Autopsie: tuttomio!

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L’espressione inglese pissing, o pioggia dorata, vuol indicare “una pratica sessuale che consiste nell’orinare sul corpo o nella bocca del partner”, per provocare o intensificare l’eccitazione e il piacere orgasmico.
Una pratica di lunga tradizione, dicono, che oggi può esser facilmente osservata da chi ama frequentare il porno sul Web.

Ma che c’entra la pratica del pissing con il libro di cui si sta per parlare? Be’, c’entra non in maniera diretta, a dire il vero, ma solo in maniera trasversale; certamente vi è correlata sotto il profilo “programmatico”.


Perché stavolta il libro inviatoci per l’esame autoptico dalla coriacea Gaia Conventi tocca temi erotici e scabrosi, in linea con l’attuale voga editoriale orientata ai piaceri proibiti (inaugurata con le 50 sfumature mondadoriane), anche se lo fa utilizzando canoni e stilemi tipicamente medio-novecenteschi.

Il volume, intitolato il tuttomio, è un cartonato di 147 pagine, stampato in caratteri grandi (forse per favorire i lettori medio-novecenteschi, o forse per aumentare ingannevolmente lo spessore cartaceo). Peso 370 grammi; formato cm 24,3 x 16,2; specchio di stampa cm 17 x 10,7 (dunque, ampi margini che alimentano il sospetto del consumo-carta).

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Il grado di originalità del titolo è basso, anche se si è cercato di differenziarlo togliendo lo spazio fra le parole. Forte resta l’analogia con altri titoli sul mercato:
È tutto mio!;
È tutto mio! I dieci trucchetti;
Un cavallo tutto mio;
Voglio un amore tutto mio;
Per un mondo tutto mio;
Un universo tutto mio;  ecc.

La recensione fatta da Gaia Conventi a questo libro appare molto chiara.
Sintetizzando per punti:
– L’originalità della storia è quasi nulla, visto che ci si è dichiaratamente ispirati (bandella scripsit) “alla scandalosa vicenda dei marchesi Casati Stampa”.
– Il testo risulta complessivamente breve e privo di sussulti.
– I rapporti sessuali sono solo accennati col “dire ma non descrivere”, o “richiamare ma non dire”, quando invece l’intento dell’operazione editoriale parrebbe quello di scuotere la sensibilità erotica di oggi, in linea col mainstream imperante.

Pertanto, data la debolezza degli strumenti qui utilizzati, gli unici “colpi di lombi” destinati a scuotere la sensibilità erotica del lettore sembrano essere le prestazioni urinarie della protagonista.
Come cita Conventi, “Le piace sentire il liquido caldo che scorre da lei e la bagna. È un piacere che può permettersi unicamente la domenica mattina, quando è sola in casa. Vi si crogiola a occhi chiusi, fino a che la pipì si raffredda. Poi farà sparire le lenzuola sporche mettendole in lavatrice.
Caspita: una trovata ardita, senza dubbio. Peccato che già nei bordelli del primo Novecento si facesse anche di peggio, come illustrato sopra (immagine Wikipedia).

La storia narrata nel libro, a quanto risulta, è fatta da trombatori, tanti. E da una trombatrice, la protagonista, che sarebbe indotta alle molte fornicazioni dalla personalità malata dell’uomo impotente che si è impossessato di lei.
Questo fa un po’ rapporto sado-maso, se vogliamo, in accordo con la moda delle Sfumature appena esplosa. Ma purtroppo non si è capito che non siamo più negli anni Cinquanta e Sessanta; e che già negli anni Settanta c’era Alberto Moravia a darci dentro, con ben più competenza, e che dopo è arrivata Erica Jong, e poi tutto il resto.
Ma vogliamo mettere la storia scandalosa dei marchesi, ormai passata nei polverosi annali della cronaca, con Porci con le ali, Emmanuelle, Ultimo tango a Parigi, Nove settimane e mezzo? Tutte cose, peraltro, già superate dalle esibizioni sessuali meccaniche, quando non violente e lesioniste, delle recenti derive del porno.

Ma tralasciamo le considerazioni generali e passiamo all’autopsia delle due pagine prese a campione, cominciando dalla n. 86.

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Dalla prima riga:

Hai appetito?” le domanda Simone alzandosi dal letto.
“No.”
Ha appetito, certo, ma preferisce restare accoccolata contro di lui a fare ronron come una gatta.

