diffidenza

cecile-kyenge-234613


Non riesco a interpretare, a dare un nome alla naturale diffidenza per il diverso. Dico “naturale”, perché mentre il raziocinio indica l’insensatezza della discriminazione, del non volersi “mescolare”, del non gradire la “comunione” (se non — nei casi estremi — il contatto), tuttavia il corpo, inteso come strumento fisico-empatico-emotivo-sensoriale (non so come definirlo, mi arrangio empiricamente), quindi integrato con la psiche, dà troppo spesso una sterzata dalla parte opposta, cioè verso l’allontanamento, verso la presa di distanza. La prudente osservazione da lontano, o da non troppo vicino, insomma.
Sembra la percezione istintiva di un rischio, quasi della violazione di un precetto ancestrale inscritto nell’uomo. Ho la sensazione che pochi ne siano immuni. E mi chiedo perché (come mi chiedo il perché di tante, troppe cose).

 

Annunci