DetFic 16: Edgar Allan Poe

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Ed eccoci a lui: Edgar Allan Poe, il Patriarca, il padre di tutti i giallisti, l’iniziatore della detective fiction moderna.

«Storicamente, si possono distinguere due Poe. Uno è l’Edgarpò che suscitò l’entusiasmo dei francesi, da Baudelaire a Valéry, e ha avuto ininterrotta fortuna in Europa. L’altro è Edgar Allan Poe, l’americano – poeta e narratore di cassetta, instancabile fornitore di testi per l’incipiente mercato di massa (scrive quasi esclusivamente su riviste), figura di irregolare ostilmente accolto dai letterati dell’epoca, che stenta ancora a trovare pieno riconoscimento in patria.
Il primo […] è il narratore dell’assurdo e del terrore, precursore degli effetti surreali e dell’angoscia esistenziale, il creatore di una propria cosmologia metafisica che è puro sogno dell’intelletto; lo scrittore precocemente consapevole delle potenzialità combinatorie e scombinatorie del linguaggio, della scrittura come costruzione mistificatoria e della lettura come esercizio di decifrazione. Questo Edgarpò scoperto o privilegiato dalla cultura europea – anche perché ha ottimi traduttori che magari ne mascherano certa farragine o pesantezza stilistica – arriva da Baudelaire fino a noi per susseguenti ondate di interesse. È autore sofisticato, quasi d’élite.
L’altro si arrabatta. È quello che Lionel Trilling ha chiamato – riferendosi agli americani, ma vale anche per noi – “nostro cugino, Mr. Poe”: lo scrittore tormentato dal vuoto e dalle incomprensioni in cui vive, che si dibatte in una società ostile e in una cultura in formazione, tutta da definire, plasmare, indirizzare, ma come restia a ogni richiamo, stimolo, indicazione non meramente commerciali. È, questo Poe, il primo scrittore alienato d’America, e su una dimensione assoluta: sperso nella vastità degli spazi e nella mancanza di un centro, girovago fra il sud natio di cui si fa non richiesto paladino e le città centro-meridionali che lo tengono ai margini e ne rifiutano il messaggio, eppure caparbiamente animato dalla volontà di dare una voce e una cultura al nuovo paese, rigoroso nelle scelte e in anticipo sui tempi. Come tale, esprime la desolazione di quel paesaggio e le antinomie dei suoi valori, e al tempo stesso riflette le tare e i turbamenti di una morbosa predisposizione psicologica, vuoti e scompensi dell’animo, angosce e terrori che in seguito si diranno esistenziali, e che sorgono come fantasmi dal profondo.»

(dall’introduzione di Sergio Perosa ai Racconti, ed. Mondadori 1985.)


CALCOLO E ANALISI: I DELITTI DELLA RUE MORGUE

Murders-in-The-Rue-MorgueIn numerosi racconti, Edgar Allan Poe premette alla vicenda narrata uno o più paragrafi dedicati a considerazioni di carattere generale, nate da un’intuizione, da una massima, o da una riflessione filosofica.

Queste “istruzioni” preliminari sono particolarmente importanti in The Murders in the Rue Morgue, il racconto che inaugura la trilogia dell’investigatore francese Auguste Dupin. Qui la struttura è tripartita, secondo un criterio formativo: alla definizione teorica delle facoltà analitiche, segue una prima dimostrazione del talento di Dupin e, infine, l’applicazione delle sue doti investigative a un caso d’omicidio.

La voce narrante inizia subito col distinguere il calcolo dall’analisi, due categorie di ragionamento riconducibili rispettivamente agli scacchi e alla dama, passatempi che chiamano in causa da un lato l’attenzione e dall’altro l’acume. L’elevato numero di pezzi che si fronteggiano in una partita a scacchi, infatti, impegna non solo le doti mnemoniche, ma certamente una capacità d’analisi molto inferiore a quella necessaria per vincere una partita a dama, ove restino in campo solo quattro regine. In un confronto del genere, essendo la gamma di movimenti e valori quanto mai semplificata, la possibilità di sviste è ridotta al minimo, e per assicurarsi la vittoria è necessario sapersi identificare con lo spirito dell’avversario.

Ma una prova ancor più forte per le facoltà analitiche del detective è rappresentata dal gioco del whist, in cui non basta osservare attentamente, aver buona memoria e conoscere a fondo la condotta di gioco, ma è necessario sapere “cosa osservare”. Il modo di reggere una carta, il gesto con cui viene calata, le espressioni d’un giocatore, sono tutti segni rivelatori di cui l’analitico si avvale.

4Poe_rue_morgue_byam_shawTerminata questa trattazione teorica, Poe entra nel vivo del racconto introducendo il cavalier Auguste Dupin, incontrato dal narratore in un «oscuro gabinetto di lettura di rue Montmartre». Rampollo decaduto di un’illustre famiglia, Dupin è un uomo di abitudini frugali, che deve alla generosità dei creditori il fatto d’avere «un piccolo resto di patrimonio», e il cui unico lusso risiede nei libri.

Tra lui e il narratore nasce dunque un sodalizio, sanzionato dalla scelta di stabilirsi in una dimora cadente, oggetto d’imprecisate superstizioni. I due trascorrono le ore diurne nell’oscurità più completa, uscendo solo al calar delle tenebre, quando la città, deposta la maschera borghese, rivela il suo volto criminale, perverso e inebriante.
Il detective sonda implacabile le ombre della notte e, nella seconda parte del racconto, si dimostra anche capace di leggere nei cuori.

(1 – continua)

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