Bene. Viene subito proposta l’immagine stereotipata della donna che, soddisfatti i suoi bisogni di “gatta in calore”, vuol star vicina all’uomo che le ha fatto vedere il  Paradiso, senza chiedere altro. Figura che può essere vera, non lo si vuol negare per forza; ma qui viene riproposta tale e quale, senza mediazione alcuna, anzi con sciatta elementarità, in un’opera che pretende di essere “letteraria”, scritta da un nome di grido.
Questo è un palese inganno nei confronti del lettore, e non è fatto in buona fede.

Dalla quinta riga:

Dio, quanto è stato bello.
Tutta un’altra cosa rispetto a zio Arturo.
Crede di essere addirittura svenuta, a un certo punto. O se non svenuta, deve avere avuto un mancamento piuttosto forte.

“Un mancamento piuttosto forte”: capito? Dunque, lo stereotipo prosegue. E prosegue in maniera così volgarmente elementare, da far pensare al testo di un fotoromanzo.
La prestazione dell’amante – di gran lunga superiore a quella dello zio – è così superlativa da ridurre la protagonista in deliquio, in uno stile ridicolmente primo-novecentesco.
In più, l’invocazione iniziale di Dio sembra richiamare l’idea che l’uomo, quando fa raggiungere alla donna l’estasi erotica, diventa per lei una specie di divinità.

Ma andiamo avanti:

Si stiracchia.
Il temporale non accenna a diminuire.
Lei guarda Simone, nudo, illuminato dal fuoco del camino. Che muscoli che ha!

Bene: siamo in perfetto clima-fotoromanzo. Pari pari, senza una sbavatura: direi con una precisione quasi filologica.

Inoltre, emerge chiaramente la tecnica – già esposta in una precedente autopsia – adottata sempre più spesso per far crescere il numero di pagine: andare a capo quasi a ogni frase, anche se non ce n’è bisogno.
Una pratica stucchevole e disonesta, il cui abuso finisce per renderla odiosa.

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E ora, il pezzo forte:

“Mi scappa la pipì.”
“Se te la senti di uscire fuori con questo tempo…”
Non se la sente.
Ma il bisogno si fa sempre più forte. Occorrerebbe… ecco, un catino.
“Dammi…”
Non finisce la frase. Ha cambiato idea. Non ha nessuna voglia di fare un movimento, anche minimo.
Il suo corpo è così rilassato, così beato, così sazio, che non ce la farebbe ad alzarsi dal letto.
Sta provando una sensazione di benessere assoluto.
Chiude gli occhi per godersela meglio.
“Che vuoi?” le domanda Simone.
“Niente.”
Simone si risorica, l’abbraccia.
“Ma cos’è tutto questo bagnato?” domanda sorpreso.
Lei s’impaurisce. Quando le capitava, nonna le dava tante di quelle botte!
Parla con un filo di voce.
“L’ho fatta a letto.”
Simone resta un attimo interdetto, poi si mette a ridere.
Così tanto che gli vengono le lacrime agli occhi.

Alleluja: ecco la pioggia dorata sparsa nel letto! L’aspettavamo con ansia.

Forse è il momento di riflettere sul senso che può avere questa operazione editoriale.
Tutto farebbe pensare che, per seguire l’onda dell’ultima voga sado-maso, si sia indotto l’autore a sfornare un simile prodotto, al solo scopo di spremere il mercato. Ma ne è uscita un’opera non originale, perché ricalca una vecchia e stantia vicenda di cronaca nera; e non trasgressiva, perché riduce la truculenza dell’hard-core, anche solo immaginato, a una forma minorata e ormai superata, che vorrebbe riprodurne i suoni, ma senza voce.

Così, come cinquant’anni fa la grande epopea western produsse il filone italico dello spaghetti-western, qui sembra che i temi dell’epopea hard abbiano prodotto uno spaghetti-hard, ammesso che il termine abbia senso. Uno spaghetti-hard che, invece del robusto e deflagrante pissing, non è riuscito a offrire più di un mesto e sconcertante piscia-letto (fenomeno, fra l’altro, tipico degli infanti, degli infermi e dei geronti).
Tutto questo è molto triste.

