea di galleggiamento a pieno carico, e in basso la linea di galleggiamento a nave vuota, e non c’entra nulla con la spiaggia. Invece, quella parte di spiaggia che si bagna e si asciuga per il moto ondoso si chiama battigia. Battigia, non bagnasciuga. Capito? Se nemmeno la Storia riesce a insegnare qualcosa, dove diavolo si crede di andare?

E non basta. Sciaguratamente, l’autore insiste a sbrodolare sciocche assurdità nel nucleo della trama, che ruota intorno a una misteriosa pozione in uso da tempi antichissimi, che non solo fa restare giovani (l’elisir di lunga vita, ovviamente), ma – udite udite – accresce le prestazioni sessuali. Abbiamo capito bene: una sorta di celodurismo in saecula saeculorum, come argutamente osserva Conventi. Un celodurismo – di marca smaccatamente sessista, giacché la prestazione sessuale viene solitamente attribuita al maschio – che a pagina 375 sfocia in orgia collettiva, dove vecchi e giovani iniziano a ballare «strusciandosi l’uno contro l’altra. In breve tempo, tutti erano nudi. Le coppie anziane si dirigevano verso i corridoi, lontano dalla stanza principale. Quelle più giovani giacevano sui tappeti, avvinghiate, gemendo e mugolando, abbandonandosi alla passione sotto gli occhi di tutti».

Praticamente, sembra una patetica caricatura di certe aberrazioni della politica italiana, a cui l’autore pare essersi ispirato: dal mistico celodurismo leghista (con  l’ampolla dell’acqua del Po a fungere da elisir) fino al gaudente bunga-bunga di stampo berlusconiano consumato nei sotterranei.

Roba da matti.
Ma cerchiamo di abbreviare l’agonia e andiamo alle due pagine analizzate a campione sul tavolo autoptico, numerate 274 e 275, con specchio di stampa cm. 16,5×9,7.

Mappa-destino-274-275


Siamo al momento della morte di Pietro Abelardo, il noto personaggio che era unito sentimentalmente a Eloisa. Al suo capezzale si presenta nientemeno che Bernardo di Chiaravalle (il santo dei Templari, con cui Abelardo aveva avuto scontri di ordine teologico, legati anche alla pozione magica, di cui Abelardo faceva uso per rimediare al fatto d’esser stato castrato), insieme ai suoi fratelli Barthomieu e Nivard, che non vedeva da anni, anche loro consumatori della pozione magica che mantiene giovani e con la verga sempre pronta. Bernardo è un monaco all’antica, tutto d’un pezzo, e in quella roba ci vede il diavolo; ma davanti al capezzale del morente i fratelli tornano ad avvicinarsi.

Partiamo dalla riga 1.

«Barthomieu? Non può essere… Sei così giovane.»
«E c’è qualcuno ancora più giovane.» Il monaco si girò verso l’accampamento. «Nivard, vieni.»
Bernardo non lo vedeva da metà della sua vita: il fratello minore doveva avere circa quarant’anni. Invece pareva quasi un ragazzo.

Ecco: Bernardo di Chiaravalle scopre che i suoi fratelli non sono invecchiati, e ne rimane ovviamente turbato. Ma dov’è pescata un’idea tanto originale? Non è quella dell’elisir degli alchimisti, di Dorian Gray, eccetera? Purtroppo anche queste semplici osservazioni risultano scontate come il loro oggetto.
Da precisare, però, che la pozione mantiene giovani ma non rende immuni dalla peste (piaga diffusa, a quei tempi), da cadute accidentali, da raffreddamenti o assassinii.

Passiamo alla riga 12:

Quando Bernardo e Barthomieu entrarono nella capanna, Eloisa si voltò per zittire gli intrusi, poi si rese conto di chi si trattava. Si alzò e s’inchinò per baciare l’anello di Bernardo, ma lui la respinse e la pregò di restare al fianco di Abelardo.

Dunque, Eloisa s’inchina, ma Bernardo di Chiaravalle la respinge (per “pregarla” di stare al fianco del moribondo). Anche qui, la si fa fuori dal vaso. Respingere significa rimandare all’indietro qualcuno che viene verso te, è un gesto di rifiuto, di bocciatura, che nulla ha a che fare con una situazione come quella. O San Bernardo ce l’aveva con lei, o non voleva esser contaminato da una femmina, oppure la donna non doveva immischiarsi in faccende maschili, come quella dell’elisir che rende giovani, indurisce la verga e ne incentiva l’uso intensivo.

Più avanti, dopo essersi avvicinato al morente,

Bernardo era sconvolto. Non perché quell’uomo fosse pelle e ossa, ma perché sembrava molto giovane. «Anche Abelardo…»

Ecco l’orrenda scoperta: anche il teologo Pietro Abelardo faceva uso della deprecabile pozione! Era ridotto a uno scheletro, ma sembrava giovane!
Non solo: seppur agonizzante,

Abelardo riuscì a sorridere. Per evitare di tossire, doveva parlare a sussurri. «Sei venuto a darmi il colpo di grazia?» scherzò.

Capito? Un uomo in fin di vita, ridotto pelle e ossa, quindi verosimilmente colpito da un male cattivo (cancro et similia), senza alcun rimedio per attenuare la sofferenza, quando vede (e già riuscire a riconoscer le persone è sorprendente) non un amico, ma un acerrimo avversario che l’aveva pure accusato di eresia, che fa? Prima sorride, poi scherza.
Che c’è di strano? Il potere della pozione, no?

Poi:

Abelardo chiese di essere lasciato da solo con Bernardo e, quando Eloisa e Barthomieu si ritirarono, gli fece cenno di avvicinarsi. «Posso dirti una cosa, da amico ad amico?»

Certo. Abelardo è il moribondo ridotto pelle e ossa: essendo il meno stanco dei due, è lui a intavolare il discorso, chiamando “amico” colui che aveva fatto di tutto per rovinarlo.
Direi che non fa una piega.

«Tu sei un grand’uomo. Riesci a meraviglia nei compiti più difficili. Digiuni, preghi, soffri. Ma non sopporti i più facili: non sai amare.»
L’altro cadde su una sedia accanto al letto e le lacrime gli offuscarono la vista. «Amare.» Pronunciò quella parola come se non la comprendesse. «Forse hai ragione, amico mio.»
Abelardo gli rivolse un’occhiata d’intesa. «Ti perdono.»

Sembra tutto chiaro, e ovviamente logico.
Quello dei due che è a un passo dall’essere cadavere fa un predicozzo all’altro, il venerabile San Bernardo, che d’improvviso si rende conto d’essersi perso il meglio della vita e crolla “su una sedia accanto al letto”.

Sì, perché a Chalon-sur-Saône, nel 1142, all’interno di una capanna (cfr. riga 12), invece di un improvvisato pagliericcio c’è un letto vero, che, come negli ospedali, ha una sedia vicino: altrimenti come farebbe San Bernardo a crollarci sopra, dopo essersi reso conto di quello che s’è perso? (Sorvoliamo sul fatto che a quell’epoca potessero esistere le “sedie”.)
In effetti, per lui dev’esser stato un brutto colpo: magnifiche bevute di pozione ringiovanente e indurente, fornicazioni a volontà, balli di gruppo… Cominciano a venire i nervi anche a chi scrive.

Dunque, finiamola qui. Ogni ulteriore commento è superfluo, almeno in questa sede: chi vuole tragga le sue conclusioni.

(data del referto, timbro e firma)

 

Annunci