Autopsie: il giallo italiano è morto (I)

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Si stenterà a crederlo, ma ebbi modo di constatare la morte del “giallo italiano” già tredici anni fa, intervenendo come osservatore a un festival che poi cessò le edizioni per molto tempo (fino a un recente tentativo di resuscitamento di cui forse ho sentito parlare).

Che il giallo italiano non esiste, in quanto defunto e decomposto, rimane un fatto: e questa è la prima parte dell’autopsia che feci all’epoca.

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Strano, questo Festival del Giallo. Uno immagina una kermesse ricca di pubblico e di autori, con proposte nuove ma anche vecchie, e invece si ritrova in mezzo a gruppuscoli di personaggi di varie fogge e dimensioni – ma molto simili nell’aspetto – che confabulano tra loro. Nel cortiletto del cosiddetto Museo della Regina, pochi metri quadri di erba e mattonelle con un tavolino, qualche microfono e una ventina di sedie, c’è un ometto rotondo coi capelli candidi a presenziare soddisfatto all’introduzione: sembra indossare occhiali-naso-baffi finti, ma guardandolo meglio vedo che è un ex boiardo della Tv di Stato che ogni tanto fa qualche apparizione nel piccolo schermo. L’ometto a un certo punto prendere la parola: per qualche motivo lo si è ritenuto il testimone più adatto a presentare il piccolo mondo del “Giallo” italiano.

Le persone, intanto, si raggruppano in capannelli e parlottano, guardandosi intorno per controllare la situazione. Che siano tutti scrittori lo si capisce dalle magliette e camicie gualcite, tenute fuori dai pantaloni stazzonati, e anche dalle barbe non rasate, dalle scarpe portate con negligenza, dai sandali spudorati che esibiscono unghie non tagliate. Il messaggio potrebbe essere: sono uno scrittore, quindi vesto come mi pare. Ma anche: vesto come un disgraziato, quindi sono uno scrittore.

Le scrittrici – poche, per la verità – cercano di tenere il passo: capelli per lo più grigi (niente nuove promesse, dunque) tenuti sommariamente con l’elastico, camicie a scacchi, jeans scoloriti, espadrilles, espressione scontenta e diffidente. Quando m’incrociano con lo sguardo si fermano un attimo a studiarmi, forse chiedendosi se sono un concorrente, ma visto che non sono vestito di stracci passano oltre. Per il “Giallo” italiano, si sa, non c’è abbastanza spazio: soffocati dagli anglosassoni e dai francesi, e pure dagli scandinavi, gli autori nostrani hanno vita difficile. L’ingresso di nuove leve è sempre visto con sospetto: dietro ogni esordiente dall’aria innocua può nascondersi il pericoloso demone del talento.

Gli unici a tradire un certo decoro sono i componenti del pubblico, tre o quattro, diligentemente seduti. Forse sono gli unici ad ascoltare l’allegro bambolotto canuto e occhial-nasuto che lancia battute spiritose. Ma dove sono gli altri? viene da chiedersi. “Di sopra c’è una mostra su Edgar Wallace”, mi dicono, così mi metto alla ricerca. Arrivato di sopra, mi trovo in un sottotetto ben fatto, con travi a vista calde e accoglienti, dove una lunga serie di bacheche orizzontali espone i romanzi del grande giallista nelle varie edizioni originali, tra cui veri pezzi d’epoca. La sala è deserta. Guardo le copertine e cerco qualche percorso ragionato esposto sui muri, ma non lo trovo.
Dunque, scendo e faccio un giretto in Piazza del Mercato, inondata di sole e anch’essa deserta. Quindi decido di tornare nel cortile, per tentar di chiarire il mistero: dov’è il pubblico? Forse era ancora presto, mi dico, ora la gente sarà arrivata e si parlerà di qualcosa d’interessante. Ma, giunto lì, lo trovo svuotato: quattro persone che vi stazionano con aria annoiata mi spiegano che è cominciata la partita Italia-Olanda.

(continua)

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