consapevolezza


Sto riflettendo sulla vicenda del padre che ha inconsapevolmente fatto morire il proprio bambino, dimenticandolo per una giornata in macchina. Lo faccio — a differenza di altri fatti analoghi — perché da tempo (troppo tempo) sono inseguito dall’idea che gli avvenimenti, i comportamenti che hanno prodotto certe conseguenze potrebbero essere cambiati, se solo ci fosse consentita un’opzione temporale che le nostre leggi fisiche non prevedono. Gli avvenimenti e i comportamenti a cui ritorno col pensiero sono di lungo corso e prendono diverse fasi dell’esistenza, da quella infantile a quella adolescenziale a quella che si definisce “prima-adulta”. E’ una specie di ossessione ricorrente, che può mettersi in sonno per certi periodi ma che poi ritorna, sempre. Le conseguenze che non avrei voluto sono le più varie, ma tutte ricomprese — tranne in parte un’eccezione — in un alveo molto meno tragico di quello del fatto di cronaca su cui sto riflettendo. Come vivrà d’ora in poi, quell’uomo? Se io ho riportato — a mio giudizio — danni significativi da ciò che non avrei voluto commettere, quanto gravi saranno i danni che quell’uomo ha procurato a sé e alla propria famiglia? La sproporzione è evidente.

 

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