Autopsie: il giallo italiano è morto (II)

logosolo-mystfest_reasonably_small_reasonably_small logosolo-mystfest_reasonably_small_reasonably_small


Per quanto riguarda il “Giallo Italiano”, qui il quadro resta desolante. Le conferenze mattutine, dedicate alla “topografia del giallo in Italia”, pensavano di mettere in piedi una specie di confronto filologico sulla letteratura poliziesca nel nostro Paese, non rendendosi conto del fatto che da noi, praticamente, il “Giallo” non esiste. Sul palco si sono avvicendati scrittori provenienti da varie regioni, quasi sempre sconosciuti, che spiegavano perché ambientano le loro storie in questa o in quella città, perché i paesaggi toscani o umbri sono così belli, perché tra Firenze e Prato c’è rivalità, e perché quelli di Perugia non possono vedere quelli di Foligno o di qualche altro luogo vicino che non ricordo, e via discorrendo. Di Giallo, quasi niente. A parlare di Torino c’era il vecchietto canuto e occhial-nasuto, simpatico ma inconsistente, che dicono essere un ex-boiardo della Tv di Stato. Poi ho sentito di questa “Scuola dei Duri”, che non ho capito cosa sia.

È stato desolante soprattutto osservare gli scrittori che s’erano dati convegno. Personaggi alticci – quando non sbronzi – che imperversano con lo sguardo stralunato e la logorrea, mentre gruppuscoli di emeriti sconosciuti fremono per salire sul palco a far la loro relazione, lamentandosi perché chi lo occupa in quel momento la tiene lunga. Polemiche sussurrate e sguardi velenosi s’incrociano tra le file, liberando nubi di velleità che si tagliano col coltello. Nemmeno i commenti stentorei e inopportuni dei soliti ubriachi in platea riescono ad alleggerire l’atmosfera. Il pubblico è fatto soprattutto di scrittori, veri o aspiranti: i lettori possono contarsi sulle dita di una mano (certamente amici o parenti).

Osservando gli spostamenti e le manovre di molti di quei derelitti, gli sguardi che saettano fra le poltrone, ho capito alcune cose. Esistono due cricche: quella di A e quella di B. Il primo è della vecchia guardia, il secondo della nuova. Le due bande si sfiorano senza frequentarsi troppo; il più giovane è ormai uomo di potere, che può promuovere o bocciare, avviare o meno una carriera letteraria. Oscuri aspiranti ne concupiscono da lontano la figura rotonda, segno della sua opulenza crescente: tenendosi ai margini, non gli staccano gli occhi di dosso, cercando di cogliere i contorni dell’aura mistica che lo avvolge. Lui sta col suo gruppo, parlando ora con uno, ora con l’altro, guardingo. Ogni tanto qualcuno approfitta di una sua pausa per avvicinarlo e dirgli qualcosa con sguardo trepidante e sottomesso. Lui ascolta cortese, fa qualche cenno di assenso e si allontana. La tensione è palpabile, sia fra gli aspiranti sia fra gli scrittori: in entrambi i campi c’è concorrenza, voglia di essere visti.

Intanto il gruppo di giovinastri attempati con tatuaggi, bottiglia e sigaro d’ordinanza continua a rumoreggiare: dicono di essere della Scuola dei Duri, che ancora non ho capito cosa sia. Mi chiedo cosa facciano per vivere e finisco per chiederlo a qualcuno lì vicino, che mi guarda fra lo scandalizzato e l’infastidito.

(continua)

Annunci