Passando alla pagina 87, leggiamo:

Andando a prendere la macchina per tornare a casa, accende il cellulare che ha tenuto spento per tutto il pranzo. Ci sono tre messaggi, tutti di Mario.
Il primo dice:
“Ti amo.”
Il secondo dice:
“Ti amo di più del precedente ti amo.”
IL terzo dice:
“Ti amo assai assai di più dei due precedenti ti amo.”
Le viene da sorridere. Che stupidino!

Che stupidino! Esclamazione molto in linea con quanto dice la bandella rossa riprodotta in alto: “Un romanzo impeccabile, splendente di luce nerissima”.
Eccome.

E a finir la pagina:

Poi era comparso questo ragazzino che evidentemente era venuto lì per i fatti suoi. Si era messo sotto l’ombrellone accanto al loro, aveva con sé due libri malridotti, un quaderno, una biro. Prendeva appunti. Forse era uno studente che aveva marinato la scuola.
Un corpo magro, nervoso, scattante.
Lei si era tolta per un attimo gli occhiali e i loro sguardi si erano incontrati per caso.
Da quel momento il ragazzino non le aveva tolto gli occhi di dosso, aveva messo da parte i libri, si agitava, sbavava.

Diamine: qui abbiamo un ragazzino che, giunto in spiaggia con tanto di libri e quaderno, appena vede la protagonista inizia ad agitarsi e a sbavare.
Pensavamo che a sbavare dietro le donne fossero gli uomini adulti o in età, o i vecchi bavosi dei noti luoghi comuni; qui invece abbiamo un’innovazione (almeno una): il ragazzino in età scolare che, quando vede un pezzo di gnocca, si agita e si mette a sbavare facendo le bollicine.


Bene. Nonostante tutto, era nostra intenzione risparmiare a questo libro l’onta dell’analisi con la macchina esaminatrice Bullshit Detector, di cui abbiamo già parlato, fiore all’occhiello del laboratorio.
Ciò, quanto meno, per rispetto verso l’autore.
Ma la tentazione era forte. Così, mossi dalla curiosità, abbiamo inserito il volume nell’apparecchio, ma con la sola funzione “calcolo random“: una modalità in cui si analizzano unicamente gli aspetti “computistici” legati alla narrazione del libro in esame.
E i risultati sono stati sorprendenti.

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Non perché non si è potuto determinare il numero delle trombate, visto che sono per lo più solo accennate, se ne trovano di antiche e di moderne, di “consumate-non consumate”, di dette e non dette, fatte nella cabinetta della spiaggetta, in macchina, o nel letto, o in soffitta, con o senza la testa di vacca essiccata (su cui pure si piscia) eccetera.

Il risultato sorprendente è stato una specie di simulazione che fa tornare in mente certi problemi svolti alla scuola elementare, di questo tenore:
Se Arianna fa la pipì a letto ogni domenica, intridendo il materasso con mezzo litro di orina e lasciandolo ogni volta asciugare senza lavarlo, quanta urea, cloruro di sodio, azoto, urobilina, calcio, ammoniaca, nonché acidi urico, ippurico, solforico, fosforico, cloridrico si accumuleranno nel materasso in cinque anni?

Ohibò, questa non ce l’aspettavamo. Ma la soluzione del problema si è rivelata banale, se ci si accontenta di valori approssimati.
Infatti, se Arianna fa pipì (e solo quella) nel materasso ogni domenica, in cinque anni abbiamo 260 minzioni da mezzo litro. Poiché mezzo litro di orina è composto da 480 g di acqua, ogni minzione apporterà al materasso 20 g di sostanze chimico-minerali. Pertanto, dopo cinque anni il materasso avrà incorporato circa cinque chili e duecento grammi di sostanze solide. Un chilo all’anno, più o meno.
Su altri aspetti – ad esempio, sull’odore che il materasso acquisirebbe nel tempo – non si sono forniti elementi.

http://ruletheweb.co.uk/b3ta/bullshit/bullshit.pngPer concludere:
pensavamo che quest’analisi automatica parziale non apponesse al referto il marchio certificativo, trattandosi di una singola fase estrapolata dalla procedura standard.
Purtroppo, però, la stampigliatura – che non si può occultare, per la regolarità dell’autopsia – è stata apposta, e dice:

B U L L S H I T

Fatto che il Detector ha univocamente certificato.

(data del referto, timbro e firma)

 

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