“Maledetta!”

elsa morante

“Maledetta!”. Quando la madre si ritirò nella sua camera, Elsa Morante le infilò sotto la porta un biglietto con questa parola. E il punto esclamativo. La madre aveva violato il divieto assoluto di telefonare ai suoi amici quando lei, diciottenne, la sera faceva tardi a Roma. Aveva telefonato, qualcuno aveva risposto e le aveva passato Elsa, a casa si erano urlate di tutto, si erano rinfacciate quella vita insieme, troppo stretta, troppo vicine: la madre voleva entrare nel mondo della figlia, voleva sentire i suoi racconti, conoscere i suoi nuovi amici scrittori, voleva un po’ di gratitudine per quella grandiosa fiducia e per l’impegno che aveva messo per incoraggiare, esaltare, fin da quando era piccolissima, il genio di Elsa. Pretendeva anche, forse, un po’ della sua sconfinata giovinezza, un riflesso di quel talento che lei, per sé, non aveva potuto coltivare. Elsa Morante voleva che stesse fuori dalla sua vita. Si innervosiva. Aveva diciott’anni, aveva appena pubblicato un romanzo a puntate sul Corriere dei Piccoli e si vergognava di sua madre, una maestra. “Maledetta!”, le scrisse. Ma poco dopo si pentì e le infilò un nuovo biglietto sotto la porta. Questa volta c’era scritto “Benedetta”.

Fu quella la notte in cui cominciò, senza finire mai, la guerra fra madre e figlia, ha raccontato in una vecchia autobiografia Marcello Morante, uno dei fratelli di Elsa (e padre di Laura Morante). Elsa era stata la bambina più adorata, mandata dalla zia ricca a studiare e a mangiare bene, a curare l’anemia, lodata perché a due anni e mezzo componeva le sue prime poesie in versi sciolti. Una bambina eccezionale, una madre spudoratamente fiera e piena di speranza, negli anni Trenta a Roma: non c’erano motivi per combattersi, volevano entrambe la stessa cosa. Un romanzo, la pubblicazione, la gloria, essere una scrittrice, essere (almeno) la madre della scrittrice, che si siede in prima fila ai premi, che riceve gli omaggi e i complimenti degli amici intellettuali.

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